Capitolo 1 – Il gusto del rischio 1
SANAA
Io sono quella che si definisce una donna affidabile.
Sempre puntuale. Sempre pronta. Sempre educata.
Direttore finanziario di un grande gruppo farmaceutico. Trentaquattro anni.
Solida, precisa, efficace.
È ciò che vedono.
Ma io non sento più nulla.
Non so da quanto tempo non mi senta viva.
Non stanca. Non triste. Solo… in standby.
Tutto funziona. Nulla vibra. Nulla brucia.
Sopravvolo la mia vita, un fantasma di me stessa.
Mi dissolvo nelle mie routine.
Apro la mia agenda ogni mattina, e ogni giorno assomiglia al precedente: riunioni, rapporti, numeri, decisioni.
Numeri che si sommano, ma che non raccontano nulla della mia storia.
Sono diventata una macchina, performante, insensibile.
Così quando mi hanno proposto tre giorni di formazione a Roma, ho accettato.
Non perché avessi tempo, lontano da esso.
Ma perché speravo che almeno, da qualche parte in questa parentesi, qualcosa si rompesse.
Che finalmente sentissi la vita tornare.
O che almeno, la sentissi in modo diverso.
L'hotel è lussuoso, silenzioso, quasi freddo.
Legni scuri, pietre lisce, profumi sottili che fluttuano nei corridoi.
Un lusso discreto ma onnipresente.
Non sono sicura di gradirlo.
Ieri sera, ho cenato da sola, sulla terrazza.
La città si estendeva davanti a me, bagnata nella luce dorata del crepuscolo.
Il fiume scorreva, lento e maestoso, mentre il cielo passava dal rosa al blu notte.
Non ho parlato con nessuno.
Ho solo lasciato il mio bicchiere di vino rotolare tra le dita.
Guardavo, ma non vedevo nulla.
Ero lì, ma altrove.
Sentivo quella tensione sorda nel mio stomaco, quell'impazienza che non riuscivo a nominare.
Un vuoto pieno di attesa, come un silenzio prima della tempesta.
Questa mattina, la sala conferenze è troppo bianca, troppo pulita, troppo impersonale.
I neon sul soffitto proiettano una luce fredda sui volti ben vestiti.
Una trentina di dirigenti tirati a lucido, tesi sulle loro poltrone, sfogliando distrattamente dei libretti che non apriranno mai.
Mi siedo in fondo alla stanza.
Non per timidezza, né per disprezzo.
Per scelta.
Per vedere senza essere vista.
Per ascoltare senza essere interrogata.
Per respirare senza essere soffocata.
Osservo i gesti meccanici, i sorrisi forzati, gli sguardi che evitano il contatto.
Ognuno è rinchiuso nella propria bolla.
Ognuno recita il proprio ruolo.
Anch'io.
Poi, la porta si apre.
Entra. È alto, sicuro di sé, appena affrettato.
Nessun gesto superfluo, nessun tic nervoso.
Il suo completo grigio scuro scolpisce la sua silhouette atletica, impeccabile.
La sua camicia bianca è sbottonata giusto il necessario affinché la pelle appaia, ma non troppo.
E quello sguardo.
Freddo, intenso, lento.
Uno sguardo che non cerca di convincere, ma che impone, comanda, cattura.
Quando i nostri occhi si incrociano, il mio corpo si raddrizza subito.
Un riflesso inconscio.
Un allerta.
Un'onda elettrica che parte dal mio ventre e risale lungo la mia colonna vertebrale.
Un solo secondo.
Un piccolo secondo.
Ma basta a far esplodere quel calore, dolce e ardente, che si installa tra le mie cosce.
Si chiama Raphaël.
Consulente in leadership comportamentale e finanza.
Un titolo che porta con la stessa facilità del suo sguardo.
Parla poco.
La sua voce è bassa, calma, misurata.
Ogni parola sembra scelta per turbarti, per scuoterti.
Per raggiungerti.
Non ascolto più davvero ciò che dice.
Catturo solo la sua presenza.
Lo guardo.
Lo immagino.
Sento quel brivido che si insinua sotto la mia pelle e mi risveglia.
E per la prima volta da troppo tempo, non mi chiedo cosa devo fare, ma cosa voglio.
E ciò che voglio, lì, adesso… è lui.
La formazione inizia, ma io sono da un'altra parte.
Ogni gesto, ogni parola di Raphaël mi incanta, mi provoca.
Colgo sguardi scambiati, sfioramenti furtivi dei suoi occhi su di me.
Sento la sua potenza, il suo controllo.
E mi sorprendo a voler cedere, a voler lasciar andare.
Non so dove mi porterà questo.
Non so cosa sono pronta a perdere.
Ma so che ha risvegliato qualcosa in me.
Un fuoco che credevo spento.
E questa sera… sarà diverso.