1 rosso

1419 Words
1 rosso Tutto un appartamento del secondo piano, verso il mare, era stato riservato dalla Direzione dell’«Excelsior» a lord e a lady Quebenquey, i quali al momento dell’imbarco avevano annunziato il loro arrivo da Bombay. Erano giunti al Lido, col seguito di due domestici, di due segretari e di una cameriera. Uno dei domestici era un cinesino alto un metro e quaranta e giallo come l’itterizia. Dei due giovani segretari, uno aveva il nome e l’accento francesi: visconte Jacques de La Porte. Nome ridicolmente romanzesco, fece osservare il direttore dell’albergo ai giornalisti, quando si trovò anch’egli in diretto contatto col dramma. E costui, lo si seppe quasi subito, era il segretario particolare di lady Anna. Dal giorno dell’arrivo, il sette agosto, lord Edgard era rimasto chiuso in quelle stanze dell’appartamento, che si era riservate e nelle quali, come in tutte le altre del resto, il personale dell’albergo non aveva ingresso per alcuna ragione. Soltanto alla sera egli scendeva per andare al Casino, dove rimaneva sino all’alba. Lady Anna, invece, passava la giornata alla spiaggia, in acqua o nella sua cabina, ravvolta in una vestaglia di seta pesante, di un verdemare iridescente, abitata da strane apocalittiche figure animalesche ricamate a rilievo in argento. Lì sempre l’accompagnava il suo segretario, che era snello, bruno e aveva uno sguardo fuggevole e sfrontato nello stesso tempo. Alle dodici della notte, il grande albergo cosmopolita del Lido cominciava a vivere le su ore più intense e rumorose. Le terrazze sul mare vibravano di danze. Dalle finestre del primo piano, dove aveva sede il Casino Municipale, usciva un denso chiarore e nelle pause dei due jazz, un suono uniforme, monotono, una specie di alto brusio da alveare. Al secondo piano, si aprivano le sette finestre dell’appartamento di lord e di lady Quebenquey. E di esse soltanto una era illuminata, ché il chiarore basso e rossigno di altre due non poteva essere percepito dall’esterno. Lady Anna era distesa sopra un divano in quella stanza dalle due finestre rossigne. Una lampada ardeva dentro un bruciaprofumi di porcellana di Meissen diafana e madreperlacea, rosata come la pelle di una giovinetta. Per quanto le grandi finestre moresche fossero spalancate, un greve odore dolcigno stagnava tra le pareti coperte di damasco della stanza, sui mobili, e sembrava esalare dal pavimento, come un miasma. La pendola massiccia sul caminetto aveva appena cessato di battere il dodicesimo colpo, che la porta della stanza si aprì silenziosamente e una figura bianca, così piccola da sembrare quella di un bimbo, scivolò nell’interno. Camminava come per virtù di levitazione e i suoi movimenti, brevi, precisi, quasi non facevano agitare l’aria. Traversò la stanza e andò a inginocchiarsi davanti a un piccolo tavolo, accanto al divano. Dopo qualche istante d’immobilità, trasse dalla manica del camice bianco una scatoletta di fiammiferi e accese una lampada d’argento a un sol becco ricurvo. Poi cominciò una sua bizzarra operazione. Immerse un lungo spillo d’oro in un piattello concavo colmo di una bruna sostanza vischiosa e lo ritrasse con una goccia perlata, che avvicinò alla fiamma della lampada. Quando la goccia brillò rossa come rubino, la intrise e la impastò contro il fornello di una pipa di ebano e oro. Poi con agili movimenti la girò, la stirò, affinandola. Ogni tanto, si volgeva a guardare il divano, dove lady Anna rimaneva distesa immobile, il capo sui cuscini e le braccia ad ansa con le mani riunite dietro la nuca. — No, Chan!... Questa notte, no. La figura balzò in piedi e la si vide inchinarsi col volto a terra. — Accendi... La grande lampada da chiesa pendente dal soffitto splendette, fugando le ombre opache, dando consistenza al miasma odoroso. Lady Anna si sollevò a sedere. Era in abito da sera di seta nera, scollato, le spalle e le braccia nude. I capelli di un rosso tizianesco, bruciato e caldo, le si aprivano bizzarramente in volute morbide a mezzo della fronte, sollevandosi con la grazia architettonica dei fiori di un capitello. Sotto quella pettinatura classica, da cortigiano ateniese, il volto di un biancore marmoreo aveva linee asimmetriche e il taglio della bocca era pieno morbido inquietante, come lo sguardo degli occhi verdi. — Va’, Chan... e mandami il visconte. Il piccolo cinese depose la pipa sul tavolo nel vassoio d’argento, e s’inchinò di nuovo. Poi scomparve dalla porta per la quale era entrato, con quel suo passo quasi irreale, che sembrava non sfiorare neppure il pavimento. Lady Anna si alzò e andò alla finestra. Oltre le pedane illuminate delle terrazze, brulicanti di una folla colorata, la linea delle tende oscure, poi la spiaggia e il mare immoto. La sera era divinamente bella, come un miracolo o come un sogno. — Entrate. E si volse, appoggiandosi col dorso al davanzale. — Milady? Jacques de La Porte si era fermato in mezzo alla stanza. In abito nero, egli poteva sembrare un danzatore di locale di gran lusso o un diplomatico o un cameriere. Aveva il volto bruno immobile e quel suo sguardo fuggevole guizzava. — Il discepolo Anselmo? — Gli ho dato appuntamento per la una. Era il vostro ordine. Ma io temo, milady... — Che cosa temete, Jacques? La voce di lady Anna era dura, discordante, in certe inflessioni rauca, quanto quella del suo segretario suonava soffice, carezzevole, di velluto. — Temo che il discepolo Anselmo... non soddisfi interamente il senso delle convenienze e dell’opportunità di lord Edgard... — Oh, mio marito questa volta non se ne accorgerà neppure... È arrivato il capitano Kettering? — Alle undici, milady... Almeno, credo... che sia arrivato... Sir Edgard è andato a prenderlo alla stazione... — Ma voi li avete veduti tornare? — No, milady... La donna tacque. Si volse a guardare il mare. Jacques non si mosse. — Che cosa pensate, Jacques, del discepolo Anselmo? Il giovane non rispose. — Vi ho chiesto che cosa ne pensate! Si era di nuovo voltata e fissava negli occhi il suo segretario, cercandone lo sguardo. Questi sorrise ambiguo. — Avete torto! — Torto a sorridere... o a pensare quel che penso? — A sorridere per quel che pensate! — L’abitudine! Nessuno oggi crede a quel che pensa. Ma il discepolo Anselmo sa ottenere che gli altri, e soprattutto le altre, credano in lui. Non nego il risultato, ma, se milady volesse darmi ascolto, non gli crederebbe più di quanto a Vienna credette nel dottor Freud... Lady Anna alzò le spalle. Un sorriso amaro le apparve sulle labbra rosse. — Ho bisogno di credere in qualcuno!... E non ci riesco! Non credo neppur più nell’oppio, oramai!... E indicò il piccolo tavolo sul quale la lampada ardeva. — Ho paura!... Parlava adesso senza più guardarlo, per se stessa. — Ho paura che la mia pelle arsa si screpoli... che la carne si afflosci, che il mio cervello si turbi... Già le mie arterie hanno avuto battiti precipitati, ho sentito il sangue rarefarsi qui, al principio della spina dorsale, nelle meningi... No... non voglio morire... Ebbe un riso stridente: — Mio marito ne sarebbe troppo lieto!... Si volse ancora verso il giovane. — Allora? Che mi resta?... Che cosa mi resta per distrarmi? Voglio credere in lui!... Nel discepolo Anselmo... — Credere in lui, senza aver fede nella sua religione può essere vizio... E credere nella sua religione è stoltezza... — Sciocco! Fece qualche passo per la stanza. — E se del discepolo Anselmo volessi... servirmi?... Visibilmente, l’uomo ebbe un fremito. — No?... — Chi sa? — È un gioco pericoloso?... — Vedremo... Siamo giunti al punto che un gioco... questo o un altro... bisogna giocarlo. Da un angolo della stanza sorse improvviso un suono smorzato, rimbalzante. Tutti e due si volsero. Lady Anna tese la mano. — Rispondete, Jacques... Forse, il discepolo Anselmo ha anticipato... Il segretario andò nell’angolo, sollevò una pupattola di seta e raso e scoprì il telefono. — Pronto?... Ascoltò, poi si volse. — Il capitano Kettering chiede di essere ricevuto da voi, milady. Arriva dalla stazione non si è incontrato con lord Edgard. Lady Anna ebbe un gesto. — Mio marito non avrà voluto perdere neppure una serata di gioco. Ditegli di andarlo a cercare al Casino. Jacques parlò di nuovo al telefono; lentamente, depose il cornetto. Era assorto. — Ebbene? — Ci va... — E voi?... La voce rauca della donna era sferzante. — E io... sono io che ho paura, milady! La fissava con occhi pieni di terrore. Lady Anna tornò alla finestra. Poiché i due jazz tacevano, dal basso saliva il brusio metallico del Casino. Uno sciame di api dal ventre di ottone.
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