Capitolo 18 – Il gioco del playboy

1218 Words
— Infatti, dico io sedendomi sulla sedia che Lucas mi porge, molto vicino a lui. È una dichiarazione d'indipendenza. La partita inizia. Le fiche schioccano sul tappeto verde. Gli sguardi sono affilati come rasoi. L'aria intorno al tavolo vibra di una tensione quasi erotica. Le escort di lusso che accompagnano i giocatori sono appena vestite, gioielli su pelle nuda, corpi rifatti, sorrisi professionali. Ma sono io quella che tutti guardano. Lo so. Sento lo sguardo bruciante di Lucas sul mio profilo, e lo sguardo glaciale di suo padre di fronte. Sono il talismano e la sfida, la ricompensa e la minaccia. Sofia Il gioco mi annoia profondamente. Gli uomini intorno a questo tavolo trasudano testosterone, avidità e paura di perdere. Predatori in colletto bianco che si giocano fortuna e reputazione su un paio di carte. Il rumore delle fiche, lo sfregamento delle carte, i mormorii calcolati – tutto questo mi stanca di colpo. Mi scuso con un gesto leggero e mi alzo. Mi dirigo verso il grande bancone del bar di marmo nero che occupa il fondo della sala VIP. Ho bisogno di un istante per respirare, per sfuggire alla pressione di tutti quegli sguardi, per arginare il flusso di adrenalina che pulsa nelle mie vene. Il barista, un giovane in giacca bianca, mi riconosce immediatamente. Sgrana gli occhi. — Una coppa di champagne, per favore. Brut. Il migliore che avete. — Subito, signorina dos Santos. Mi appoggio con i gomiti al bancone, la schiena girata alla sala. Le bollicine fresche dello champagne esplodono sulla mia lingua, ma non raffreddano il fuoco interiore che mi consuma. Cerco di calmare il respiro. Il mio cuore batte troppo forte. Sempre quella sensazione da quando ho indossato questo abito. E poi, lo sento. Questa sensazione. Un formicolio elettrico sulla nuca. Un calore diffuso, quasi insopportabile, che nasce all'incavo dei miei reni e risale lungo la colonna vertebrale. Un calore che non ha assolutamente niente a che vedere con l'alcol. È un fuoco di altra natura. Più primitivo. Più pericoloso. Giro la testa, molto lentamente, verso il tavolo da poker. Lucas non gioca più. Ha abbandonato le carte, spinto le sue fiche davanti a sé con un gesto di totale indifferenza. Il suo busto è girato verso di me, il braccio negligentemente posato sullo schienale della sedia vuota accanto a lui. Ma tutto questo, lo percepisco appena. Sono i suoi occhi. I suoi occhi neri. Non guardano che me. Ed è un attentato. Non è uno sguardo. È un possesso. Una violenza carnale condivisa in anticipo. I suoi occhi scivolano dal mio viso alla gola, scendono lungo la curva del collo, si attardano sull'attaccatura del seno che l'abito fascia appena. Seguono la linea della mia vita, dei miei fianchi, scendono lungo lo spacco maledetto che rivela la mia coscia fasciata di seta e l'attaccatura delle giarrettiere. Poi risalgono, con la stessa lentezza con cui sono scesi. Non batte ciglio. Neanche una volta. Non respira. Non vede nessun altro in quella sala affollata. Mi sveste con una lentezza deliberata, una competenza oscena, un'attenzione chirurgica che mi mozza il fiato e mi svuota i polmoni. La distanza tra noi, quei quindici metri di tappeto rosso, di fumo di sigaro e di mormorii mondani, non esiste più. È abolita. Non ci siamo che noi due in un universo parallelo dove il tempo si è fermato. I suoi occhi mi stanno facendo l'amore. Lì. In pubblico. Davanti a suo padre. Davanti ai senatori. Davanti alle prostitute di lusso. Davanti ai croupier ammutoliti. E tutti possono vederlo. Il mio cuore è un tamburo di guerra nel petto. Un calore viscido, liquido, nasce nel fondo del mio ventre e si irradia per tutto il corpo. Le mie guance si arrossano di un rossore che non controllo. Il mio respiro si blocca in gola. Le dita mi si serrano così forte sul flute di champagne che temo di spezzarlo. Non è più desiderio quello che provo. È una deflagrazione. Un precipizio che si apre sotto i miei piedi. Allora lui solleva il bicchiere di whisky nella mia direzione. Il gesto è lento, deliberato, perfettamente controllato. Un brindisi silenzioso. Una sola parola sembra formarsi sulle sue labbra, una parola che leggo più che sentirla, una parola che mi trafigge come una freccia. — Presto. La vertigine mi afferra. Manco di vacillare sui miei tacchi a spillo. Lo so – lo so con una certezza viscerale – che non sta parlando del momento in cui tornerò a sedermi al tavolo. Parla di noi. Dell'inevitabile. Della caduta. Di quella frazione di secondo in cui il desiderio accumulato esploderà finalmente. Distolgo lo sguardo per prima. Le mie dita tremano. Vuoto il mio flute tutto d'un fiato. Le bollicine mi strappano una smorfia. Ho appena perso l'unica battaglia che ero venuta a vincere. Sono venuta da regina, pronta a dominare il suo mondo. E gli è bastato uno sguardo per ridurmi a una donna che brucia. So che dietro di me, lui sorride. Lo sento. --- Sofia No. Non fuggirò. Non gli darò la soddisfazione di vedermi battere in ritirata. Recupero la padronanza in un secondo, il tempo di inspirare profondamente, di lisciarmi il vestito con un gesto impercettibile, di rialzare il mento. Sono Sofia dos Santos. Ho piantato uno spillone nella mano di un predatore senza battere ciglio. Posso affrontare uno sguardo rovente senza fondermi. Torno verso il tavolo VIP. Ma non riprendo il mio posto, la seggiolina tranquilla accanto a Lucas. No. Faccio il giro del tavolo, lentamente, i miei tacchi a spillo che schioccano sul marmo nero come colpi di cembalo in un'opera. Tutti gli sguardi sono calamitati dal mio abito, dalla mia andatura, da quello spacco che si apre e si richiude sulla coscia a ogni passo. Avanzo con la lentezza sovrana di una pantera che ispeziona il suo territorio. Constato allora ciò che avevo intuito senza vederlo: una nuvola di donne si è formata intorno a Lucas in mia assenza. Ammiratrici, divoratrici di eredi, habitué del casinò che girano intorno all'uomo più potente della sala come squali intorno a una preda. Sono belle, scultoree, vestite con abiti firmati. Lui le ignora con un'indifferenza assoluta, gli occhi sempre fissi verso il bancone del bar dov'ero io. Una di loro, una bionda ossigenata dalle forme oltraggiosamente rifatte, l'ultima amante in ordine di tempo di Pedro Alves, dice la voce, si china verso Lucas e posa una mano audace sulla sua spalla. La sua mano dalle unghie interminabili, laccate di rosso. È il segnale che aspettavo. Mi avvicino da dietro, silenziosa. La bionda mi vede arrivare, sgrana gli occhi, ma non ha il tempo di reagire. Scivolo, con una disinvoltura sovrana, una grazia fluida, sulle ginocchia di Lucas. La mia mano libera si posa sulla sua nuca, le dita che sfiorano la sua pelle abbronzata, i suoi capelli. Sento il suo polso battere sotto le mie falangi. Lui non sobbalza. Non un trasalimento. Come se sapesse che sarei venuta. Come se non aspettasse altro da quando mi ha guardata al bar. Il suo braccio mi cinge immediatamente la vita, la mano calda che si apre sul mio fianco, le dita che sposano la mia curva con una familiarità possessiva. La bionda ritira la mano come se avesse toccato una piastra rovente, il suo viso si scompone in una maschera di furore impotente.
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