Camille La notte si allunga, pesante e densa, come un lenzuolo umido che si fatica a tirare. I corridoi sono quasi vuoti, le luci pallide si riflettono sul pavimento lucido, e sento, ad ogni passo, la fatica insinuarsi nelle mie caviglie, nelle mie spalle, fino al collo. Eppure, non riesco a pensare ad altro che a lui. I suoi occhi grigi che, ancora, attraversano la mia memoria come una lama dolce, le sue mani che ha alzato per risvoltare le maniche, il movimento preciso, quasi sensuale, che mi è sembrato durare più a lungo di quanto non abbia fatto. Sto finendo una medicazione nella camera 214 quando una voce bassa, dietro di me, viene a rompere il silenzio: — Lavori troppo in fretta... Mi giro di scatto e lui è lì. Il dottor Morel. Appoggiato al telaio della porta, le braccia incroci

