Chapter 1

1103 Words
ILa casa degli avi Quando si trasferì nella casa degli avi tutti lo considerarono un pazzo. Era finito il tempo dei somari, dei contadini montanari che vissero lassù coltivando l’orto, allevando galline e conigli, il maiale grasso che assicurava carne per un intero anno, raccogliendo asparagi sui monti, funghi nei boschi, le cotecacchie i crispigni gli strigoli, cacciando tordi e lepri, impastando il pane con l’acqua piovana del pozzo e cocendolo al forno. Da mesi era stata messa in vendita, ma nessuno s’era azzardato a comprarla. Arrivarono da Foligno a vederla: commercianti e professionisti affermati in cerca di un luogo appartato assolato per passarci l’estate, per ripulire i polmoni con l’aria fresca e pura di montagna, per ritemprare lo spirito spremuto dalle angherie della città. Lasciavano le auto nella piazza del paese, sovrastato dalla Rocca dei Turri che svetta maestosa sulla cresta di un’erta collina rivestita di elci. Salivano a piedi le strette viuzze per vedere quella casa alle falde del monte Cologna che si slancia imponente e misterioso verso il cielo, fitto di scogli di cespugli di ginestre di ginepri, stracciabrache, regno incontrastato di upupe e di falchi. Arrivati in cima al paese, dopo centinaia di metri di faticosa salita, l’aspettava l’ultima rampa: la più dura. Alcuni di loro rinunciavano all’impresa, ridiscendevano accorti le stradine scivolose, risalivano in auto e sparivano veloci a farsi inghiottire di nuovo dalla città. Altri prendevano coraggio e salivano fin lassù. Ci arrivavano con le gambe tremanti e il fiato che gli usciva dalla gola come da mantici d’organo di cattedrale. Mentre imprecavano sbuffando, guardavano impietriti la casa ridotta a macerie, le pareti piene di ciuffi di muraiola, gli sportelli delle finestre che penzolavano a pezzi, la porta sfondata dell’ingresso. Guardavano la torre di avvistamento, che domina la valle umbra sud, alzarsi titubante verso il cielo. Si chiedevano come avesse fatto a resistere indenne per secoli ai forti venti che lassù soffiano in ogni stagione. Guardavano i cumuli di pietre che ingombravano il piazzale, il dirupo scosceso folto di rovi, covo di serpi e magari di vipere velenose. Guardavano l’orto ridotto a un garbuglio d’erba - scodellina nocca pignola e rogna - intrecciata sui tronchi degli ulivi, tra i rombi della rete metallica che lo circondava. Valutavano le difficoltà che avrebbero incontrato per ristrutturare quella casa raggiungibile soltanto a piedi. Nonostante il panorama sconfinato che gli s’apriva davanti non valeva la pena sopportare tante fatiche. Se ne tornavano indietro schifati, delusi; sconcertati. Salivo raramente su al paese, e ogni volta m’assaliva lo sconforto a vedere la casa dei miei avi abbandonata a se stessa, l’antica torre di avvistamento invasa da licheni, da edere rampicanti che l’avvolgevano completamente e penetravano all’interno dalle finestrelle chiuse da brandelli di plastica trasparente. Quanto mi sarebbe piaciuto fuggire dalla città. Isolarmi a sognare ai margini del cerchio. Quanto mi sarebbe piaciuto scappare dal tetro condominio di periferia. Rifugiarmi tra gli ulivi sotto al monte Cologna, ad ascoltare il sottofondo del mondo arrivare dalla valle con il brusio delle auto che corrono lungo la Flaminia, lo sferragliare dei treni sulle rotaie che collegano l’Umbria alle Marche. Quando raggiungevo la casa, da anni ormai disabitata, guardavo per ore lo spettacolo degradante che m’appariva davanti. Un’angoscia irrefrenabile mi stringeva la gola. Non era giusto che quella dimora fosse ridotta a tana di volpi e di ratti, a nido di uccelli rapaci. Non era giusto che l’antica fierezza fosse ridotta a macerie e crollasse sotto l’impeto delle bufere. I miei avi non avevano pace nella vita eterna dell’aldilà. Percepivo l’eco delle loro voci aleggiare tra le pietre come lamentii di cervi feriti, pianti di corpi straziati, litanie di anime afflitte. Ludovic Swan Ludovic Swan, l’americano, fu per tutti un mistero. Mai che si facesse vedere giù in paese, mai in chiesa o a rifornirsi d’acqua buona della fontana. Non si faceva vedere neanche alla processione del 20 gennaio per la ricorrenza del patrono san Sebastiano. Era un tipo misterioso. Ogni mese attraversava il paese con un piccolo trattore d’agricoltore munito di rimorchio, acquistato a Foligno di seconda mano, carico di rocce e sacchi neri pieni di chissà quali diavolerie. Qualche mattina lo si vedeva salire a piedi dalla piazza, dove parcheggiava la sua station wagon targata straniera, con buste di plastica stracolme di viveri, di bottiglie di vino. Saliva taciturno senza salutare nessuno. Quando qualcuno gli rivolgeva la parola, lui rispondeva bofonchiando brevi frasi in inglese impossibili da interpretare. Tutti erano curiosi di sapere cosa ci facesse in quella casa, ma nessuno aveva il coraggio di andarlo a trovare. Erano intimoriti da quel personaggio che viveva in assoluta solitudine e non si curava degli ulivi nell’orto. Lasciava che gli acini maturi cadessero a terra e marcissero sotto la neve. Anziché l’insalata, nell’orto aveva piantato una tenda canadese dove in estate dormiva nudo perché dentro casa soffocava dal caldo. Nulla si sapeva di lui e nei cinque anni che visse lassù non si fece nemmeno un amico. Mai nessuno che lo andasse a trovare. Solo una volta, nel mese di luglio, salì un corteo di persone vestite con abiti insoliti che parlavano straniero. Avevano lasciato un furgone giallo dipinto con draghi verdi che sputavano fuoco nella piazza del paese. Erano almeno in sei: uomini con i capelli lunghi e la barba, donne spettinate che camminavano scalze. Si fermarono una settimana lassù. Tutti insieme. Chissà cosa mangiavano. Chissà dove dormivano. Alcuni erano convinti che usassero droghe, altri che fossero parenti venuti da lontano, altri ancora pensarono a una setta religiosa che celebrava strani riti propiziatori. Dopo di allora non si vide nessun altro salire fin lassù. Una cosa era certa: Ludovic Swan fu per tutti un mistero. Alcuni giorni, quando il vento soffiava verso Sud con folate taglienti di tramontana, s’udivano rintocchi di martello e scalpello lacerare l’aria; in altri giorni si vedeva un filo di fumo denso e nero alzarsi verso il cielo. Si narrava che era un artista venuto da New York. Un americano pieno di soldi ereditati dal padre industriale morto d’infarto mentre si godeva una vacanza in un’isola sperduta dell’oceano. Lui era un figlio ribelle che dipingeva nudi di donne e scolpiva corpi abbracciati sulle dure pietre di granito. Se n’era andato da New York e dopo anni passati a Roma a sperperare i soldi del padre aveva acquistato quella casa dove s’era rifugiato a fare l’artista. Prima di tornarsene a New York fu visto trasportare con il trattore tante casse di legno inchiodate. Le trasportava in piazza, le caricava su un furgone munito di gru, le spediva in un deposito all’aeroporto di Ciampino; per poi imbarcarle su un aereo diretto in America.
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