Chapter 2

624 Words
PrologoLa chiglia della barca fendeva le onde e, dietro di sé, due solchi di spuma segnavano il tragitto di una via, già percorsa, della quale se ne perdevano la rotta e la memoria. Con il sole a picco, che brucia la pelle e fonde il cervello ed anche l’attenzione, è facile perdere la nozione del tempo. Era ciò che accadeva a Learco - un artista un poco bislacco - mezzo scrittore e mezzo poeta, con la presunzione di saper dipingere sensazioni sull’anima della gente. Accadeva ogni qualvolta metteva in mare il “Caipirinha”, la barca acquistata quando era giunto a Praia Grande, e si avviava, ramingo, a veleggiare lungo il Litoral Sul Paulista, tra la città di Santos e quella di Itanhaém e, talvolta, anche dal lato opposto verso Peruíbe. Tutto era iniziato con la “fine”, o così gli era sembrato. Suona alquanto stramba un’affermazione del genere, ma è così che accadde, un anno prima. Aveva perduto i sensi nell’acqua bollente della vasca della propria stanza da bagno, nella casa di Campinas – città dell’interno paulista a cento chilometri dalla capitale – nell’altopiano dello Stato di São Paulo. A dire il vero, non fu il calore la causa della perdita di coscienza, ma il fatto d’aver reciso le proprie vene con un vecchio, affilatissimo, rasoio “a mano libera” del nonno Francesco: un “Puma” dalla lama d’acciaio di Solingen. Non seppe, esattamente, come fosse andata a finire la cosa, ma si risvegliò con i polsi fasciati in un Ospedale privato: in Brasile ce ne sono molti per chi ha il denaro per pagare. Qualcuno aveva pagato per lui anticipatamente, ma non seppe mai chi fosse stato, né come avesse potuto entrare in casa, giusto in tempo per soccorrerlo. Le uniche cose che erano sparite da casa sua, erano alcuni oggetti d’oro e quindicimila reais che teneva in un cassetto del comò, sotto la biancheria intima. Il suo ignoto soccorritore non si fece mai vivo con lui. Visto che il Cielo aveva disposto che egli vivesse, nonostante la propria volontà contraria, si rassegnò a portare il peso della vecchiaia che, ogni giorno di più, si faceva sentire, divorandogli la vita e le forze virili. Aveva deciso di mutar vita e per prima cosa cambiò di casa e di città, trasferendosi sul “Litoral Sul Paulista”. Laggiù, a quasi duecento chilometri da Campinas, trovò un’abitazione, non molto grande, ma di suo gusto: due camere da letto, un soggiorno con angolo di cottura all’americana, una stanza da bagno. Fuori del corpo principale del fabbricato, in un cortiletto sulla parte posteriore, c’era un altro vano anch’esso con bagno, dove allestì l’atelier di pittura. Nel piazzaletto, posto sulla parte frontale della casa, la cui entrata dava verso la strada, potevano trovar posto -sotto una tettoia - due autovetture protette da una cancellata. C’era d’essere più che soddisfatti, per una single solitario. L’aria di mare aveva sortito un effetto benefico sulla psiche di Learco che, presto, riprese a scrivere ed a dipingere. Il suo stile era, però, mutato dopo la disavventura campinense. Quell’uomo non era più lo stesso: i sui lavori lo facevano capire. Lo stile dei suoi racconti aveva perso il brio abituale e i colori utilizzati per dipingere erano opachi. In ognuno dei suoi quadri apparivano, immancabilmente, soggetti tristi come delle barche, spiaggiate, con le centine fracassate, oppure delle sedie impagliate con qualche gamba spezzata… lattine di “Coca-Cola” schiacciate in una miriade di rifiuti d’ogni genere che egli definiva “…il pattume della moderna civiltà”. Pareva che Learco vivesse la propria esistenza distaccatamente, come se fosse uno spettatore curioso di vedere come la propria vita sarebbe andata a finire e… nulla di più.
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