Chapter 1 GLORIA E UN COMPLEANNO CHE HAI DIMENTICATO
La notte era densa, pesante, come se il mondo stesso trattenesse il respiro.
Erano le 21:37 quando rimisi piede sul territorio del branco Blackwell a Venezia, il territorio settentrionale immerso in quel tipo di silenzio che solo il freddo successo può portare.
Ero appena tornato dal quartier generale medico internazionale.
Il più giovane ricercatore di dottorato in medicina sui licantropi.
Capo sviluppatore del Il risveglio della luna rossa Suppressant, un siero rivoluzionario che ha salvato gli adolescenti Alpha e Omega dal cadere in una furia incontrollabile durante la loro prima trasformazione. Soprattutto quelli con lignaggi instabili. Quelli come mio figlio, Matteo.
Mi ero allontanata da una prestigiosa cena di premiazione a Torino, indossando ancora l'abito di seta blu scuro della cerimonia, con la Medaglione con lupo dorato pesante sul petto.
Durante quelle tre ore di volo, riuscivo a pensare solo ai loro volti: l'orgoglio silenzioso di Lorenzo, il sorriso luminoso di Beatrice, Matteo che mi stringeva la mano.
Volevo che vedessero tutto questo. Avevo bisogno che condividessero con me questa vittoria.
Perché oggi non era solo una pietra miliare professionale.
Oggi era il mio compleanno.
Mi trovavo nel giardino davanti alla nostra villa, con il vento freddo che mi sferzava l'orlo del cappotto, mentre tiravo fuori il telefono, con il cuore che batteva un po' più forte. Non ero sciocca, non mi aspettavo coriandoli o striscioni, ma forse... solo un messaggio. Un SMS.
Qualsiasi cosa.
Le notifiche arrivarono a centinaia. Messaggi da ogni branco del paese. Il Consiglio degli Anziani. L'Istituto Nazionale di Ricerca. Persino due Alfa stranieri inviarono videochiamate di congratulazioni.
Una lama di vento gelido attraversò il giardino, agitando l'erba in un coro di sussurri tremanti. Con il freddo arrivò la notizia che il confine era stato invaso dal branco ostile degli confezione Clearwater.
Ma non una sola parola da Lorenzo. Il mio telefono era praticamente incollato alla mia mano.
Lo schermo si illuminò di nuovo e io lo controllai con le mani tremanti, speranzosa, con il cuore che batteva all'impazzata nel petto.
Era solo una notifica di sistema: "Congratulazioni, dottoressa Luna! Le è stata assegnata la medaglione con lupo dorato!"
Fissai lo schermo. Le mie dita tremavano. Trasparenti sotto il bagliore dello schermo.
Ancora nessun messaggio da parte sua.
Mi sentii sollevata. Controllai la mia lista nera come un'idiota. Niente.
Non aveva davvero detto una parola.
Una risata amara mi è salita alla gola. Forse è occupato. Forse il suo telefono è scarico. Forse se n'è dimenticato. Di nuovo.
Ho inspirato profondamente, cercando di calmare il dolore al petto.
"Non se n'è ricordato negli ultimi sette anni", ho mormorato tra me e me. "Perché quest'anno dovrebbe essere diverso?"
Quando raggiunsi i gradini dell'ingresso, il vento aveva spazzato le foglie secche in piccoli mucchi ordinati sul portico. La porta si aprì prima che potessi bussare.
Lucia, la nostra vecchia governante, sbatté le palpebre sorpresa. “Luna? Perché non ci hai detto che stavi tornando a casa?”
“Ho bisogno del permesso per tornare a casa mia?” La mia voce non era fredda, solo... stanca.
Lucia mormorò; “Ah, un'altra scaramuccia nella guerra domestica”.
“Dov'è Lorenzo? E i bambini?”
Sembrava esitante. “Alpha è... al quartier generale del Consiglio. C'è stato un caso di emergenza stanotte. Beatrice è nella sala della musica. Matteo è andato a giocare nel bosco vicino al confine nord poco fa”.
Non aggiunsi altro. Annuii semplicemente, misi al sicuro la piccola scatola di velluto con la medaglia nella tasca del cappotto e salii al piano di sopra per lasciare le mie borse.
La porta della sala musica era socchiusa. Mi fermai.
Eccola lì.
Beatrice.
Seduta sul pianoforte, con le dita che danzavano sui tasti e le labbra che si muovevano dolcemente mentre canticchiava.
‘Con Te Partirò’.
La sua canzone preferita.
Il petto mi si strinse, un sorriso mi incurvò le labbra. Mia figlia. Il mio piccolo raggio di luna.
“Beatrice”, sussurrai dolcemente, per non spaventarla.
Lei girò di scatto la testa, gli occhi che le si illuminarono per mezzo secondo. “Mamma!”.
Allargai le braccia, ma poi, altrettanto rapidamente, lei distolse lo sguardo.
“Mi sto esercitando”, mormorò, con gli occhi fissi sui tasti. “Papà ha detto che devo prepararmi per il Festival Musicale. Aprirò la cerimonia”.
Mi avvicinai, con voce gentile. “È meraviglioso. Suonerai questo brano?”
“Mmhmm. E anche uno a sorpresa. La zia Allegra mi ha aiutato a sceglierlo”.
La zia Allegra.
Lo disse con tanta disinvoltura, con tanta naturalezza, come se quel nome fosse perfettamente appropriato, come se quella donna fosse perfettamente appropriata.
La medaglia nella tasca del mio cappotto improvvisamente mi sembrò più pesante.
“Sono tornata di corsa per farti una sorpresa...” dissi, lasciando la frase in sospeso. “Pensavo che forse avremmo potuto...”
“Sono occupata, mamma”, disse Beatrice, senza distogliere lo sguardo dal pianoforte. “Per favore, non parlare. Mi fai perdere il ritmo”.
Rimasi lì in piedi per alcuni lunghi secondi di silenzio. Guardandola. Chiedendomi quando ero diventata un'estranea nella vita di mia figlia.
Ma i miei pensieri andarono a mia madre, l'unica vera fonte di calore familiare che avessi mai conosciuto. Se fosse stata ancora qui, non avrebbe importato quanto fossero freddi Lorenzo e Beatrice, il suo abbraccio sarebbe stato un rifugio sicuro.
“Beatrice”, dissi, a voce appena udibile. “Sai che giorno è oggi?”
Lei corrugò la fronte pensierosa, toccandosi la tempia.
“Ehm... non è la sera di pratica lunare prima del rituale?”
Annuii lentamente, deglutendo a fatica. “Sì. Credo di sì”.
Lei non alzò nemmeno lo sguardo.
Mi voltai e me ne andai senza aggiungere altro.
Nessuno si ricordava del mio compleanno. A nessuno importava.
Quando portavo a casa onori, quando tornavo barcollando dal campo di battaglia, quando venivo selezionata per servire nel Consiglio delle guaritrici come una delle pochissime guaritrici in prima linea, ero sempre invisibile.
Il mio sangue, le mie cicatrici, i miei sacrifici per il branco non significavano nulla per la mia famiglia.
Al piano di sotto, Lucia si avvicinò con passo esitante. “Luna... sono riuscita a contattare l'Alpha Lorenzo. Ha detto che la riunione del Consiglio durerà tutta la notte. Ti ha suggerito di riposarti un po'”.
“Va bene”.
Entrai nel corridoio buio e composi il suo numero. Uno squillo. Due. Quattro. Poi rispose.
“Sono in riunione. Possiamo parlare domani?”
In sottofondo, una voce dolce e melliflua si udì dall'altoparlante.
“Lorenzo, torni? Il caffè è già freddo”.
Allegra.
Ho chiuso la chiamata senza aggiungere altro.
Sono rimasta seduta sulle scale per molto tempo, con il telefono stretto nel palmo della mano, cercando di convincermi che non lo sapevo già.
Alla fine, ho scritto un ultimo messaggio.
‘Stasera c'è un festival musicale. Pensavo che potremmo portare i bambini sulla collina.’
Ha risposto dopo quasi venti minuti.
‘Non posso. Stasera ho l'agenda piena. Cancella tutto’.
Nessuna scusa.
Nessuna spiegazione.
Solo un ordine.
Mi costrinsi a spostare la mia attenzione. Dopotutto, c'erano cose più importanti. Fissai la mappa del mondo per un po', poi condivisi la gioia del mio premio con i guerrieri in prima linea. Nel profondo, speravo sempre che qualcuno applaudisse anche me.
Ma il fronte di guerra era cambiato di nuovo e dovevo ritagliarmi più tempo per tenerlo d'occhio ed essere pronto a partire ogni volta che mi chiamavano.
Stavo per salire le scale quando ho sentito la voce di Beatrice dal corridoio.
“Zia Lucia, se la mamma è tornata, significa che non potremo più andare a vedere le meteore con zia Allegra?”
La voce di Lucia era cauta. “Signorina Beatrice... Luna è tua madre”.
La risposta di Beatrice fu come una pugnalata al cuore.
“Ma io voglio che sia zia Allegra la mia mamma. È bella e gentile. Non sembra sempre arrabbiata e spaventosa come la mamma”.
Le gambe mi cedettero leggermente.
Rimasi immobile sulle scale, mentre l'aria usciva dai miei polmoni con un sibilo acuto. Mi aggrappai alla ringhiera come se potesse impedirmi di crollare.
Dentro di me, la mia lupa Chiara emise un ululato ferito.
‘Non siamo più la sua mamma’, sussurrò. Siamo già state sostituite.
Proprio mentre stavo per tornare nella mia stanza, la porta d'ingresso si spalancò.
Bang!
“Ritira quello che hai detto!”
La voce di Matteo era rotta dalla rabbia mentre si precipitava nel corridoio, le guance arrossate dalla corsa, i riccioli castani umidi di sudore.
“Lei è nostra madre!”
Si avvicinò a Lyra con i pugni serrati.
“Ha testato la medicina su se stessa per assicurarsi che non ci facesse del male! È rimasta sveglia per tre notti quando non riuscivamo a controllare le nostre trasformazioni!”
La sua voce si spezzò.
“Che cosa ha fatto Allegra, eh? Che cosa? Ha distrutto questa famiglia! Lei non ci ama, ama solo lui!”
Beatrice si rannicchiò sotto le parole del fratello, ammutolita dallo stupore.
“Non le hai nemmeno augurato buon compleanno”, sbottò Matteo. “Stasera ha ricevuto la Medaglione con lupo dorato, tutti gli Alfa, tutto il Branco la stanno festeggiando. E voi due? Ve ne siete dimenticati”.
Rimasi immobile. Il mio cuore si spezzò, ma allo stesso tempo... pulsò. Un barlume di calore.
Almeno uno di loro se ne ricordava ancora.
Almeno uno mi amava ancora.
Tornata nella mia stanza, aprii il cassetto inferiore della scrivania. La busta era ancora lì, intatta. Le mie dimissioni dal branco. E... i documenti del divorzio che non avevo mai firmato.
Fino a quel momento.
Inserii la Medaglione con lupo dorato nella busta e, dopo un respiro profondo, firmai entrambi i documenti.
La mattina dopo, dopo aver rimboccato la coperta a Matteo che dormiva, entrai silenziosamente in cucina.
Lucia era già sveglia.
Le porsi la busta sigillata. Questa volta le mie mani non tremavano.
“Per favore, consegnalo all'Alpha Lorenzo”, dissi dolcemente.
Lei mi guardò, mi guardò davvero. Le sue mani tremavano leggermente mentre lo prendeva.
Ma lei annuì.