SANAA
Le sue mani sbottonano la mia veste con una furia che non cerca più di dissimulare. Il tessuto scivola dalle mie spalle come un’ala spezzata, un fruscio che si perde nel silenzio carico della stanza. Sono nuda. Completamente. Eppure, in questa esposizione totale, non provo freddo. Brucio. Brucio dall’interno, come se ogni suo sguardo gettasse legna su un fuoco che covava sotto la cenere da una vita.
I suoi occhi, pozzi neri e insondabili, mi divorano. Non mi guardano: mi saccheggiano, si appropriano di ogni centimetro di pelle, di ogni fremito. Le sue mani seguono lo sguardo, non come esploratori ma come conquistatori. Palmi ruvidi che si imprimono sui miei fianchi, scendono lungo la curva dei glutei, risalgono il solco della schiena, si arrestano sulle scapole per poi stringere, quasi a punire, a segnare. Ogni tocco è una dichiarazione, una rivendicazione.
Mi spinge all’indietro, sul letto. La mia schiena incontra la stoffa fresca, un contrasto gelido contro la febbre che mi avvampa. Lui mi è sopra, un peso solido, reale, che schiaccia ogni possibile fuga. Non che io ne voglia. Il suo corpo è un’armatura calda, la sua erezione, dura attraverso i pantaloni, preme contro il mio ventre con un’urgenza che fa vibrare tutto il mio essere.
Le sue labbra catturano le mie. Non è un bacio. È un’appropriazione. Una lotta. I suoi denti mordono il mio labbro inferiore, la sua lingua forza l’ingresso, si mescola alla mia in una danza umida, salata, disperata. Un gemito mi sfugge, un suono strozzato che lui inghiotte.
“Sai cosa stai facendo?” ringhia contro la mia bocca, il suo respiro caldo e speziato è l’unica aria che riesco a respirare. La voce è una vibrazione bassa che mi scorre lungo la colonna vertebrale fino al bacino, dove si trasforma in un’ondata di liquido fuoco. Non rispondo. Rispondo con le mani che gli strappano la camicia, i bottoni che volano via con un suono secco, con le unghie che graffiano la pelle liscia e muscolosa del suo torace.
Lui si alza, solo per un attimo, uno strappo insopportabile di separazione. I suoi occhi non mi lasciano mentre si sbarazza dei pantaloni, e lo vedo, finalmente, nella sua pienezza. È magnifico. Intimidatorio. Animale. Ritorna su di me e le mie gambe gli cingono la vita da sole, attratte da quel magnetismo, stringendolo a me con una forza che non sapevo di avere.
Non c’è pazienza. Non c’è dolcezza iniziale. Una sua mano si insinua tra di noi, le dita scivolano dentro di me, trovandomi già aperta, bagnata, pulsante per lui. Sussulto violentemente.
“Sei pronta,” constata, con voce roca. “Sei tutta pronta per me.” Non è una domanda. È un verdetto. E un altro dito si unisce al primo, allargandomi, preparandomi con una crudezza che è più eccitante di qualsiasi carezza. Il mio corpo si inarca, il mio bacino si agita incontrollato, cercando quello che sanno già le mie viscere.
Poi, la punta di lui mi preme. Un’attesa infinita, un secondo di vertigine pura. E mi penetra.
È un’impetuosità che mi spezza in due. Un’invasione totale, uno strappo dolcissimo e brutale che mi riempie in un sol colpo, profondo, fino al limite. Un urlo si libera dalla mia gola, primitivo, liberato. Lui lo cattura con la sua bocca, mentre un sorriso feroce gli illumina gli occhi. È dentro. Completamente. E io sono sua.
Inizia a muoversi. Non sono movimenti, sono colpi. Colpi di reni potenti, ritmici, che partono dal suo centro e mi trapassano. Ogni penetrazione è una conquista, ogni ritirata una promessa di ritorno. Il letto geme sotto di noi, il suo battito si sincrona con i nostri respiri affannati. Le mie dita si aggrappano alle sue spalle, poi gli artigliano la schiena, cercando un ancoraggio in quel mare di sensazioni che mi travolge.
Il mondo si riduce a questo: al suolo umido della nostra pelle che si scontra, al suo odore di sale e legno bruciato, al gemito roco che gli esce dalla gola ad ogni spinta, al fluido caldo che sento scorrere tra le mie cosce. Il piacere si accumula, non come un’onda lenta, ma come un’incudine che batte su di me, sempre più veloce, sempre più pesante.
“Ancora,” sono capace di sussurrare, la voce rotta, non mia. “Così… non fermarti…”
Mi obbedisce, ma è un obbedire da padrone. Mi gira con un movimento brusco, le sue mani grandi si chiudono sui miei fianchi, sollevandomi. Sono a quattro zampe, vulnerabile, esposta. Lui rientra in me da questa nuova angolatura, ed è ancora più profondo, ancora più intenso. Un grido mi strappa. Mi colpisce le natiche, una sculacciata netta che fa vibrare la carne e accende un nuovo fuoco, vergognoso e delizioso.
Una sua mano si intreccia nei miei capelli, tirando all’indietro la mia testa. Sono costretta a inarcare la schiena, a offrirmi ancora di più. Riesco a vedere, nello specchio opaco dell’armadio di fronte, la nostra immagine: corpi intrecciati, pelle lucida di sudore, la sua espressione di concentrazione feroce, la mia di estasi abbandonata.
“Ti piace?” ringhia, accelerando il ritmo fino a diventare un martellamento furioso. “Ti piace sentire fino a dove arrivo? Dimmi.”
“Sì,” ansimo, “Sì, ti prego… mi riempi… mi spacchi…” Le parole sono oscene, vengono da un posto che non conoscevo, e lui ne è elettrizzato.
Il primo orgasmo mi coglie di sorpresa, violento come un fulmine. Mi contorce, un’esplosione bianca che parte dal punto in cui siamo uniti e si irradia in ogni fibra. Strillo, il mio corpo si tende come un arco e poi collassa, tremante. Ma lui non si ferma. Continua a muoversi dentro di me, rinnovando le onde del piacere, prolungandole in una tortura sublime. Piango, le lacrime mi scendono lungo le tempie, mescolandosi al sudore. Sono al suo mercé, distrutta e ricostruita con ogni colpo.
Lo sento irrigidirsi, il suo respiro diventa un rantolo. Le sue dita si stringono sui miei fianchi con una forza che lascerà il segno.
“Sanaa…” è un ringhio, il mio nome una maledizione o una preghiera sul suo labbro.
E viene. Un getto caldo, profondo, infinito. È un fremito che mi scuote da dentro, l’ultimo sigillo della sua possessione. Un urlo basso, animale, gli erompe dal petto mentre crolla su di me, il suo peso totale, schiacciante, meraviglioso.
Silenzio.
Solo il battito furioso dei nostri cuori che lentamente cercano un ritmo comune, il sibilo dei polmoni affamati d’aria, il sudore che si raffredda dove le nostre pance si toccano. L’odore del sesso e della passione riempie l’aria, denso, reale.
Il tempo si espande, si contrae. Non so quanto restiamo così, annientati l’uno dall’altra. Poi, una sua mano, stranamente tenera, si posa sulla mia nuca, le dita si intrecciano nei miei capelli umidi in una carezza.
“Sei viva,” sussurra contro la pelle della mia spalla, la voce roca, consumata.
Chiudo gli occhi. Un singhiozzo mi sale in gola, ma non di tristezza. Di liberazione.
Sì.
Sono viva.
Viva come non lo sono mai stata. Sento ogni cellula del mio corpo cantare, pulsare, ricordare la sua funzione. Non sono più il fantasma elegante e controllato che camminava per i corridoi del potere. Sono carne, sono fuoco, sono un groviglio di nervi scoperti e desiderio appagato. Sono una donna che ha conosciuto la propria voracità e non potrà più fingere di ignorarla.
E lui, questo uomo dall’anima tempestosa e dalle mani che sanno sia distruggere che accarezzare, ha acceso questa fiamma. L’ha strappata dal suo nascondiglio e l’ha alimentata fino a farla divampare, inestinguibile.
Giro la testa, appoggiando la guancia sul suo torace. Ascolto il battito del suo cuore, forte e regolare. Non so cosa ci sarà domani. Non so quali rischi abbiamo appena corso, quali linee abbiamo oltrepassato.
Ma so questo: nel buio della stanza, nuda, avvolta dal suo braccio e dal suo calore, per la prima volta in anni, mi sento a casa. In me. E il gusto del rischio non è mai stato così dolce, così necessario. È il sapore stesso della vita che ritorna.