2 nero

2117 Words
2 nero L’omino aveva la più ineffabile giacca bianca che si fosse mai vista. E lui stesso era unico. Soltanto perché in quella sala si giocava, egli poteva non sollevare attorno a sé un coro di esclamazioni, ondate di riso. Aveva il musetto da faina, con due occhi a succhiello sotto l’arco delle sopracciglia sporgenti. Il naso affilato, dalle nari palpitanti. La testa dolicocefala era coperta di capelli neri, tagliati a spazzola, con qualche screziatura grigia. E tutto il volto gli si tendeva in avanti, come se lui fiutasse in sempiterno. Tra la folla degli uomini in smoking bianchi e neri e delle donne seminude, ingioiellate, cariche di profumi e di colori, egli si aggirava rapido, con le mani in tasca, sicché la giacca bianca, troppo lunga, gli si sollevava sul di dietro in modo ridicolo fino alle anche, scoprendo interamente le gambette nere, che terminavano con due piedini calzati di scarpe a elastico, lucide come specchi. Dopo aver fatto il giro della sala — e quell’abbagliante salone, che parecchie vetrate tra colonna e colonna dividevano, era sterminato — si ritrovò di dove era partito, vale a dire davanti all’arcata dell’ingresso. I due valletti in giacca turchina col tagliente rostrato della gondola sui risvolti, e l’ispettore in smoking nero lo guardarono e non diedero segno alcuno di meraviglia. Con gli occhi sempre rivolti al corridoio d’entrata, l’ispettore gli si fece accanto. — Serata piena! — mormorò. — Il denaro corre... — sentenziò l’omino; poi aggiunse in fretta: — Gira a tondo, invece!... E cade in un buco... — Eh! — ghignò l’ispettore. — È una malattia!... Se a tutti costoro si desse una solenne bastonatura prima d’entrare, verrebbero lo stesso e si metterebbero in fila per riceverla. L’omino lo guardò. Entrava un gruppo di dame esotiche. Una era tutta vestita d’argento, come un candelabro. E dietro, un’altra maledettamente sghimbescia, che camminava a balzi, così coperta di brillanti, sulle braccia, sul collo, sul petto, da sembrar che si fosse messa un’armatura splendente. L’omino batté le ciglia e si dondolò sulle gambe. Un altro ispettore, in giacca bianca questo qui e con l’aspetto di vecchio colonnello in ritiro, si avvicinò all’omino, venendo dall’ingresso. — Siete stato nella sala tutta la sera? — Uhm!... Che c’è di nuovo? — Volete venire in direzione? Potrete rendervi utile... I due valletti si erano accostati, per ascoltare. L’omino batteva gli occhi. Doveva essere un tic nervoso, in lui. Volse il capo a guardare la sala. — Venite presto! C’è un commissario di polizia... L’omino sospirò. — Mi tolgono il pane di bocca! — disse e infilò l’arcata, seguìto dallo smoking bianco. Entrarono in una porta laterale, nascosta da tende pesanti; fecero un corridoio ad angolo. La direzione era una cameretta dove due scrivanie si facevano fronte, occupandola quasi per intero. Seduto a una di esse stava un uomo calvo, in giacca grigia, col volto glabro, senza ciglia neppure. Ma gli occhi scuri gli brillavano talmente da sembrar due carbonchi incastonati in una pagnotta di pane bianco. Si doveva fare uno sforzo, per guardarlo in faccia. Presso di lui si teneva un giovanotto bruno assai elegante, che aveva tra le mani un portasigarette d’oro e non lo apriva, ma lo accarezzava macchinalmente, intento com’era a non perder un gesto dell’uomo seduto, pronto a servirlo. L’omino entrò, batté le ciglia e si tolse le man di tasca. — Oh, il mio amico commissario!... Qual tragedia si è abbattuta su Venezia e sul Lido perché voi siate qui, commissario De Vincenzi. De Vincenzi, che stava in piedi presso l’altra scrivania vuota, sorrise. — Avrei dovuto immaginarlo! E comincio davvero a temere che si tratti d’una tragedia, e trovo qui voi, signor Curti Bò. Vladimiro Curti Bò fece un saltino verso di lui e parlò in fretta. — Mi ci trovo come impiegato del Casino, commissario... Il commendatore ha creduto che io potessi essergli utile... — Mi valgo dell’opera del signor Curti Bò — intervenne il commendatore, mentre tendeva una mano verso il portasigarette d’oro del suo segretario e ne prendeva una sigaretta — per un ufficio alquanto speciale, commissario. In un’azienda come la nostra, occorre esser preparati a tutto. Per noi è indispensabile conoscere il nostro pubblico. Il signor Curti Bò compie un poco l’ufficio di macchina fotografica. Egli è il nostro fisionomista... Per questo l’ho chiamato, quando voi mi avete esposto la ragione della vostra visita. Mettetevi a disposizione del commissario, signor Curti Bò, e vedete un po’ voi, se riuscite a capire di chi si tratta... De Vincenzi represse un fuggevole sorriso e affermò: — Non potevo essere più fortunato. Il signor Curti Bò mi sarà certamente di grande aiuto! Con poche parole, ripeté quel che aveva già narrato e cioè che un cadavere era stato pescato nelle acque del rio del Pestrin. Il cadavere di un uomo d’età, dai capelli e dai grossi baffi d’argento, in marsina, all’apparenza straniero. Il commendatore lo interruppe. — Io ho già detto al commissario che faceva male a unire il buon nome del nostro Casino a una pesca macabra, fatta a parecchi chilometri dal Lido. Nulla dimostra... Il commissario trasse dal panciotto la placchetta bianca e azzurra. — Questo gettone è uscito di qui. Il morto lo aveva nella tasca dei pantaloni. — E che vuol dire! E poi, se aveva un gettone da mille lire, segno è che aveva vinto! Tutti vincono qui dentro! Perché si sarebbe suicidato? — Ma chi vi ha detto che si è suicidato? — Ah! — fece il commendatore glabro e le pupille gli si accesero ancora di più. — Si tratta di un delitto? Vladimiro Curti Bò aveva ascoltato, volgendosi da De Vincenzi al commendatore e guardandoli in volto rapidamente. — Un momento! Oggi i grossi baffi d’argento sono rari e io non ne ho veduti che un paio qui dentro. Anche stasera. — A che ora? — Sicuro! Sicuro! L’omino si era assorto. Con tutta evidenza faceva uno sforzo di memoria. — Il vostro cadavere, commissario, è grande e grosso? Dai muscoli potenti? Un uomo robusto, abbronzato in volto? Abbronzatura, che riceve risalto dall’argento dei capelli e dei baffi? — Può darsi. Di grande corporatura, certo. Ogni modo... — Un momento! Al panciotto portava una sottile catena d’oro e per ciondolo, tra gli altri, un amuleto indiano d’oro verde? De Vincenzi ricordò d’aver tenuto nelle mani l’amuleto. — Precisamente! Il nome, Curti Bò! — Ma è il governatore inglese del Bengala! Sono tre notti che viene qui. Gioca al trente-et-quarante. Qualche volta passa alla roulette e allora — e si volse a dare un’occhiata al commendatore — sono i massimi che gioca. Giocava, cioè, se adesso è morto. — E voi lo avete veduto questa sera? — Alle otto. Alle otto era ancora in sala. Poi è scomparso. Voglio dire che sono scomparso io, perché il ventre ha i suoi diritti. — Voi sapete dove alloggiasse? Fu il commendatore che rispose. — All’«Excelsior». Ora, ricordo anch’io di averlo veduto un paio di volte traversare l’atrio dell’albergo. — Solo? — Non credo che fosse solo a Venezia. — Ma al Casino — affermò Vladimiro — è sempre venuto solo. De Vincenzi aveva saputo quanto gli interessava e fece per ritirarsi. — E quel gettone, commissario? — Per ora lo trattengo. Credo che avrò bisogno di tornare. — Tornare?! — esclamò il commendatore con un balzo sulla seggiola. Curti Bò sorrise. — Oh, il commissario tornerà certamente! De Vincenzi lo guardò. — Signor Curti Bò, io spero che voi possiate concedermi un po’ del vostro tempo. — Certo, certo. L’omino aveva una grande gioia nelle pupille le narici gli palpitavano. Non batté le palpebre, questa volta; ma con un movimento deciso si ficcò le mani in tasca. — Venite con me, allora, Curti Bò. Non vorrei che anche questa volta vi abbandonaste a quel gioco di rimpiattino, che stava per costarvi caro a San Siro. Vladimiro si volse al commendatore: — Come farete, se io mi allontano dal Casino? — Andate, andate... — concesse l’uomo glabro, con un gesto magnanimo della mano. — Non accadrà nulla per qualche ora... L’ispettore in smoking bianco che, dopo aver rimorchiato Curti Bò s’era tenuto sulla soglia della direzione, si ritrasse e De Vincenzi uscì nel corridoio, seguito dall’omino saltellante. — Desidero che voi mi aiutiate in questa inchiesta, amico Curti Bò. Poi si fermò e lo fissò à volto. — Mi volete dire perché vi siete fatto assumere come impiegato dal Casino? A chi date la caccia, qui al Lido? — Credete? Una storia di gioielli. Qualcosa come trentamila sterline di contrabbando. O forse il conto va fatto in dollari. A ogni modo, però, state tranquillo! Il governatore del Bengala non c’entra nella mia storia. Si strinse nelle spalle. — Almeno credo! — Che cosa potete dirmi voi di questo governatore? Giocava forte? — Lo hanno ucciso? — fece per tutta risposta Vladimiro. — In che modo? — Un colpo di rivoltella alla tempia e il cadavere in mare. Si trovavano dietro la tenda pesante, che mascherava la porta di uscita da quella specie di nascosto tempio, dove si celava allo sguardo del pubblico — e anche agli assalti dei giocatori sfortunati — il commendator Badilani, consigliere delegato della società esercente il gioco. De Vincenti alzò la tenda e uscì nella sala d’ingresso. Proprio davanti alla porta si stendeva il lungo banco, dietro cui una fila d’impiegati rispettosi e severi rilasciava le tessere d’ingresso. De Vincenzi notò subito un giovane dalle spalle quadre, elegantemente vestito di grigio scuro, che in piedi davanti al banco parlava con un impiegato. Curti Bò prese il commissario per un braccio. — Cominciamo col vedere nei registri il nome del nostro uomo. E andò al banco. Si fece mostrare un registro e, poiché il banco era troppo alto per lui, adocchiata una seggiola, l’afferrò e portatala davanti al registro vi salì sopra. — Inconvenienti della bassa statura — mormorava — che ha poi i suoi vantaggi in altre occasioni... Il giovanotto interruppe il colloquio con l’impiegato per fissarlo. I movimenti dell’omino erano d’una comicità irresistibile. Gli impiegati dietro il banco facevano sforzi per non sbottare a ridere. Ma il giovanotto non rideva. Un volto dalle linee persino troppo regolari, due occhi vigili scrutatori duri, una piega di ironia alle labbra. Distolse subito lo sguardo da Curti Bò, che s’era messo a far passare le pagine del registro, e tornò a parlare all’impiegato. — Ma voi conoscete lord Quebenquey! disse in inglese, con voce autoritaria, che lasciava trasparire una certa impazienza. — Lo conosciamo, è vero — gli rispose, alzando le spalle, l’impiegato, — ma non possiamo dirvi con precisione a che ora sia venuto e quando se ne sia andato. Se dovessimo seguire i movimenti di tutti quelli che vengono qui dentro! Voi stesso lo avete cercato nella sala e non Io avete trovato. De Vincenzi ascoltava. Per una di quelle sue strane intuizioni che sempre lo guidavano, egli sentiva di doversi interessare a quel colloquio e al giovanotto straniero. Aveva tutta l’aria di un ufficiale e gli mancava il tipo del giocatore... per quanto, forse, la durezza della mascella e la contrazione nervosa delle labbra indicassero in lui una emotività contenuta, da lottatore. Ma fu interrotto nel suo esame. L’omino aveva trovato e indicava un nome sulla pagina del registro. — Ecco qui! Lord Edgard Quebenquey. De Vincenzi si chinò a leggere: Lord Edgard Quebenquey, baronetto C. B. E., K. S. I., K.C.I.E.; governatore del Bengala. Quante maiuscole! Certo aveva dato il suo passaporto e l’impiegato aveva copiato con scrupolosità tutte le iniziali dei suoi titoli, magari senza comprenderne il significato. Si sentì toccare il braccio. Il giovanotto inglese gli si era messo accanto. — Please! Sono il capitano Reginald Kettering e lord Quebenquey è mio amico. L’omino s’era raddrizzato sulla seggiola e fissava l’ufficiale. Nell’ansia di scrutarlo, si appoggiò alle spalle di De Vincenzi e sembrava una scimmietta pronta a spiccare il salto. De Vincenzi fece un cenno col capo. — Ebbene? — Ho inteso pronunciare da voi il nome di lord Quebenquey. — Infatti... — Vorrei che m’indicaste il luogo dove trovarlo. Sono giunto dall’Inghilterra questa sera e credevo di vederlo alla stazione ad attendermi. Mi aveva telegrafato, precisandomi il treno col quale dovevo giungere. Invece, non c’era. Lady Anna mi ha fatto dire che lo avrei trovato qui, in questo Casino. E neppur qui lo trovo! — Volete venire con noi, capitano? — Perché? — fece con diffidenza Kettering, arretrando di un passo. — Che cosa significa? — Significa che voi potrete, forse, identificare il corpo del fu lord Quebenquey. De Vincenzi aveva parlato a bassa voce, con dolcezza. Il volto del capitano si fece ermetico. — Bene — disse. — Sono a vostra disposizione.
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