Chapter 2

840 Words
Prologo Nella “Trilogia delle Avventure di Atalon” si inseriva il romanzo conclusivo che Learco si era lasciato convincere a scrivere. Non voleva farlo, in effetti, ma dai e dai a furia di sentirselo chiedere non poté che cedere. Era, questo, un altro romanzo “redatto su commisione”, così come i due precedenti. Non era il suo genere questo tipo di storia, fin troppo fantasiosa, tra il mito ed una improbabile realtà romanzesca ma la ricerca di marketing commissionata dall’editore aveva concluso che quel tipo di “prodotto” continuava a tirare. Visto, del resto, il successo dei precedenti romanzi, Learco aveva deciso di chiudere quel ciclo, dedicato alle origini celtiche di taluni Indios dell’America Latina, con un ultimo libro su quel tema. Il compito si riassumeva nel cucire alcune epoche antichissime con quell’ultima, sempre antica ma più recente. Nel primo racconto “Il Regno di Avalon” iniziava la saga del popolo di Atalon - nel 8498 a.C. - qualche mese prima della presunta scomparsa del mitico Continente di Atlantide. Nel secondo “L’onda lunga del destino” la storia rivive attraverso alcuni discendenti dei superstiti, approdati perigliosamente in Bretagna e quindi - nell’Anno Domini 444 - nell’America del Sud. Il terzo ed ultimo romanzo, di questa serie, ha inizio davanti alle bianche scogliere di Dover - nel 1493 - dieci secoli dopo il 444 - in un’Europa sconvolta dalla morte nera: la peste. Quando aveva sottoposto l’abbozzo dell’idea del nuovo romanzo al comitato della casa editrice “EVA”, la Preside responsabile sia della “Università Avalon” sia dell’editoria omonima, di Castellammare di Stabia, ne era stata entusiasta. «È perfetto! Il fatto di chiudere la trilogia con questo libro mi sembra una buona idea. Se non sbaglio, anche altri romanzi erano racchiusi in una trilogia, seppur di tema differente» aveva commentato la Preside dell’Ateneo partenopeo. «È vero: solamente il primo ed il secondo sono stati romanzi fini a se stessi. D’altra parte bisogna pur prendere fiato, con temi differenti» aveva risposto lo scrittore. «Avete ragione da vendere! Non dovete fare l’errore di legarvi a personaggi e storie dello stesso filone: sarebbe un errore. Una buona penna deve sapersi destreggiare in ogni tipo di situazione: le più eterogenee. Voi, Learco, avete questa indubbia capacità: è questo il motivo per il quale, qui nella Facoltà di Letteratura Moderna e Giornalismo, vi hanno apprezzato, sia come scrittore sia come formatore.» La Preside dell’università era una anziana signora, partenopea “verace” di Vico Equense, che quando parlava si rivolgeva, compitamente, alle persone dando del “voi”. Quella del “voi” è una espressione di grande riguardo che, nella napoletaneità del linguaggio, si dà alle persone che più si stimano. Ciò non toglie che avesse una mentalità giovane che gli proveniva dall’aver vissuto accanto ai “suoi ragazzi” come amava definire le leve che preparava ad affrontare il futuro nel mondo accademico ed, anche, in quello professionale. Questo fatto la rendeva molto simpatica a Learco che, spesso e volentieri, s’era preso delle libertà verbali, goliardicamente scherzose. Il gioco durava il tempo di qualche battuta ma, subito dopo, rientrava nei confini di un comportamento corretto ed educato, da “gentiluomo” come, la stessa Preside, aveva definito lo scrittore. Più d’una volta s’era lasciata andare, definendolo: “…un ragazzaccio troppo cresciuto ed impertinente”. In altre occasioni aveva, invece, asserito: “siete, come sempre, un galantuomo. Peccato che dopo di voi la fabbrica abbia cessato la produzione”. Tra il serio ed il faceto, si era instaurato uno strano rapporto fatto di stima, confidenza, affetto con un pizzico di gelosia, anche se mai nulla era avvenuto tra i due, che continuavano a darsi alternativamente del “voi” e del “lei”. La Preside era stata quella che, casualmente, aveva scoperto in Learco delle doti artistiche che andavano al di là di quelle di un pittore che si dilettava a scrivere in versi. Di lei era stata l’idea del primo romanzo “Incontri virtuali”. Quel primo cimento letterario le era piaciuto a tal punto che aveva deciso di prendere sotto le proprie ali protettrici, quel - non più tanto giovane- talento. Learco, in breve era divenuto uno dei suoi protetti e da lui si aspettava grandi cose. Seppure vivendo nel lontano Brasile - per tornare in Italia, una volta all’anno, per le vacanze - lo scrittore restava in contatto con la Preside ed a lei inviava, per e-mail, le parti redatte, dei romanzi che andava -via, via- scrivendo, che poi leggevano insieme. Era, quella, un’occasione per correggere refusi, punteggiatura e per discuterne i contenuti, ma anche per scambiare quattro chiacchiere tra amici. In quelle conversazioni, notturne, i dodicimila chilometri di distanza, che esistevano in linea d’aria, parevano dissolversi. Le comunicazioni avvenivano, per fortuna, attraverso il programma di “Skype” connesso tramite Internet. Se avessero comunicato telefonicamente avrebbero speso un patrimonio ma, con quel sistema offerto dalla moderna tecnologia informatica, la cosa era facile, rapida e soprattutto gratuita.
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