Prologo

452 Words
Prologo Assorbo tutto come una spugna. Ciò che vedo, ciò che leggo, ciò che ascolto. Sono una cozza attaccata allo scoglio sbatacchiato dalle onde di un mare in burrasca. La mia mente è un contenitore senza fondo. Poi, durante la notte, seleziona l’irrilevante e se ne svuota. Dormo poco e, prima di addormentarmi, penso e rivedo gli studi fatti durante la giornata. Risolvo problemi ed equazioni, imposto teoremi e corollari, riflessioni storiche e filosofiche. Ho preso l’abitudine di tenere a portata di mano, sopra al comodino accanto al letto, carta e matita. Mi drizzo appoggiandomi alla spalliera del letto, accendo il lume e scrivo in fretta le intuizioni, i pensieri, le formule, i calcoli, che nel buio mi sono sfrecciati davanti agli occhi. Passò così intere nottate. Per mia fortuna, quando il corpo non riesce più a reggere lo stress e la stanchezza, la mente si acquieta e il sonno prende il sopravvento. In altri periodi, invece, dormo come un ghiro e nulla turba i sogni e gli incubi che vanno e vengono alternatamente. Scrivo queste note alle due della notte fonda di un giovedì appena iniziato. È il 29 maggio 1890. Sono ancora un po’ alticcio. Ieri sera, con alcuni colleghi e donne prosperose a pagamento, ho festeggiato il mio trentesimo compleanno in una taverna qui a Napoli, sul lungomare. Non era distante dalla mansarda nella quale abito: quinto piano del palazzo al civico 7, proprio di fronte alla chiesa di sant’Angelo in piazzetta Nilo, nel decumano inferiore. Sono docente di algebra alla facoltà di Matematica dell’università Federico ii, una delle più importanti in Italia e in Europa. Fondata nel 1224 dall’imperatore del Sacro romano impero e re di Sicilia. Celebre per essere la più antica università laica statale. Da quando Isa è morta, ho preso a bere. Tutte le sere mi rifugio in un’osteria sotto casa a scolarmi una bottiglia di vino rosso, sorseggiandolo con lentezza dal bicchiere. È l’unico conforto. Spariscono le angosce e le paure e la mia mente naviga in un mare di contento, facendomi sprofondare in una sorta di meditazione assoluta, totale, donandomi idee e proposte. Scrivo note per le lezioni. Medito. Soffro di ansia e spesso mi assalgono improvvisi, incontrollabili attacchi di panico. Anche quando sono davanti alla lavagna. Mi appoggio al muro o sulla cattedra e aspetto che torni la calma dopo la tempesta. Gli studenti si sono abituati a queste mie pause e, in silenzio, attendono che riprenda a scrivere formule e numeri. A coprire con il gesso bianco la lavagna nera. È mia intenzione smettere di bere. E curerò la depressione che a volte mi attanaglia in una morsa. Mai potrò dimenticare la tragica morte di Isa e quella dannatissima lettera X.
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