IL PICCOLO NICOLO’ – giugno 2003

766 Words
IL PICCOLO NICOLO’ – giugno 2003 Come suggeritogli da Carla, Corrado decise di andare a ritroso nel tempo di quindici anni. Data l’età dei cadaveri, considerando che in un passato più o meno recente avessero potuto indispettire qualcuno, ritenne opportuno indagare sulle loro esistenze fino a un’età compatibile con l’aver commesso certi tipi di azioni. Nella storia dell’umanità sono documentati sgarri senza tempo che vengono puniti anche a distanza di trent’anni e più, alcune persone hanno davvero un’ottima memoria e un’infinita pazienza. Se quei due avevano combinato qualcosa di irreparabile o se semplicemente avevano pestato i piedi sbagliati, lo avrebbe scoperto. Tuttavia, in capo a una settimana, non trovò nulla di che. Solo il Tomelli era stato denunciato insieme ad altre persone per una rissa all’interno di una discoteca nel 2009, ma nessuno si era fatto troppo male. Chiamò Carla comunicandole che nulla di interessante era emerso. Lei gli disse che talvolta le cose non si trovano solo perché non le si cercano nei posti o nei modi giusti. Gli raccontò che aveva svolto anche lei le sue indagini andando a scartabellare gli archivi delle testate giornalistiche dell’epoca, selezionando le due principali e focalizzando la sua attenzione per gli eventi occorsi nella vallata che collega Ceva a Ormea. Quando le era saltata agli occhi la notizia del numero di giugno del 2003 per poco non le era venuta una sincope. Come aveva fatto a scordarsene? Va bene che erano trascorsi undici anni, ma la morte di quel bambino aveva avuto un’eco notevole, ben oltre i confini del cuneese. Poi iniziò a ricordare. Il caso era stato gestito dai colleghi della Liguria perché, sebbene residente a Ormea, Piemonte, il corpicino di quel povero bambino era stato ritrovato tra i boschi in territorio ligure. Questione di competenze territoriali. Lei all’epoca aveva sicuramente avuto altre matasse da sbrogliare e quel caso, come tanti altri efferati e inspiegabili delitti, era pian piano scivolato nell’oblio dei contorti meandri cerebrali. In fondo non è che una forma di autodifesa, le cose peggiori, se possibile, vengono archiviate dal cervello in apposite stanzine a tenuta quasi stagna, quelli che si potrebbero definire dimenticatoi neuronali o segrete mnemoniche. Troppe brutture rischiano di farti perdere il senno, specie se per mestiere ne vedi tutti i giorni. C’era poco da stupirsi, quindi, che se ne fosse scordata. Ma ora il ricordo la colpì, forte e vivido. Il comparto a tenuta quasi stagna aveva ceduto, così come i suoi occhi da cui erano scese suo malgrado un paio di lacrime anarchiche e traditrici. Se c’era una cosa che proprio la indisponeva era piangere. Era stata davvero una brutta faccenda. Si chiamava Nicolò. Aveva nove anni. Nove. E tutta la vita davanti. Ma qualcuno gliel’aveva rubata e non era mai stato scoperto. Un giorno era scomparso e più o meno due settimane dopo i cani da ricerca l’avevano ritrovato seppellito in mezzo ai boschi non lontano da Ormea. Il peggio venne dall’esame autoptico: sepolto vivo dopo essere stato torturato e seviziato. Una storia così si vuol solo dimenticare. Un’altra notizia del passato colpì i suoi occhi, il suicidio del maresciallo Augusto Morelli nel settembre del 2005. Questa se la ricordava: quando un collega la fa finita vestendo in alta uniforme e sparandosi alla tempia con l’arma di ordinanza è difficile dimenticarsene. Prese l’articolo e lo lesse. Si parlava di depressione, ma Carla già all’epoca pensò che fosse una balla per proteggere il buon ricordo di un buon uomo. Se ne era andato lasciando la moglie Irma Capriotti e la figlia diciottenne Giulia. Capriotti, proprio come Nicolò. Era sua zia. All’epoca probabilmente nessuno pensò di collegare i due eventi. E forse erano davvero indipendenti. Certo che oggi la cosa non poteva passare inosservata. Non a una come lei, in ogni caso. Nell’arco di un decennio un bambino, due giovani uomini e un maresciallo dei carabinieri che, perlomeno in un determinato periodo, avevano condiviso una comune residenza in un raggio di pochi chilometri, erano morti in modo violento e in circostanze ancora del tutto da chiarire. Era anche possibile che quei casi non avessero alcuna attinenza tra di loro, ma il tarlo aveva già iniziato a scavare nella testa di Carla. Sapeva che per farlo tacere avrebbe potuto fare una cosa soltanto: andare di persona a osservare lo scorrere della vita della val Tanaro e scambiare qualche parola con le persone vicine ai defunti. Non sarebbe stato facile, sapeva per esperienza che le persone non amano parlare di certe cose, anche quando non c’entrano nulla coi fatti. Con quale autorità si sarebbe presentata? Con la divisa d’ordinanza o in abiti civili? La sua laurea in psicologia la portava a propendere per la seconda ipotesi, il fatto di non essere vista come sbirra forse avrebbe potuto recarle dei vantaggi.
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