IILe vedove
Il giorno che misi piede in questa casa abbandonata ebbi un sussulto di disperazione. Un tanfo acre di muffa impregnava l’aria che filtrava dai vetri rotti delle finestre. Il pavimento di mattoni rossi era coperto di salnitro: una bava biancastra schiumosa mescolata a cacche di ratti, gatti, cani randagi. Le pareti annerite, scrostate, gonfie di umidità. Scaffali componibili di ferro stracolmi di grandi fogli di carta, riviste, stoviglie e pentole accatastate alla rinfusa. Frammenti di roccia granitica sparsi dovunque. Un intreccio di cavi elettrici attraversava il soffitto e s’inoltrava lungo le scale. Tele di ragni avvolgevano ogni cosa. Nella camera il materasso, marcio e strappato, era steso direttamente sul pavimento; e mucchi di coperte, di lenzuoli, indumenti. I due piani alti della torre di avvistamento erano completamente stipati di scatoloni zeppi di tavolette di caolino, di silice, di argilla scura; piccole sculture scolpite sul granito, piatti in terracotta laccata nera. Nei due locali esterni stavano sparpagliati attrezzi di ogni sorta,
tra cataste di tavole e cumuli di rocce.
Quel giorno ebbi l’impressione di entrare in uno squallido magazzino abbandonato. Nel regno della delusione e del disincanto; della costernazione.
Dario Morganti ripulì il piazzale dalle erbacce, dai rovi, dalle pietre che accatastò sotto le piante di fico e di sambuco. Svuotò la casa ammassando ogni cosa all’aperto e selezionò con cura tutto ciò che pensava si potesse vendere. Appese sui muri del paese manifesti scritti a mano con pennarelli rossi e blu, informando che metteva in vendita la roba che l’artista americano aveva abbandonato. Era il mese di agosto e il sole picchiava senza sosta sui muri di casa. Salirono lassù tutti gli abitanti del paese, comprese le vedove. Ce n’erano almeno venti. Si godevano la pensione di reversibilità dei loro mariti alloggiati al camposanto, morti prematuramente con la schiena rotta per le fatiche tra gli ulivi. D’inverno s’aggiravano con le maglie di lana pesanti e gli scialli di fustagno legati sotto al mento, sfidando la tramontana che rallentava il respiro. Nelle sere calde d’estate si radunavano a crocchi a prendere il fresco, a raccontarsi acciacchi, pettegolezzi. In quei giorni di agosto salirono lassù lentamente, con la testa china, le gambe molli, appoggiandosi su nodosi bastoni di ornello, incespicando sui cespi di gramigna che crescevano fitti. Arrivate sul piazzale stramazzavano stordite sulle sedie. Passavano minuti prima che riuscissero a pronunciare qualche parola.
«Che bel posto.»
«Che bel panorama si vede da qui.»
«Però è una faticata salire quassù.»
Salirono Zelia, Menica, Viola, Perella, Adele. Salirono Marietta d’Armando e Pisella e Sandrina, Targisa di Cocchi e la Peppa. Salirono anche Luigina e le altre. Alcune di loro erano accompagnate dai pronipoti che giocavano rincorrendo lucertole e farfalle. Rovistavano curiosi tra le cataste di cianfrusaglie ammucchiate sul piazzale.
«Guarda cosa ho trovato!» dicevano alle nonne.
«Lasciate stare. Non è roba vostra» sgridavano le vecchiette aggiustandosi i fazzoletti fini di cotone sulla fronte e sulla nuca.
Salirono gli uomini con le camicie con le maniche corte sbottonate sul petto. Si sedevano sulle scale esterne, all’ombra del pino, vicino all’ingresso. Portavano bottiglie riempite con l’acqua fresca della fontana. La sorseggiavano e si bagnavano il viso, il collo, le spalle. Salirono le mogli con le gonne leggere, con le gambe e le braccia nude: inumidite dal sudore per lo sforzo della salita.
Tutti erano curiosi di sapere cosa ci avesse fatto l’americano in quella casa, cosa vi aveva lasciato. Acquistarono per pochi soldi oggetti, attrezzi, piatti, pitture su tela e disegni su carta, piccole sculture. Magari con la celata speranza che l’artista venuto da lontano diventasse famoso; comunque belle da appendere alle pareti delle sale e delle cucine; da conservare come ricordo di quel personaggio strano che per cinque anni aveva stravolto la solita vita del paese, sollevato chiacchiere e maldicenze, malignità.
Furono giorni di assemblee popolari. Raccontavano di lui, di vita passata, di vita vissuta, umori, fatiche. Con il ronzio del mondo che arrivava dalla valle. E gli alianti che sorvolavano il monte Cologna.
I lavori di ristrutturazione dell’antica torre di avvistamento
Giovanni il muratore era grosso e robusto. La pancia sorretta da una cintura con un’aquila scolpita sulla fibbia gli sporgeva in avanti come un pallone un po’ sgonfio. La testa calva somigliava a una grande boccia di avorio. Aveva gli occhi larghi con le pupille turchesi, le sopracciglia folte, ingrigite. Le mani grosse con le dita tozze, e le unghie piatte quadrate acciaccate, sempre sporche di calce scura. La sua vita era tutta dedita ad alzare ponteggi, coprire tetti di coppi, livellare massetti e piastrellarli col cotto. Le sue giornate scorrevano in fretta tra pale e badili, martelli e scalpelli, cazzuole e livelle. Tutto il resto non lo interessava. Mai una volta che si ponesse questioni più in là del suo mestiere di muratore nel quale si considerava un maestro. Mai al cinema, mai a teatro, mai ad ammirare le opere esposte in un museo. Mai un sospiro di fronte al tramonto, sotto al bianco pallore lunare. Mai uno sguardo verso il cielo notturno disseminato di stelle. Mai un taglio, una scossa, un mutamento alla vita di sempre.
Mario era riflessivo e prima di agire pensava, studiava, valutava pignolo per darsi un po’ di arie d’importanza. Era un uomo tarchiato, con le spalle larghe. Gli occhi scuri, vispi. La faccia scavata. Non praticava usualmente il mestiere di muratore, ma s’adattava se qualcuno glielo chiedeva. Era bravo a erigere muri di pietra, riparare i tetti, ammattonare i fondi rustici. E poi guidava il trattore, potava gli ulivi. La sua vita scorreva serena tra incombenze che gestiva senza grossi sforzi mentali. Una vita tranquilla tutta spesa tra i muri di casa e i vicoli del paese.
Due paesani semplici, in pace con se stessi, senza ambizioni né grandi pretese, se non quella di stare in buona salute. Raccontavano soltanto di caccia al cinghiale e degli appostamenti dietro al capanno sul monte Cologna al rientro dei tordi.
Giovanni e Mario si erano assunti il compito di ristrutturare l’antica torre di avvistamento controvoglia, consapevoli delle difficoltà che avrebbero incontrato. La torre, infatti, si ergeva insicura, piena di crepe, con gli zampini del tetto spezzati, marci di umidità. Le scosse di terremoto che da due settimane facevano tremare l’Umbria l’avevano ridotta in uno stato di pericolosa instabilità e rischiava di crollare se i tremori della terra non si fossero placati. Oltre al timore che incuteva la precarietà di quelle pietre antiche, erano preoccupati per gli sforzi da patire per portare fin lassù le travi e tutti i materiali occorrenti per una ristrutturazione che a loro parere era pura follia. A cosa mai poteva servire quella torre? Tre minuscoli locali con i muri bombati e convessi, l’ultimo piano collegato da un ripido scalone di legno. Non era meglio abbandonarla al suo destino? Ma Dario Morganti era proprio deciso. Non poteva permettere che l’antica torre crollasse a causa degli impeti della natura. Non poteva lasciarla indifesa al martirio di un sisma senza fine. Ormai era ridotta a un nido di nottole, gufi, civette e barbagianni, e di notte era tutto un mescolio di fischi soffocati, battiti d’ali spampanate.
Ci misero tre giorni per innalzare il palco fin sul tetto della torre. Con fatica fecero salire le pesanti travi di castagno. Le legavano alla fune d’acciaio del montacarichi e poi, a scatti radi e brevi le issavano sul palco. Le travi dondolavano, s’incapricciavano, s’infilavano tra i tubi. Arrivate in cima le tenevano strette gridandosi i comandi e gli sfottò. Poi le tiravano sul tetto e le incassavano sul cordolo di ferro.
Dopo aver rifatto il tetto scrostarono le pareti della torre. Riportarono alla luce le antiche pietre ricoperte da un intonaco nerastro, da licheni, piante rampicanti. I rintocchi dei martelli laceravano l’aria calda di ottobre. I calcinacci cadevano sui tubi del ponteggio, sulle tavole di legno, sui coppi dei tetti sottostanti.
Io seguivo i lavori dal piazzale di casa, tutto ingombro di mucchi di rena, sacchi di cemento, rotoli di guaina, fogli di rete metallica, pile di pianelle, vecchi coppi rotti ammonticchiati dappertutto. Pettirossi cardellini cinciallegre cinguettavano tra i rami del pino. Lucertole muraiole olivastre verdognole grigiastre si crogiolavano tra le pietre calde ammassate sotto le piante di fico e di sambuco. Più volte al giorno salivo tra i tubi del palco fino al piano più alto. Ammiravo la valle splendente di luce, Montefalco sdraiato sulla collina, Giano dell’Umbria, i paesini sperduti alle pendici dei monti Martani. Ammiravo le grandi pietre chiare striate di grigio, le pietre rosate con venature bluastre. Le ripulivo con la spazzola d’acciaio, le lisciavo con i polpastrelli delle dita, le accarezzavo, le baciavo. Io quelle pietre le amavo.