Costa libanese, 6 settembre, ore 01:15

851 Words
Costa libanese, 6 settembre, ore 01:15 Il mare era una lastra scura e piatta adagiata sotto la cupola di un cielo senza luna. In direzione della costa soffiava una brezza fresca e quasi impercettibile. Un gabbiano planò leggero fino ad appoggiarsi sulla superficie dell’acqua. Con la pancia piena di pesce, poteva permettersi di starsene lì e farsi cullare dalle onde appena accennate. A un tratto, il suo momento di ozio fu interrotto dal propagarsi di strane vibrazioni. Il primo pensiero andò a qualche predatore e l’istinto gli ordinò di spiccare immediatamente il volo. Un attimo dopo, le ampie ali lo portarono in alto, al sicuro. Dieci metri più in basso, quattro figure risalirono dal fondale fino a emergere dall’acqua. Sopra le mute da sub indossavano una tuta da combattimento mimetica, le pinne fissate ai polpacci in modo da non intralciare la marcia. Utilizzando degli autorespiratori a ciclo chiuso, avevano nuotato sott’acqua senza fare affiorare in superficie bolle d’aria. Appena toccato il fondale, avanzarono camminando bassi e immersi nell’acqua. Le armi erano puntate in avanti, verso un’ipotetica minaccia. Senza fretta, guadagnarono la riva e rimossero l’attrezzatura subacquea, adagiandola sulla sabbia umida. Per ultimo indossarono i visori notturni in dotazione, mentre respiravano con piacere la fresca aria di mare. Si accovacciarono sul bagnasciuga per osservare l’ambiente: si udiva soltanto il tenue rumore della risacca, mentre il buio sembrava avere inghiottito tutta la spiaggia. Il tenente Vasco Nigra spiccava tra i membri della squadra con il suo metro e ottantacinque di altezza, quasi a ribadire il ruolo di leader. Dopo aver constatato che l’area non presentava pericoli immediati, fece segno ai compagni di dividersi in due gruppi. Il caporale Sergio Capodilupo fece coppia con il tenente. A un cenno dell’ufficiale, iniziò la perlustrazione della spiaggia. Nigra avanzò seguito da Capodilupo. Si mossero verso l’entroterra, il tratto era in leggera salita. Gli scarponcini lasciarono delle orme irregolari sulla soffice sabbia. Rumori di risacca e il garrito lontano di qualche gabbiano: nulla che potesse allertare i sensi allenati dei soldati, che mantenevano tuttavia la massima concentrazione. Percorsero una cinquantina di metri, trovando i primi ciuffi di erba che fuoriuscivano dalla sabbia. Puntarono verso una collinetta che dominava la spiaggia, poco distante da loro. In quel punto era posizionato un piccolo edificio a un piano piuttosto malconcio, apparentemente l’unico segno di civiltà nel raggio di centinaia di metri. Uno dei muri del rudere mostrava una frattura che ricordava una ferita. Del tetto non rimaneva neanche metà della superficie, il resto era collassato all’interno dell’edificio. Mentre il compagno gli copriva le spalle, Nigra risalì il lieve pendio fino a posizionarsi sotto all’unica finestra, ormai totalmente priva di vetri. Camminava lento e a passo leggero. Voleva accertarsi che l’edificio fosse disabitato. Le probabilità che vi fosse accampato qualche vagabondo erano piuttosto basse, visto che non esistevano villaggi nelle immediate vicinanze, tuttavia durante una ricognizione non si poteva tralasciare nessun dettaglio. Sbirciò con discrezione attraverso la finestra. L’unica stanza, priva di mobilia, conteneva solo una vecchia barca da pesca in rovina. Buona parte dell’ambiente era occupato dalle macerie del tetto crollato. Nessuna presenza umana. Si accovacciò e fece segno a Capodilupo di raggiungerlo. A circa un centinaio di metri di distanza, gli altri due soldati si erano infilati in mezzo a una bassa macchia di vegetazione. Dal loro punto di osservazione potevano tenere d’occhio una strada costiera priva di illuminazione che procedeva in rettilineo per tre chilometri, fino ad attraversare un piccolo centro abitato, con poche luci che allontanavano il buio. Oltre la strada si estendevano decine di ettari di campi coltivati. «Questo è un buon posto per le coppiette, vero Bianca?» domandò il sergente maggiore Alan Inserra, un soldato di statura non invidiabile ma con un fisico massiccio e allenato. Il sergente Bianca Vanz si sfilò il cappuccio della muta scoprendo una massa di capelli pregna d’acqua e dalla forma indefinita. «Sì, peccato che non siamo una coppietta.» «Potremmo sempre esserlo, qualche volta.» «Nei tuoi sogni, quando vuoi.» Inserra sogghignò in modo maligno. «Dimenticavo che tu preferisci gli ufficiali.» Bianca voltò la testa di scatto, lo sguardo simile a quello di una leonessa infuriata. «Ti consiglio di non andare oltre.» «Ehi calma, stavo solo scherzando» si difese Inserra. La donna tornò con lo sguardo verso la strada. «Non mi sto divertendo.» Accovacciato davanti al rudere, il tenente Nigra consultò l’orologio da polso, constatando che erano in perfetto orario con la tabella di marcia. La muta da sub gli dava fastidio, si grattò con energia la spalla destra, sfiorando un distintivo che lo identificava come appartenente al plotone Esploratori Anfibi del Reggimento Lagunari «Serenissima», conosciuti anche come Recon. Lui e la sua squadra avevano effettuato una ricognizione della spiaggia, propedeutica all’invio di una forza da sbarco che in quel momento si trovava a bordo della nave San Giusto. Entro poco tempo la spiaggia si sarebbe animata con decine di Lagunari e fucilieri della Brigata Marina San Marco, accompagnati da diversi mezzi d’assalto anfibio. Nigra osservò una piccola porzione di cielo sgombro da nuvole. Chiuse gli occhi e respirò una boccata di aria salmastra. Nonostante la grande stanchezza che sentiva addosso, lo rincuorava il pensiero che l’esercitazione fosse quasi al termine. Quello stesso pomeriggio sarebbe iniziato il viaggio di ritorno verso l’Italia. Forse sarebbe riuscito a passare del tempo con la donna che amava. Quel pensiero bastò per disegnare un sorriso sul suo volto annerito.
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