L’avvocato esordì dichiarando che, al momento della stesura del testamento, avvenuto circa un anno prima in presenza di testimoni, Zack era stato in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Insistette su quel punto, confermando che, in concomitanza di quell’evento, Zack si era anche sottoposto a una valutazione psicofisica per il rinnovo della sua assicurazione sulla vita.
Sarah continuava a non capire perché mai tutto quello dovesse riguardarla, sentendosi un’aliena che stesse per essere sezionata viva. Si soffiò il naso, rosso come un peperone, proprio quando l’avvocato cominciò a entrare nel vivo della lettura.
Negli attimi che seguirono, toccò a lei perdere colore e il suo incarnato già pallido virò verso un poco rassicurante verdognolo. Man mano che l’avvocato specificava i lasciti, le sue mani iniziarono a tremare violentemente, al punto che dovette infilarsele tra le ginocchia per tenerle ferme.
Zack, quel traditore, quel bugiardo, quel falso, l’aveva nominata sua erede universale. Le aveva lasciato tutto. La casa di Glen Rose, che lei non sapeva nemmeno fosse di sua proprietà. I suoi ricchi conti in banca, i fondi fiduciari, le proprietà nazionali ed estere. Persino uno yacht, santo cielo! In particolar modo, le aveva lasciato la sua intera quota delle azioni della TrevinOil, la società petrolifera di famiglia, la cui maggioranza restava così ripartita tra lei, Daniel e suo padre.
Lo choc la lasciò ammutolita, in preda a una nausea intensa che fece molta fatica a reprimere.
Non era possibile! Come aveva potuto farle quel torto? Perché, dopo tutto ciò che gli aveva raccontato di sé, del proprio passato, di ciò che aveva perduto e poi rinnegato per amore della propria libertà, Zack l’aveva fatta ripiombare in un mondo che detestava?
“È un oltraggio! Uno scandalo!” gridò la madre.
Quando era serena, sembrava giovanissima ma in quel momento, con lo sguardo adirato, i tratti stravolti e quella smorfia orrenda sulla bocca, mostrava chiaramente di essere oltre la cinquantina, nonché di essere ricorsa più volte al chirurgo estetico.
“Calmati, Cora” gracchiò suo marito, con voce rotta dal dolore. “Hai sentito Hugh: nostro figlio sapeva cosa faceva.”
“Oh certo, sono sicura che lo sapeva anche lei! Non ti bastava scopartelo, brutta sgualdrina? Dovevi anche dissanguarlo come una sanguisuga?” rispose, alzandosi in piedi.
Felicia la imitò, tenendola ferma per impedirle di scagliarsi contro Sarah anche se, in base al modo sprezzante in cui la guardava, non si sarebbe espressa con parole diverse. E pensare che in tv sembrava tanto dolce!
“Siamo sicuri? Cosa si può fare? Una maniera per opporsi ci deve essere!” sbottò Daniel, raggiungendo la scrivania e provando ad avvicinarsi il testamento, per leggerlo con i propri occhi.
Solo allora Sarah si accorse di quanto fosse infuriato. Le vene del suo collo si erano ispessite, mentre le mani, le stesse che le avevano accarezzato i capelli poco prima, erano strette in pugni minacciosi.
L’avvocato scosse il capo, desolato.
“Zachary ha preteso di poter escludere ogni forma di protesta da parte vostra. Non c’è assolutamente modo di impugnare il testamento. Ho provato e riprovato a farlo ragionare, ma lui era irremovibile. Ha minacciato di rivolgersi a un altro studio legale e, a quel punto, ho dovuto capitolare. Inoltre, ha lasciato queste per te, Daniel, e per la signorina McDonnell.”
Estrasse dal plico dei documenti due buste sigillate e le offrì loro.
Daniel gli strappò di mano la propria, accartocciandola come se non avesse alcuna intenzione di leggerla. Era talmente fuori di sé che dava l’impressione di stare per malmenare il legale. E quando Sarah, ancora intontita dalla notizia, si alzò per prendere la propria, la fissò con un odio così brutale da farla arrestare di colpo.
Fu allora che sua madre le si scagliò contro. La strattonò e la schiaffeggiò così forte da lasciarle l’impronta della mano sulla guancia.
“Dammela, devo leggerla io!” urlò, strappando la lettera all’avvocato.
Suo marito la fermò prima che compiesse altre pazzie. Anch’egli arrabbiato, ma unicamente per il comportamento della moglie, riuscì a riprendere la lettera che, ormai, era stata semi aperta.
“Rimettiti a sedere, Cora, e cerca di contenerti. Ricordati che non sei più la cameriera di una bettola per camionisti.”
La donna, offesa a morte da quel terribile ricordo personale sbandierato in pubblico, restò a bocca aperta, mentre i suoi occhi dardeggiavano, promettendo fuoco e fiamme. Tra lei e il marito non sembrava esserci amore, ma chi poteva dirlo?
Non certo Sarah, che di amore non se ne intendeva proprio. Si massaggiò la guancia e accettò a testa bassa la lettera stropicciata che il padre di Zack le porse, insieme alle sue scuse. Quindi, mortificata, si avvicinò all’avvocato e chiese sottovoce se potesse andarsene. Il legale annuì più per pietà che per altro, preferendo allontanarla dal mirino di Cora, che non si era affatto calmata.
Per evitare di passarle davanti, Sarah aggirò il divano, ma finì sulla linea di tiro di Felicia che, intenta a versarsi da bere, non appena la ebbe a tiro le fece lo sgambetto. Sarah, già a pezzi di suo, finì con il muso per terra.
“Mio Dio, che orrore! Mi sento male!” esclamò sprezzante Cora, mentre lei, bruciante di rabbia, risentimento e vergogna, tentava maldestramente di rimettersi in piedi.
Con la coda dell’occhio vide Daniel, ancora rabbioso, muoversi nella sua direzione, salvo poi essere trattenuto a forza dai due uomini alle sue spalle.
Cosa voleva fare, prenderla a calci mentre era a terra, ferita e umiliata? In quale nido di serpi era finita? Si aggrappò al divano, si risollevò e senza salutare nessuno uscì dalla stanza. I suoi tacchi risuonarono veloci sul marmo, poi affondarono nella ghiaia esterna, rendendo il suo passo ancora più instabile.
Non udì le voci di chi la chiamava, né badò alla discussione che intanto si stava scatenando in quel salotto. Voleva solo correre via, più lontano possibile da quell’incubo. Si fermò solo quando fu vicina al cancello esterno e, colta da un forte conato, vomitò ai piedi di una magnolia. Era stremata e non ebbe neanche la forza di protestare, quando il custode si offrì di chiamarle un taxi. Le sarebbe costato una fortuna ma, a quel punto, sarebbe stato il male minore.
Restò rannicchiata a ridosso dell’albero, in sofferente attesa, fino a quando Daniel non la raggiunse correndo.
Un tuono risuonò vicino, ma lei fu più spaventata dal suo sguardo cupo che dalle condizioni metereologiche.
“Sarah, per fortuna sei ancora qui! Credimi, sono mortificato. Il comportamento di mia madre è stato ingiustificabile, ma devi capire che siamo tutti rimasti di sasso per ciò che Zack ha fatto. Stai bene adesso?” le domandò, facendosi vicino. Troppo vicino.
Sorpresa da quella sua nuova premura e ancora incerta sulle sue intenzioni, fece cenno di no. La pioggia ricominciò a cadere scrosciante, inzuppandoli. Sarah batteva i denti per il freddo e per lo choc, ma restò vigile, in attesa di altri insulti.
Contrariamente alle aspettative, però, Daniel parve essersi calmato. Si avvicinò al tronco, vi poggiò le mani e chinò la testa, rimanendo in quella posizione come se cercasse di venire a capo della situazione. Di trovare un senso a ciò che era appena accaduto.
“Non sono stata io a volerlo” gli disse di getto, ansiosa di spiegarsi. “Non ne sapevo nulla. Se Zack mi avesse parlato di ciò che aveva in mente di fare, mi sarei opposta con tutte le mie forze!”
Daniel non le rispose, non subito. Parve soppesare ciò che aveva detto, analizzando ogni parola. Poi, d’improvviso, si staccò dall’albero e l’attirò tra le sue braccia, stringendola con foga al proprio torace, a tal punto che Sarah non sentì più la pioggia che cadeva, né i rumori della strada vicina.
Per una qualche ragione, quando i loro corpi si sfiorarono, provò un conforto che trascendeva il momento e le circostanze. Il sollievo che la investì fu quasi irreale. Diverso dal senso di conforto che aveva sperimentato con Zack, ma così potente da farle dimenticare chi fosse e dove si trovasse. Il battito del cuore di Daniel era così assordante e ritmico che divenne per lei una musica irresistibile, capace di lenire la sofferenza. Si lasciò cullare dal suo caldo abbraccio, sentendo dentro di sé di offrirgli il medesimo sostegno, la stessa tregua da quel tormento che da giorni li dilaniava.
Al di sotto di quel bisogno, però, c’era ancora quella indescrivibile attrazione che li aveva legati, che fremeva e scalpitava per emergere, nonostante tutto. E più ritrovavano la calma, più un desiderio diverso si faceva strada tra le sue sensazioni. I loro corpi si attraevano come calamite, ne erano entrambi consapevoli. Le mani di lui le accarezzarono a lungo la schiena, ma quando poi scesero sui fianchi, Sarah ebbe la netta sensazione che Daniel stesse per fare qualcosa di stupido, ma inevitabile. Come baciarla, per esempio.
E fu quello il pensiero che le attraversò la mente quando lui piegò le ginocchia e le strofinò il naso sulla guancia, quella che sua madre aveva colpito.
“So che sei sincera, ho un istinto infallibile nel giudicare le persone e tu non mi dai l’impressione di essere un’arrivista ma… Questo gioco non fa per te, Sarah. Allontanati finché sei in tempo” le sussurrò con voce roca, sensuale e minacciosa insieme.
Sconcertata, Sarah si scostò.
“Ti sembra forse che mi stia divertendo? Credi che mi piaccia essere aggredita per un’eredità che non ho chiesto e che non voglio?”
Sentendo la presa dell’uomo rafforzarsi, si dimenò e arretrò, finendo però a ridosso di un’aiuola. Perse l’equilibrio e sarebbe senz’altro caduta se lui, di nuovo, non l’avesse trattenuta per tempo.
“Sta diventando un’abitudine…” ironizzò Daniel.
“Un’abitudine innescata da te!” sottolineò lei, stizzita.
Non sopportava che la credesse un’approfittatrice, ma neanche un’imbranata e non se ne spiegava la ragione. Quell’uomo, quell’estraneo presuntuoso mandava i suoi sensi in tilt, rendendoli assolutamente inaffidabili. Sentiva di essere fragile e suscettibile, come se davanti a lui fosse ogni volta nuda.
“Sarah, la giornata è stata pesante e, chiaramente, non sei in te. Vediamoci nello studio dell’avvocato Clancy domattina, lui sistemerà tutto. Dovrai solo firmare delle carte e dopo sarai più ricca di quanto tu abbia mai sognato!”
“No, non verrò da nessuna parte! Tu non mi conosci! Non hai nessuna idea di quali siano i miei sogni, perciò risparmiati questa premura, tanto so a cosa miri! Tornatene in casa, da quelle due megere travestite da fatine: è quello il tuo posto!”
Finalmente, riuscì a lasciarlo a bocca aperta. Un attimo dopo, Daniel parve pronto per una replica altrettanto astiosa ma, per fortuna, il taxi scelse quel momento propizio per accostarsi. Sarah varcò il cancello e si avvicinò all’auto a grandi passi ma, un attimo prima di salire, nell’afferrare la borsa si ricordò di ciò che aveva dentro.
Accidenti! Sembrava che ogni cosa che facesse finisse per riportarla da lui! Controvoglia, si voltò e tornò indietro. Daniel se ne stava a fissarla con durezza, zuppo di pioggia dalla testa ai piedi e, se possibile, ancora più affascinante.
Sarah tirò fuori dalla borsa il diario di Zack, chiuso in una busta di plastica, e glielo porse, riluttante a separarsene, sebbene non lo avesse neanche aperto.
“Questo era di tuo fratello. Nella prima pagina c’è scritto che, in caso di smarrimento, andava consegnato a te. Suppongo che, date le circostanze, sia corretto dartelo. Addio.”
Daniel esitò prima di prenderlo, quasi temesse che scottasse. Le fece quasi pena, ma le parole che le aveva detto poco prima riecheggiavano ancora nella sua testa, perciò entrò in auto e il tassista partì spedito.
Non si girò a guardarlo. Non voleva che il ricordo dei suoi occhi, delle sue mani, di quella voce capace di sciogliere il ghiaccio che lei aveva intorno al cuore s’imprimesse a fuoco nella sua memoria.
Quando Zack era morto, credeva di aver perso il suo migliore amico e il tetto che avevano condiviso. Adesso sapeva che quel maledetto incidente d’auto le aveva tolto qualcosa di molto più importante: la libertà di decidere della propria vita senza rendere conto a nessuno di ciò che faceva.
Scoppiò di nuovo a piangere, certa ormai che il peggio dovesse ancora arrivare.