CAPITOLO 2

1117 Words
Capitolo 2 – I fratelli L’abitacolo del veicolo odorava di cuoio e minaccia. Elena era seduta sul sedile posteriore, tra i due fratelli. Una prigione su misura. Alla sua destra, Cassian occupava lo spazio come una roccia occupa un fiume: immobile, massiccio, imperturbabile. Alla sua sinistra, Julian era adagiato con grazia felina, una gamba accavallata sull’altra, il braccio appoggiato con noncuranza sullo schienale proprio dietro la nuca di Elena. Non la toccava. Non ancora. Ma l’aria tra loro era così densa che lei faticava a respirare. Nessuno parlava. L’autista — un omega muto dagli occhi bassi — aveva alzato il vetro divisorio. Erano soli. Tre corpi in uno spazio troppo piccolo per le bugie. Elena guardava dritto davanti a sé. Il parabrezza trascinava la notte: alberi neri, rari lampioni. Non sapeva dove stessero andando. Non sapeva cosa l’aspettasse. L’unica cosa che sapeva era che due paia di occhi la stavano divorando in silenzio. Quello di Cassian era un bisturi. Scendeva lentamente lungo la sua nuca, pesava la curva della spalla, indugiava sull’inizio della gola. Non sbatteva quasi mai le palpebre. Ogni volta che lei si voltava verso di lui, sosteneva il suo sguardo senza esitazione, come per dirle: sì, ti sto guardando. E allora? Quello di Julian era una trappola. Non guardava mai direttamente. Sfiorava. Le sue iridi nere scivolavano su di lei a scatti, si posavano un istante sulla sua bocca, sulle dita serrate sulla coscia, sul sottile bordo del reggiseno che spuntava dalla scollatura del vestito. Poi distoglieva lo sguardo, fingendo indifferenza, ma la mano — quella appoggiata dietro la sua nuca — si muoveva appena, un dito che tamburellava sulla pelle del sedile. Impazienti, pensò Elena. Sono entrambi impazienti. Ma si trattengono. — Hai paura — disse Cassian. Non era una domanda. La sua voce era profonda, quasi calma. Una voce usata per calmare un cavallo prima di salirci in sella. — Sto pensando — rispose Elena senza guardarlo. — A cosa? — A quanto posso resistere senza dormire. Julian lasciò sfuggire una breve risata. Un suono caldo, inatteso, che le sfiorò l’orecchio. — Intelligente — disse. — Sta già contando le ore. — Non sto contando le ore — disse Elena, voltandosi verso di lui. — Sto contando le vostre debolezze. Il sorriso di Julian si allargò. Si chinò appena verso di lei. L’odore di whisky e legno bruciato la avvolse. — Pensi che abbiamo debolezze, piccola preda? — Tutti ne hanno. — Non noi — disse Cassian dall’altro lato. — Non da molto tempo. E fu proprio allora che l’auto affrontò una curva. Elena fu sbalzata verso sinistra, contro Julian. L’anca urtò la sua coscia, la mano si appoggiò al suo petto per non cadere. Sotto la camicia sottile sentì i muscoli: duri, caldi, incredibilmente vivi. Julian non la respinse. Al contrario, la sua mano lasciò il sedile e si posò sulla sua vita. Proprio lì. Abbastanza in basso da farle sentire il pollice sfiorare la parte alta dell’anca. — Scusa — mormorò, con una voce che non aveva nulla di una scusa. — Curva stretta. Lei cercò di raddrizzarsi. La sua mano la trattenne. — Resta — disse semplicemente. — La prossima è peggiore. Elena sentì il calore delle sue dita attraverso la seta. Cinque punti di fuoco sulla pelle. Alzò lo sguardo su di lui — era così vicino che vedeva le occhiaie, una piccola cicatrice sul labbro inferiore, il bagliore scuro delle pupille. — Julian — disse Cassian. Una sola parola. Non una minaccia. Un avvertimento. Julian alzò lo sguardo verso il fratello sopra la testa di Elena. Tra loro passò un silenzio — carico di anni, patti, limiti invisibili. — Sto solo guardando — disse Julian. — Stai solo sfiorando — corresse Cassian. — È la stessa cosa. — No. Con te non lo è mai. Julian tolse la mano. Lentamente. Le dita scivolarono sulla seta, un contatto prolungato apposta, come una carezza strappata a fatica. Poi si rilassò, braccia incrociate, lo sguardo rivolto al finestrino. Elena inspirò. Non si era accorta di aver trattenuto il respiro. — Litigate già — disse. — Promettente. — Non stiamo litigando — rispose Cassian. — Stiamo negoziando. — Su di me? — Su di te. Per te. A causa tua. Si chinò verso di lei. Non come Julian — non scivolando. Come una quercia che si piega, inevitabile. Il suo volto si avvicinò, il respiro caldo le sfiorò la tempia. — Julian vuole assaggiarti subito — sussurrò. — Io preferisco aspettare. Lasciare crescere la fame. Sai perché? Elena scosse la testa, la gola stretta. — Perché una preda affrettata è una carne mal cotta. Io preferisco le carni che hanno sobbollito. Le sue labbra sfiorarono il suo orecchio. Un dettaglio minuscolo. Eppure Elena sentì le gambe cederle. — E tu — disse Cassian — a quale temperatura vuoi essere divorata? Avrebbe dovuto avere paura. Avrebbe dovuto piangere, gridare, colpire i vetri. Ma il suo corpo rispose al posto suo. I seni si indurirono sotto il tessuto del vestito. Le guance si arrossarono. E tra le cosce, un calore lento e umido cominciò a crescere. Lo odiò. Lo disprezzò. Ma non riuscì a spegnerlo. — Non sono carne — disse, con voce tremante. — No — ammise Cassian, rialzandosi. — Sei meglio. Sei una Vance. E i Vance si servono su seta, con catene d’oro. — Non è rassicurante. — Non deve esserlo. L’auto rallentò. Cancelli si aprirono. Elena percepì la fortezza prima ancora di vederla: odore di pietra umida, vento più freddo, silenzio più pesante. Le finestre oscurate le impedivano la vista. Ma sentì l’ombra immensa dell’edificio quando il veicolo entrò nel cortile interno. — Siamo arrivati — annunciò Julian. — Benvenuta a casa, piccola preda. Aprì la portiera e scese. L’aria notturna entrò come una lama fredda. Cassian uscì per primo. Poi le tese la mano. Non un gesto galante — un gesto di possesso. Lei non la prese. Scese da sola, i tacchi che battevano sulla pietra. Nel cortile alzò lo sguardo. La fortezza Blackwood era una bocca di pietra. Torri squadrate, finestre rare, muri spessi tre metri. Nessuna luce. Nessuna vita. — È qui che mi rinchiuderai — disse. — Rinchiuderti, no — rispose Cassian. — Aspettarti, sì. Le fece cenno di avanzare. Julian la precedette, aprì una gigantesca porta di quercia. All’interno, un ingresso gelido, un lampadario spento, ombre che danzavano su ritratti di antenati dagli occhi di lupo. Elena varcò la soglia. La porta si chiuse alle sue spalle con un suono da tomba. Era nel loro territorio. Nel loro rifugio. Tra la lama e l’ombra. E per la prima volta nella sua vita, non sapeva se la paura che la bruciava fosse odio… o desiderio.
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