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1486 Words
I Bologna «Febo, non trascurarti, mangia» disse mio padre, mentre il treno s’avviava lentamente, diffondendo un pennacchio di fumo bianco. Lo salutai agitando la mano. Richiusi il finestrino e sedetti sulla panca di legno in terza classe. Lo scompartimento era semideserto. Poche persone sedevano mute con i fagotti in grembo e i bagagli sistemati negli appositi spazi. Dopo pochi minuti vidi Spello ergersi antica e compatta alle falde del monte Subasio. I muri di pietra, le torri, i campanili delle chiese si stagliavano nitidi. Baciati di sbieco dal sole nascente, mandavano riflessi cangianti di colori tenui. Era la prima volta che affrontavo un viaggio. Mai mi ero allontanato da Matidia, la piccola frazione di Trevi in cui vivevo. Mai avevo visto Spello. E più in là Assisi. Mi venne incontro da lontano, con le mura calcinate a mezza costa, austere, addormentate, a prolungare il dolce pendio del Subasio. Dava l’idea di un gigantesco animale in letargo, con il corpo largo e tozzo ricoperto di scaglie sporgenti e luccicanti; la coda lunga, la grossa testa dell’immensa basilica di San Francesco si protendeva nel vuoto sottostante, reggendosi sui contrafforti conficcati nei basamenti. Arrivammo a Perugia. Dopo Magione ammirai le acque piatte e turchesi del Trasimeno, solcate dalle barche a vela dei pescatori. La costa era un susseguirsi di campi e di canneti. Solo qua e là s’intravedevano tratti di spiaggia e pontili. Provai a dormire, ma non ci riuscii. I miei pensieri volavano via e non ero capace di bloccarli per definirli meglio. Ero perso in un ingorgo, un flusso ininterrotto di immagini, parole, ricordi, emozioni, sensazioni. Solo dopo Arezzo dormii un poco. Alla stazione di Santa Maria Novella ci fu un gran trambusto. Scesi dal treno. Con la sacca in spalla e la valigia stretta nella mano destra, raggiunsi il binario da cui sarebbe partito il treno per Bologna. Il cielo era di cartapesta. Grigio scuro, plumbeo, tendente al nero, solido, uniforme. Non appena sceso dal treno, Febo Nalli se lo sentì addosso, tale a una coperta di lana pesante. A gambe divaricate sul marciapiede, guardò in alto. Stava lì fisso, fermo immobile a incutergli spavento. Erano le sette di sera di mercoledì 3 ottobre 1877. Stanco, confuso, stralunato, Febo Nalli attraversò l’atrio e uscì dalla stazione Centrale. All’angolo del palazzo di fronte, vide l’insegna verticale, sbilenca e un po’ sbiadita dell’albergo Excelsior. Attraversò il piazzale e puntò in quella direzione. Le persiane delle finestre erano scrostate e l’ingresso piuttosto malridotto. Dava l’idea di un albergo a basso costo. L’indomani avrebbe cercato una pensione economica in cui alloggiare, magari con un pasto al giorno. Entrò. L’atrio era tappezzato con carta da parati a fiori qua e là macchiata, rigonfia, lacerata dall’umidità. Andò davanti al bancone. Un uomo in livrea azzurra, con il colletto e i polsini lisi rivestiti di velluto rosso, stava consultando il registro delle presenze. Grossi bottoni dorati decorati a sbalzo, un poco rugginosi, stringevano la giacca al petto e ai polsi. «Buongiorno» disse Febo. «Buongiorno a voi… Desiderate?» «Una camera singola per una sola notte.» «Da dove venite?» «Umbria. Trevi, esattamente. Una cittadina tra Foligno e Spoleto.» «Come mai a Bologna?» «Per iscrivermi all’università.» «All’Alma mater studiorum?» «Sì.» «Da tutta Europa arrivano a frequentarla. Una camera singola fa tredici lire, però, se vi accontentate di una senza lavandino, il prezzo scende a dieci. Vi sta bene?» «Sì. E il gabinetto? Caso mai ne avessi bisogno.» «È in comune in fondo al corridoio. C’è anche il lavabo e l’occorrente per farvi la barba ma, a quanto vedo, non ne avete bisogno.» «Il piano?» «Terzo piano, numero 38.» L’usciere gli porse la chiave, appesa a una pera in terracotta ocra con su inciso in rosso vermiglio il numero della camera. «Mi date un documento per la registrazione?» Febo estrasse il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni. Tirò fuori il documento d’identità e glielo porse. «Domani mattina lo riavrete indietro. Tutto a posto… Buonanotte.» «Buonanotte.» «Ah! Dimenticavo. La colazione è compresa nel prezzo. Il servizio chiude alle nove e mezza» gli disse il portiere, mentre Febo saliva le scale. Tutto sommato dormì abbastanza bene, nonostante lo stridio dei treni sulle rotaie. Fece colazione con due fette di pane di segale spalmate di marmellata di ciliegie e burro e una tazza di caffellatte. La saletta, arredata con l’indispensabile, era vuota. Andò al bancone nell’atrio e consegnò la chiave della camera numero 38. «Ecco il vostro documento» gli disse una donna sui cinquanta, ben tenuta, vestita con un sobrio grembiule a tinta unita verde scuro e uno scialle color cinabro al collo. Aveva gli occhi chiari e i capelli castani raccolti sulla nuca con un pettine di tartaruga. Febo pagò il dovuto. «Come raggiungo via Luigi Zamboni?» «Prendete l’omnibus numero 1. Ferma davanti alla stazione. Scendete a Porta San Vitale. Pochi metri a piedi e siete in via Zamboni. Dovete andare all’università?» «Sì.» «Dalla fermata di San Vitale saranno duecento metri, non di più.» «E il biglietto?» «C’è un chiosco vicino alla fermata.» «Quando passa?» «Ogni ora.» La donna consultò l’orologio a pendolo appeso alla parete. «Il prossimo dovrebbe essere alle nove e un quarto. Per esserne certo, c’è l’orario. Basta leggerlo.» La donna che gli stava dinanzi lo incuriosiva. Era come se il suo viso gli esprimesse complicità, l’intenzione di dargli consigli e avvertimenti. Se la figurava tale a una veggente, capace di indirizzarlo per la giusta strada senza bisogno di leggere le carte. Pensò che fosse la persona giusta per chiedere notizie di Isabella. «Un’altra informazione, per favore. Conoscete la famiglia Galimberti?» «E chi non la conosce! Qui a Bologna è una delle famiglie più agiate e rispettate. Il conte Pietro, sua moglie Delia e due figli. Un maschio, Diego; e poi c’è lei, Isabella, sedici anni, ambita da tutti i giovanotti benestanti di Bologna. Ma, a quanto mi è dato sapere, fa la schizzinosa e non si fidanza con nessuno.» Parlava guardando Febo dritto negli occhi, quasi volesse comunicargli i suoi timori per un presunto pericolo imminente, magari solo immaginato. «Suo padre le ha imposto un anno di noviziato in un convento a Firenze, per farla ravvedere e tenerla lontana dalle cattive compagnie che frequentava.» «Quali compagnie?» «Gente poco raccomandabile. Ma voi la conoscete?» «Ci siamo incontrati in Umbria quand’era novizia. Era stata comandata in un ospizio per malati terminali.» «Non vorrete mica rivederla?» «Perché no?» «Voi siete un giovane dabbene. La cicatrice che vi attraversa la guancia sta a indicare che avete già sofferto, non è vero? State lontano da lei. Sono troppi quelli che ambiscono a Isabella. Potreste soffrire di nuovo inutilmente.» «Ma voi come fate a sapere certe cose?» «L’ho vista nascere. L’ho vista crescere. Prima di essere assunta in questo albergo come inserviente tuttofare, sono stata domestica in casa Galimberti. Per causa sua mi hanno licenziato.» «Perché mai?» «All’inizio della primavera di due anni fa, mentre rifacevo la sua camera, ho trovato una busta affrancata indirizzata a lei. L’ho aperta. So che non dovevo, ma l’ho fatto. C’era un foglio con su tracciata una grande lettera X. Parendomi un dovere, ho riferito al conte. Ci fu un consulto di famiglia, però lei non seppe dare spiegazioni.» «Forse era solo lo scherzo di qualche buontempone.» «Forse. Fatto sta che il padre s’infuriò, pensando a chissà cosa. Due mesi dopo lei fu mandata in convento e io licenziata perché mi ero permessa di leggere la sua posta.» «Mi dite dove abita?» «A palazzo Ghisilardi, noto anche come palazzo Fava o palazzo Galimberti. Da più di un secolo la famiglia Galimberti vi si è insediata.» «Dov’è?» «In via detta della Buca, da poco denominata via Manzoni. Pensate agli studi e non curatevi di Isabella.» «Come vi chiamate?» «Ha importanza?» «Tanto per sapere.» «Lora può bastare.» Accennò un sorriso, poi si rabbuiò. «Datemi retta. Non la cercate. Alcuni sbagli si possono correggere, altri invece rimangono per sempre. Guardate me. Stavo bene, e adesso mi ritrovo in questa stamberga di quarta categoria a preparare la colazione, a sbrigare tutte le faccende e a rifare le poche camere impegnate. Solo perché mi sono presa la briga di occuparmi dei fatti altrui.» «Vedrò cosa fare. Posso lasciare la valigia qui in deposito anziché in stazione? Per favore. Mi sarebbe d’impaccio.» «Certamente. Quando verrete a ritirarla?» «Stasera stessa. Nel pomeriggio cercherò alloggio in qualche pensione.» «Io non ci sarò. Troverete il giovane portiere che avete già incontrato ieri sera.» Lora sistemò la valigia dietro il bancone. «Grazie.» Febo la salutò con un cenno della mano. Stava uscendo dall’Excelsior, quando Lora ribadì: «Non la cercate». Attraversò la strada e si recò ad acquistare il biglietto. Consultò l’orario e guardò il piccolo orologio da tasca che suo padre Angiolo gli aveva regalato in occasione del diploma ginnasiale. Si confuse tra gli altri ad aspettare. Trainato da due cavalli, l’omnibus arrivò in perfetto orario. Febo salì e sedette su un sedile leggermente rialzato in fondo. Passò il controllore e gli bucò il biglietto.
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