VERIFICHE – novembre 2014
La prima cosa da fare, subito dopo gli adempimenti burocratici, quando si scoprono due morti ammazzati sui quali sono stati lasciati dei segni che assomigliano a una firma, è scavare nelle loro vite e cercare di scoprire cosa eventualmente abbiano in comune quei due cadaveri.
Il tenente colonnello Beneghetti del nucleo investigativo del comando provinciale di Milano si adoperò in tale direzione nei giorni seguenti. Fu lui a prendere le redini di un’indagine che prometteva inquietanti sviluppi.
Quattro cifre incise sulla loro pelle, Mirko Glossi affondandovi una lama ben affilata e Alessio Tomelli appoggiandovi un utensile rovente.
Ventinove anni il Glossi, trenta il Tomelli. Nessun rapporto di parentela o di lavoro. Le uniche cose in comune facilmente riscontrabili con indagini a distanza erano il luogo di nascita e le scuole frequentate. Entrambi nati a Ceva ed entrambi avevano frequentato l’istituto Baruffi di Ormea, dove si erano diplomati con voti appena al di sopra della sufficienza. Molto probabilmente si conoscevano, pur essendo all’epoca Mirko Glossi residente a Pievetta e Alessio Tomelli a Trappa. Ma la val di Tanaro, per quanto lunga, è uno di quei posti come ce ne sono parecchi in Italia, territorio ampio ma non così densamente popolato dove più o meno tutti possono conoscere tutti.
Forse due indizi non facevano una prova, ma il tenente colonnello a questo punto preferì contattare i colleghi di Cuneo, da una parte per avvisarli della scoperta e dall’altra per sapere se loro ne sapessero qualcosa più di lui.
Venne così a scoprire che il corpo col cranio fracassato e la schiena incisa di Alessio Tomelli era stato ritrovato dal suo datore di lavoro in un’azienda zootecnica di mucche da latte in località Centallo, non molto distante da Cuneo, nel gennaio di quello stesso anno.
Avevano delle foto, gliele inviarono.
Beneghetti non perse tempo a confrontarle e notò subito che in nessuno dei due casi era possibile scorgere una grafia periziabile, chi l’aveva fatto era stato abbastanza intelligente da usare arnesi a dimensione fissa e infliggere colpi lineari. Notò anche che il collega era stato un po’ vago, il cranio (e anche il volto) di Tomelli non era stato fracassato, era stato letteralmente maciullato, a stento trattenne un conato, dovette volgere lo sguardo altrove. Si domandò come avessero fatto a riconoscerlo. Poi si rispose da solo: le impronte digitali non mentono mai. Si augurò che avessero evitato ai parenti lo strazio di un riconoscimento visivo.
Andò in bagno, si sciacquò il volto e tornò a guardare le foto. Nel secondo omicidio l’assassino se l’era presa più comoda ed era stato meno iracondo. Stava migliorando. Brutto segno. Non c’erano elementi certi per stabilire che si trattasse della stessa mano, ma il tenente colonnello ne era convinto, dei pochi elementi che aveva raccolto ce ne erano già troppi in comune perché fosse un caso fortuito. Non poteva essere un emulatore visto che da Cuneo gli avevano garantito che il dettaglio dei numeri incisi non era stato reso noto a nessuno, l’avevano archiviato aspettandosi il peggio. E il peggio era arrivato. C’erano tutti i presupposti per ipotizzare un serial killer in fieri.
Per il momento l’indagine rimase affidata a lui, in attesa di ulteriori sviluppi. Il comando interregionale di Milano copre e coordina tutte le regioni del nord ovest. I due cadaveri fin qui identificati erano stati ritrovati uno in Piemonte e l’altro in Lombardia, era pertanto più che logico che fosse Beneghetti stesso a gestire il caso, anche se in cuor suo temeva che nei giorni e nei mesi a venire avrebbe potuto ritrovarsi invischiato in una vicenda davvero sordida. Era pur sempre il suo lavoro, lo aveva scelto lui e gli piaceva, ma dopo anni e anni di cadaveri e di violenze dopo un po’ iniziava ad avere un senso di repulsione: checché ne dicano alcuni, non ci si abitua mai al male.
Perso nei suoi pensieri, si ricordò che anni prima, in Piemonte, aveva conosciuto una collega molto capace, un po’ più anziana di lui, avevano collaborato in un’indagine su alcuni omicidi legati a un traffico di stupefacenti che per un certo periodo era passato attraverso il Col di Tenda per poi proseguire verso la ricca e promettente piazza milanese. Però non ricordava esattamente dove fosse di stanza.
Carla Vicini, ecco come si chiamava e, se la memoria non lo tradiva, le sue origini natie dovevano essere proprio di Cuneo o comunque da quelle parti. Telefonò nuovamente al comando provinciale di Cuneo e domandò espressamente di lei. Naturalmente la conoscevano bene, ma apparteneva al RIS di Parma ed era ormai prossima alla pensione, dopo oltre trentacinque anni di onorato servizio. Beh, se lo meritava. A lui ne mancavano almeno ancora sei o sette, sempre che qualche ministro dell’ultima ora non avesse disposto diversamente negli anni a venire. In peggio, ovviamente.
Chiamò a Parma. Al RIS era finita. O c’era sempre stata? Non se lo ricordava, ma la cosa non aveva molta importanza. Non era in sede, tuttavia gli fornirono il suo numero di cellulare.
Rispose dopo un paio di squilli, dalla voce brillante e gioiosa le avrebbe dato come minimo dieci anni di meno.
Si ricordò di lui e fu lieta di sentirlo. Le accennò brevemente quel che stava accadendo e le chiese se nel weekend fosse disponibile per scambiare due parole dal vivo, sicuramente lei conosceva molto meglio di lui quelle zone. Accettò volentieri. Per di più in quel periodo era stata trasferita a Torino per collaborare ad alcune delicate indagini su una serie di delitti di p********e d’alto bordo che sembravano coinvolgere pezzi grossi dell’industria e della politica locale. Se doveva essere onesta con se stessa, il suo lavoro a Torino o ovunque la mandassero le piaceva molto, ma la sua terra d’origine le mancava, sarebbe stata un’ottima occasione. E non poco, più passavano gli anni, più sentiva una sorta di richiamo ancestrale. Per questo gli propose di incontrarsi a Saluzzo, sua città natale. Gli comunicò l’indirizzo e gli diede appuntamento per la domenica mattina.