La Fine
Valerie
— Quindi, è così che finisce.
Stavo per svenire nonostante i rumori attorno. Avvertivo solo un dolore accecante, il caldo umido sulla mano e la certezza di essere stata colpita.
Colori invasero la mia vista prima che tutto diventasse chiaro. Ero a terra. Mani che riconobbi come quelle di Mina, la mia domestica, mi stringevano.
— Luna Valerie — pianse lei. Il ricordo di poco prima filtrò nella mente.
Una semplice riunione del branco quando una serva aveva puntato una pistola contro di lui. Nessun altro se n’era accorto.
— Un saluto dall'Alfa Alistair — sibilò l'assassina.
Prima di capirlo, ero corsa a fargli da scudo e ora… ero qui.
Mi girai di lato per cercarlo.
Mio marito. Mio compagno predestinato. Il mio unico amore. Tristan stava trascinando Alyn, mia sorella, lontano dalla scena. La tirava indietro mentre lei cercava di raggiungermi. Non una volta i suoi occhi si erano posati su di me.
Mi ero sacrificata per lui. E lui non riusciva nemmeno a guardarmi. A prestarmi attenzione. I suoi occhi, come il suo cuore e la sua attenzione, erano solo per mia sorella.
Una lacrima mi scivolò dall’occhio mentre sentivo il ventre caldo di sangue. Il nostro bambino. Perso.
Ero già al quinto mese. Non si vedeva, dopo quella notte da ubriachi passata insieme. Nessuno lo sapeva. Soprattutto lui.
Dopotutto, era una gravidanza nascosta.
Speravo di rivelarlo presto. Ora non sarebbe mai successo.
Mi sollevarono e mi ritrovai in una stanza fredda mentre il dottore del branco mi visitava.
— Mi dispiace, Alfa, ma la ferita è troppo profonda e il sangue è già perso. A questo punto non possiamo aiutarla — disse.
Me l’aspettavo. Sentirlo fu ancora più devastante.
Era ufficiale. Non c’era salvezza.
Non sentii cosa dissero dopo, ma il dottore del branco uscì. Volevo chiamare Tristan. Anche lui aveva lasciato la stanza, lasciandomi sola con Alyn seduta al mio capezzale.
Passarono secondi. Il suono del mio respiro riempiva le orecchie. Percepivo la sua presenza accanto a me. Non disse nulla.
Finché non lo fece.
— Ora che sei in questo stato, ti dico un segreto, sorella? — sussurrò.
La confusione invase i miei sensi annebbiati. Forzai gli occhi ad aprirsi e vidi uno sguardo orribile.
Stava sorridendo.
— La verità è che sono felice che tu stia morendo.
Un brivido mi trafisse per quelle parole.
— Dal momento in cui sono entrata in questo branco e in questa famiglia, non ti sopportavo. Non sopportavo l’attenzione che ricevevi, né i privilegi che avevi. Così mi sono assicurata di portarti via tutto.
L’orrore mi invase. Capii cosa intendeva.
Un tempo ero l’unica figlia della famiglia del Beta. Finché un giorno i miei genitori non trovarono lei, una bambina. L’avevo accolta come sorella, pronta a prendermene cura. Poi il mondo attorno a me si era distorto.
All’improvviso i miei genitori non mi guardavano più. Anche il branco sembrava preferire lei. Avevo provato a oppormi. A lottare. Eppure, per tutti ero sempre la seconda. Anche per il mio compagno.
Rise. E quel suono che tutti paragonavano a una dea mi sembrò quello del diavolo.
— Non puoi fare più nulla, quindi confesserò tutto — disse.
E lo fece. Ero impotente. Immobile. Incapace di fare altro che ascoltare ogni parola. Ogni macchinazione. Ogni finzione. Come si era dipinta da vittima mettendo me al centro. Come aveva insinuato bugie e voci su di me mentre appariva innocente. Andava avanti da anni. Da quando eravamo bambine.
Ero inorridita. Per quanto avessi voluto odiarla in passato, mi ero sempre trattenuta. Credevo fosse solo sfortuna. Pensare che fosse tutto intenzionale…
Non so quanto tempo passò. Minuti o ore. Quando finì, sospirò con scherno.
— Non devi preoccuparti della famiglia o del branco. Tanto non gli è mai importato di te. In poco tempo si dimenticheranno di te. Del tuo sacrificio. E io prenderò il tuo posto. Lo stesso vale per Tristan — ridacchiò come se avesse detto una battuta.
— Hai visto come si è comportato prima. Anche se sei in questo stato per colpa sua, gli importa solo di me. Potresti essere stata la sua compagna, ma sono io quella che ama davvero. Non è nemmeno qui a vederti morire. Non preoccuparti. Mi prenderò cura di lui come prossima luna.
— Chissà? — canticchiò. — Magari un giorno, quando partorirò suo figlio, le darò il tuo nome. Come un trofeo. La gente penserà che sono gentile e sentimentale. Ma solo io saprò la verità. La verità è che ho vinto io.
Volevo scattare. Urlare. Infuriarmi. Ma ero troppo debole per ribellarmi. La vita mi stava abbandonando. Sapevo di essere appesa a un filo. Un filo che si assottigliava ogni secondo.
Tristezza e rassegnazione mi invasero. Tutto il mio amore. I miei sforzi. I miei sacrifici. Per cosa?
Per un uomo che non mi amava. Che mi respingeva. Che mi disprezzava a ogni occasione. Per una sorella che mi aveva tradita, costruendo la mia rovina. Per una famiglia che non mi amava da tempo. Per un branco che non aveva mai apprezzato i miei sforzi e mi guardava dall’alto.
Il mio bambino e io stavamo morendo. E non trovavo conforto nei miei ultimi istanti. Nessuna delle persone che amavo era qui. A nessuno importava.
I miei ultimi momenti erano testimoniati solo da Alyn e dalla sua fredda, malvagia verità.
Sentii una lacrima scivolarmi dall’occhio. Ma la sensazione sparì subito.
Se potessi rifare tutto…
— Addio, Valerie — la voce di Alyn echeggiò. Respirare diventava più difficile. Il freddo prese il sopravvento. Tirai un ultimo respiro tremante e…
…
Era come nuotare nel buio per un’eternità quando un suono acuto ruppe quella quiete serena. Cercai di ignorarlo finché non sentii qualcosa solleticarmi. Sbattii le palpebre e incontrai una luce forte.
Era così il paradiso?
— Luna, si svegli — guardai e trovai Mina davanti a me.
— Cosa? — sussultai, incredula.
Lei sorrise. — Ha ancora sonno, luna? Purtroppo non c’è tempo e la dea sa che lei non lo permetterebbe, se fosse in sé.
Il cuore mi batteva forte mentre mi mettevo seduta, guardandomi intorno.
Questo era il mio letto. La mia stanza.
— Come… — mi bloccai, scioccata.
— Tutto bene, Luna?
Incontrai il suo viso confuso. D’istinto mi ricomposi, trattenendo lo shock.
— S-sì — balbettai. — Ho bisogno di tempo per riprendermi.
— Certo — sorrise, girandosi. Aspettai che uscisse dalla stanza prima di alzarmi.
Era un sogno? Mi pizzicai e il cuore mi si fermò per il dolore che sentii. Tutto sembrava reale.
Ero morta. Come potevo essere di nuovo qui? D’istinto afferrai il telefono, guardando la data.
30 aprile.
Non aveva senso. Erano mesi fa. Molto prima che io…
Sussultai quando capii. Il mio ultimo pensiero…
Se potessi rifare tutto…
Mi pizzicai di nuovo per essere sicura che fosse reale.
Era qualcosa che credevo impossibile. Roba da favole e storie per bambini.
Ero rinata!
Erano quasi tre mesi fa. Una settimana prima dell’anniversario della nostra cerimonia di accoppiamento. Ero luna da un anno ormai. Ero ansiosa di far funzionare qualcosa senza critiche. E invece no. Ricordavo le voci che avevano segnato tutta la festa. Gli sguardi. L’umiliazione. I pettegolezzi su tante cose. Inclusa la mia sterilità.
Aspetta…
Sussultai, portandomi una mano al ventre. Se ero tornata qui, allora significava che anche il mio bambino era tornato.
Le lacrime mi punsero gli occhi. Anche se il ventre restava piatto, come nei mesi della mia gravidanza nascosta, lo sentivo.
Cosa dovevo fare ora?
Prima che potessi pensare, un colpo forte mi fece voltare. Era proprio il mio compagno predestinato e marito, Tristan, che aveva spalancato la porta.