PROLOGO-1
PROLOGOI.
Un viso tormentava Cameron – un viso di donna. Era nel cuore della fiamma morente del fuoco nell’accampamento; nell’ombra che si addensava al disopra luce incerta; fluttuava nelle tenebre intorno.
Era in quell’ora, quando finito il giorno sopravveniva la solitaria notte nel deserto col suo silenzio di morte, che i ricordi si affollavano di più nell’animo di Cameron – ricordi di una casa lasciata laggiù a Peoria, di una donna a cui aveva fatto un torto e che aveva perduto, amata poi troppo tardi. Era un cercatore d’oro, destinato a vivere nella solitudine, preferiva e cercava quella tetra immensità, perché voleva essere solo, e ricordare.
Un suono lo riscosse dalle sue riflessioni. Egli piegò la testa e tese l’orecchio, in ascolto. Una lieve brezza agitava le pallide braci, disperdeva ceneri e scintille nel cerchio buio tutto intorno. Ma il mulo non si mosse. Solo il quieto urlo di un coyote. Saliva lamentoso, selvaggio – non l’urlo di una bestia in cerca di preda, non il latrato rivolto all’uomo solitario e al fuoco dell’accampamento, ma quasi l’ululato di un lupo, voce del deserto e della notte. Vibrava la fame – la fame di una compagna, il misterioso bisogno della riproduzione, della vita stessa. E quando l’urlo cessò, il terribile silenzio del deserto colpì Cameron, e l’ululato gli riecheggiò nell’animo. Lui e quel lupo vagabondo erano fratelli.
Poi un risuonare metallico sulla pietra e il soffocato rumore di zoccoli sulla sabbia lo scossero; prese prontamente la pistola e uscì dalla zona rischiarata dal fuoco. Si trovava in qualche punto della selvaggia linea di confine fra la Sonora e l’Arizona, e il cercatore d’oro che sfida il caldo e la deserta solitudine di quella regione correva anche altri pericoli, a volte non meno minacciosi.
Figure più scure del buio si avvicinarono e presero forma, e alla luce si rivelarono per quelle di un bianco e di un mulo pesantemente caricato.
«Salve!», esclamò l’uomo, fermandosi e guardandosi intorno. «Ho visto il fuoco. Posso accamparmi con voi?»
Cameron uscì dall’ombra e salutò lo straniero, che aveva scambiato per un cercatore d’oro come lui. Lo infastidiva quella interruzione della sua veglia solitaria: ma egli rispettava la legge del deserto.
Lo straniero lo ringraziò, poi tolse dal mulo i bagagli. Li aprì e cominciò a preparare il pasto. I suoi movimenti erano metodici e lenti.
Cameron lo osservava, senza che il suo risentimento fosse svanito, e tuttavia con crescente curiosità. La fiamma, alimentata, brillò di nuovo, e alla luce che essa proiettò intorno Cameron vide un uomo i cui capelli grigi non davano l’impressione che fosse vecchio, come le spalle curve non diminuivano l’impressione di ruvida forza.
«Avete trovato qualcosa?», domandò poi Cameron.
Lo straniero alzò rapidamente gli occhi a guardarlo, come stupito di udire il suono di una voce umana. Rispose; allora parlarono un po’ insieme. Era evidente, però, che il nuovo venuto preferiva il silenzio. Cameron lo comprendeva. Rise cupamente, guardando con maggiore attenzione il viso rugoso e affaticato che gli era davanti. Un altro di quei cercatori d’oro, di quella strana gente che una qualche irrequietezza spingeva nel deserto, ancora più che il miraggio dell’oro! Ed egli sentì che fra lui e quell’uomo esisteva una sottile affinità, vaga e indefinita, nata forse dall’intuizione che entrambi erano errabondi nel deserto, un’affinità che forse aveva origine nel passato. Un’emozione da lungo tempo dimenticata pervase il petto di Cameron: tanto dimenticata che non avrebbe saputo riconoscerla, ma che assomigliava al dolore.
II.
Quando si svegliò si accorse, con sua sorpresa, che il compagno della notte era partito. Le sue tracce nella sabbia si dirigevano verso nord. Ma in quella direzione non c’era acqua. Cameron scrollò le spalle: non era affar suo, quello, e aveva già le proprie difficoltà da superare. Così, presto dimenticò il suo strano visitatore.
Cominciò la sua giornata, contento della solitudine, ritornata ora assoluta, proseguendo in quella zona cosparsa di canyon, nella quale non si vedevano segni di vita. Si dirigeva verso sud, senza scostarsi troppo dal letto quasi asciutto di un corso d’acqua; e soltanto di tanto in tanto, senza un grande interessamento, cercava intorno a sé quei segni che indicavano la presenza dell’oro.
Quel lavoro era sfiancante; e tuttavia i periodi di riposo che si concedeva non gli erano richiesti dalla stanchezza. Riposava per guardare, per ascoltare, per sentire. Il significato di quel vasto mondo silenzioso aveva avuto sempre per lui qualche cosa di mistico, che sentiva nel suo incalcolabile potere ma che non aveva mai compreso.
Quel giorno, mentre c’era ancora luce, e scavava in una zona umida per trovare dell’acqua, fu distolto dal suo lavoro da un suono di zoccoli sulla roccia. Si sollevò rapido, e vide che un uomo scendeva verso il canyon, conducendo a mano un mulo. Lo riconobbe.
«Salve, amico!», lo chiamò l’uomo. E si fermò. «I nostri sentieri si sono di nuovo incontrati. È bene, così».
«Salute», rispose Cameron lentamente. «Niente indizi di oro, oggi?»
«No».
Si accamparono insieme, fecero il loro pasto frugale, fumarono la pipa e poi si avvolsero nelle coperte senza avere scambiato molte parole. La mattina seguente, la stessa riservatezza da parte di entrambi. Soltanto, lo straniero, quando ebbe ricaricato il mulo e fu pronto a partire, si rivolse a Cameron:
«Se la cosa vi va, si potrebbe stare insieme».
«Non prendo mai un compagno», replicò Cameron.
«Voi siete solo, io sono solo», insistette l’altro, con mitezza. «La regione è vasta. Se troveremo dell’oro ce ne sarà abbastanza per due».
«Non sono nel deserto soltanto per cercare dell’oro», rispose Cameron prontamente e con una certa freddezza nella voce.
Gli occhi del suo compagno, profondi, luminosi, ebbero uno strano lampo; e Cameron, notandolo, si indusse a dirgli che in quei suoi anni di vita errante non aveva mai incontrato un uomo che potesse sopportare come lui il caldo soffocante, gli accecanti turbini di polvere, il terribile silenzio e la desolazione del deserto. Accennava vagamente con la mano, così dicendo, verso la pianura; e aggiunse:
«Io posso attraversare il deserto della Sonora, posso dirigermi verso Pinacate o al nord, verso il bacino del Colorado; e voi siete vecchio».
«Non conosco la regione, ma per me un paese ne vale un altro», rispose il suo compagno. Parve dimenticare se stesso per qualche momento, volgendo intorno lo sguardo; poi, battendo piano la mano aperta sulla groppa del mulo, lo fece passare dietro Cameron. «Sì, è vero, sono vecchio; e sono anche solo, sebbene non da molto. Però, amico, sono ancora in grado di viaggiare, e per qualche giorno la mia compagnia non potrebbe infastidirvi».
«Come volete», replicò Cameron.
Cominciarono così insieme una lenta marcia nel deserto. Al tramonto si accamparono ai piedi di una bassa mesa. Cameron fu contento di vedere che il suo compagno aveva l’abitudine indiana del silenzio. Un altro giorno di viaggio condusse i due cercatori d’oro più addentro nel deserto; e allora vi fu fra loro un’attenuazione di quella mutua riservatezza, visibile nello straniero, quasi impercettibilmente graduale in Cameron. Infatti, accanto al fuoco dell’accampamento, il vecchio pensoso cercatore d’oro si toglieva di tanto in tanto dalle labbra la pipa annerita per parlare un po’; Cameron ascoltava, e talora rispondeva una parola. Così, mentre cominciava a sentirsi meno solitario nel deserto, osservò più attentamente il compagno, e lo trovò diverso da ogni altro uomo da lui incontrato in quella regione selvaggia. Difatti il vecchio non si lagnava mai del caldo, del riverbero, dei turbini di sabbia, dell’acqua salmastra. Durante il giorno stava raramente ozioso; a sera se ne rimaneva seduto meditabondo accanto al fuoco o passeggiava su e giù nell’ombra. Dormiva poco, e soltanto quando Cameron aveva dormito a sua volta. Era paziente, instancabile, silenzioso.
L’interessamento che si risvegliava in lui ricordò a Cameron che egli per anni aveva sfuggito ogni compagnia. In quegli anni, infatti, tre uomini soltanto si erano uniti con lui, nel deserto, e quei tre avevano lasciato le loro ossa biancheggianti nella sabbia. Cameron non si era curato di conoscere i loro segreti. Ma ora più studiava questo suo ultimo compagno, più sentiva che gli altri gli erano apparsi manchevoli in qualche cosa. Nel suo desiderio di mantenere il proprio segreto nell’illimitato spazio del silenzio e della desolata solitudine, dove poteva rimaner solo con esso, aveva dimenticato che la vita poteva essere stata amara anche con altri. In un certo senso il suo silenzioso compagno glielo ricordava.
Un giorno, nel tardo pomeriggio, dopo che ebbero lavorato uno spazio di sabbia ghiaiosa, trovarono una fossa d’acqua secca. Cameron scavò profondamente, ma invano; e stava per ritornare con passo stanco dove avevano visto l’ultima volta dell’acqua, quando il compagno lo pregò di attendere. Poi il vecchio frugò fra le sue cose e ne trasse un oggetto che pareva un piccolo ramo di pesco forcuto; ne prese fra le mani i due denti e li tenne davanti a sé, con l’estremità della bacchetta rivolta all’infuori, mentre intanto andava lentamente intorno presso la pozza disseccata. Cameron, dapprima divertito, poi meravigliato, infine curioso, lo seguiva, con un senso quasi di compassione. Vedeva che il compagno faceva uno sforzo, visibile al tremito dei polsi, come se dovesse resistere contro una forza considerevole. Finalmente la punta della bacchetta cominciò a vibrare e a girare. Cameron stese una mano a toccarla, e fu stupito di riscontrare che un’energia misteriosa pareva attrarla in giù: fu come se avesse avuto una lieve scossa elettrica. Poi la bacchetta si fermò, in direzione del suolo.
«Scavate qui», disse il vecchio.
«Cosa?», esclamò Cameron. Quell’uomo cominciava a perdere la ragione?
Poi Cameron vide il vecchio che cominciava a scavare da sé. Trenta, quaranta, cinquanta centimetri, un metro, un metro e cinquanta e la sabbia appariva sempre più scura, poi divenne umida. A poco meno di due metri l’acqua cominciò a trapelare.
«Prendete quel piccolo secchio nel mio sacco», disse il vecchio.
Cameron ubbidì; e vide che il compagno appoggiava il secchio sul fondo della buca, tenendolo in modo che l’acqua vi passasse. Infatti ben presto fu pieno. Di tutti gli strani incidenti che erano accaduti a Cameron nel deserto, quello era il più strano. Curioso, raccolse la bacchetta e la tenne come aveva visto fare all’altro: ma il ramo gli rimase inerte nelle mani.
«Vedo che neppure voi avete ciò che occorre», osservò il vecchio. «Sono in pochi ad averlo».
«Che cosa?»
«Il potere di trovar l’acqua in questo modo. Un tedesco, là nell’Illinois, usava fare così per localizzare i pozzi; e fu lui che mi fece vedere che avevo anch’io lo stesso dono. È una cosa che non riesco a spiegare. Ma voi non avete bisogno di meravigliarvi così: non c’è nulla di soprannaturale in tutto questo».
«Volete dire che è un fenomeno ordinario, che vi siano uomini i quali hanno come una specie di magnetismo, il potere, insomma, di trovare l’acqua così come avete fatto voi?»
«Sicuro; e non è una cosa rara nell’Illinois, nell’Ohio, nella Pennsylvania. Il vecchio tedesco di cui vi ho parlato guadagnava denaro andando attorno con la sua bacchetta».
«Che dono, questo, per chi viaggia nel deserto».
Il vecchio sorrise: era la seconda volta in tutti quei giorni.
Entrarono in una zona nella quale il minerale abbondava, e il viaggio divenne più lento. Generalmente seguivano un corso d’acqua, uno da una parte l’altro dall’altra, e lasciavano i muli a mangiar l’erba, mentre essi cercavano qualche segno che rivelasse la presenza dell’oro. Quando trovavano una roccia che si poteva credere contenesse oro, ne toglievano un pezzo col piccone e lo sottoponevano a un assaggio chimico. Una ricerca affascinante. Inframmezzavano il lavoro con lunghi momenti di riposo, durante i quali rimanevano silenziosi a guardare lontano, dalla pianura fosca e deserta alla vaga linea montagnosa. Un imperioso desiderio di qualche cosa, che non era soltanto il miraggio dell’oro, li conduceva sulla cima di una mesa, li faceva arrampicare su una roccia, dove poi rimanevano a guardare intorno e a meditare. Poi al tramonto sceglievano un canyon, o qualche altro luogo adatto, dove cercavano dell’acqua; e quando l’avevano trovata scaricavano i muli e si accampavano. Il crepuscolo cadeva, ed essi se ne rimanevano là seduti, appoggiati a un sasso, con gli occhi pensosi fissi nel fuoco morente; poi presto si stendevano nella sabbia, con la luce delle stelle sulle facce abbronzate e scure.