CARLA VICINI – novembre 2014, Saluzzo
Alle dieci e un quarto di una domenica mattina di metà novembre Beneghetti arrivò nell’area pedonale di Saluzzo, corso Italia. Era nuvoloso e un vento freddo infastidiva i pochi passanti che procedevano a passo rapido e rannicchiati, ma se non altro aveva smesso di piovere. La riconobbe, lo stava chiamando con un cenno della mano da sotto i portici. In realtà comprese che era stata lei a riconoscere lui. Quanti anni erano passati da allora? Doveva pur essere un po’ cambiato nel tempo. Sorrise amaro tra sé: cambiato, eufemismo addolcito di invecchiato. Eppure lo aveva subito identificato. Sveglia era e sveglia era rimasta. Alta, elegante e raffinata in un bel cappotto lungo gessato beige, stivali e una voluminosa sciarpa grigia. Capelli castani portati in un taglio corto e giovanile, un bel sorriso e due occhi nocciola sagaci e sorridenti. Lui aveva preferito un più modesto e caldo giaccone blu. Si sentì leggermente a disagio come sempre ci si sente dinnanzi a chi ha una classe innata. Ma la sensazione svanì subito stringendole la mano e baciandole la guancia.
«Ti vedo in forma, Corrado» mentì lei.
«Non prendermi in giro, su. Guarda qui quanti capelli grigi e guarda che imbarazzante salvagente mi sta crescendo intorno alla vita. Semmai tu: al telefono ti avrei dato dieci anni di meno, ma dal vivo scendono a quindici.»
«Il solito adulatore. Sei sempre sposato?»
«Certo, e la moglie me la tengo stretta, dove la trovo un’altra che mi sopporta?» rise lui. «E tu?» le chiese.
«Io non mi sono mai sposata. E mai lo farò, chi vuoi che mi sopporti?» replicò ridendo a sua volta.
«Ti ricordavo coi capelli lunghi, però.»
«Sì, hai buona memoria, ma il tempo passa e lascia i suoi segni, era il momento di cambiare cornice.»
Il volto come un quadro incorniciato dai capelli… riconobbe tra sé che la sua collega aveva una sensibilità poetica.
Scelsero un caffè sotto i portici, trovare un tavolino libero fu un’impresa, sembrava che il freddo avesse spinto tutti i saluzzesi dentro i bar.
«Allora, cosa mi puoi dire del nostro serial killer?»
«Piano Carla, non correre più del dovuto. Due omicidi con qualche elemento in comune non sono abbastanza per parlare di serial killer, ti pare?»
«Mmm, sì, forse hai ragione. Ma se davvero ne fossi convinto non saresti qui a parlare con me, giusto?»
«Sei diabolica» si arrese lui.
«Lo so, è la mia miglior virtù, immagina il resto.»
«Posso dirti questo intanto, guarda qui» disse mostrandole le foto dei cadaveri che aveva stampato a colori, stando attento che dai tavoli vicini nessuno allungasse lo sguardo verso di loro.
«Qual è il primo? Il primo omicidio, intendo.»
«Questo qui» disse lui indicando la testa maciullata di Tomelli.
«Già, abbastanza tipico. La prima volta sono sempre più nervosi e violenti. Quel che però non mi quadra è il salto di qualità tra i due delitti. Sempre ammesso che si tratti dello stesso omicida, ovvio» disse con una punta di ironia guardandolo fisso.
«Ovvio» replicò lui con un mezzo sorriso. «Cosa vuoi dire esattamente?» le domandò, pur temendo di conoscere già la risposta.
«Secondo me ne manca uno. Se non di più. Manca un passo intermedio. Temo proprio, caro Corrado, che dovrai cercare almeno un altro cadavere.»
«Già… ma dove? Uno è a Milano e l’altro in quel paesino sperduto, Cenallo, Cantallo, o come diavolo si chiama!»
«Ehi, porta rispetto ai paesini sperduti del cuneese, sai» lo rimproverò sorridendo. «Centallo. Non è molto distante da qui. Potremmo andarci, facciamo un salto sul luogo del misfatto e poi pranziamo in un’ottima trattoria che conosco da quelle parti. Sempre che ci sia ancora, son passati un po’ di anni, e sempre che, dopo aver passato del tempo tra drugia e pàuta, da buon milanese snob, non ti sia passato l’appetito» celiò.
«Tra cosa e cosa?»
«Letame e fango. Benvenuto in campagna, colonnello Beneghetti.»
Così fecero.
Alla fattoria, mentre le loro suole affondavano nel fango e l’odore pungente di stalla si insinuava nelle loro narici, parlarono qualche minuto con lo scontroso titolare che si esprimeva quasi esclusivamente in piemontese stretto, tanto che Carla dovette fare da traduttrice simultanea. Non aggiunse altro a quel che già sapevano, se non il fatto che col-lì a j’era propi ’n can rognos, sempre pronto a litigare con tutti. Non gli parve particolarmente affranto per la dipartita del suo dipendente. Non gli era certo sfuggito che, poco dopo il loro arrivo, quasi tutti quelli che lavoravano lì erano spariti. Dal poco che avevano visto e sentito avevano lineamenti dell’Est Europa e una parlata dall’assonanza simile al rumeno. Si chiesero quanti tra loro fossero in regola coi libretti di lavoro, a giudicare dalla diaspora probabilmente nessuno, ma non erano certo lì per i diritti dei lavoratori. Scorsero un evidente sollievo negli occhi del fattore quando si congedarono da lui.
Il pranzo fu ottimo. Il marcato accento piemontese della cameriera faceva sorridere di gusto Corrado ogni volta che si rivolgeva a loro.
«Che c’è di così divertente?» gli chiese a un tratto Carla.
«La cameriera. È che sembra quasi che si stia sforzando di parlare italiano, come se fosse la sua seconda lingua.»
«Togli pure il come se. Si vede proprio che vieni dalla città. Qui è così, prima di tutto il piemontèis, poi proviamo anche in italiano. Poveretta, si trova davanti uno come te, deve pur sforzarsi di farsi intendere, no?»
Risero entrambi.
A metà pomeriggio si salutarono.
«Fai così: tu vai avanti tranquillo col tuo lavoro, tanto avrai anche altri casi tra le mani. Lasciami qualche giorno, così appena riesco vado a farmi un giro in val Tanaro e cerco di scoprire se c’è davvero qualcosa da scoprire. Ti avviso io appena trovo qualche elemento degno di nota. E… abbi fede, se le cose stanno come credo, il terzo morto prima o poi salterà fuori, che poi in realtà sarebbe il secondo cronologicamente parlando» gli disse lei attraverso il finestrino aperto della vettura.
Ognuno andò per la sua strada.