Capitolo secondo
Sono passati due giorni dal funerale. Non saprei dire neanch’io come li ho trascorsi. So che sono venuti a trovarci pochi parenti e molti amici, che hanno parlato e parlato, tanto da farci desiderare di non vedere più nessuno. Sono arrivati da Firenze, nonostante la distanza, solo per salutare Emilio, per ricordarlo e per rivolgere le loro schive carezze al legno della sua bara. A mio padre sembra che abbiano voluto bene in tanti. Solo a noi, a me e a mia madre, che gli eravamo così vicine da poterci aspettare il meglio di lui, non era riuscito a dare nessuna ragione per rimpiangerlo. La persona che viene fuori dai racconti dei suoi amici è un uomo molto diverso dall’immagine che ho conservato di lui. Era davvero stato così mio padre? Era stato davvero quell’esemplare raro di «idealista filantropo» che si era guadagnato la stima e l’affetto degli amici prodigandosi silenziosamente per ciascuno di loro nei momenti di bisogno? Eppure queste persone lo hanno conosciuto e frequentato per oltre cinquant’anni, molto di più di quanto non abbia fatto io.
La zia li ha ascoltati annuendo. A lei i conti col passato tornano tutti, a me purtroppo no.
I conti non tornano nemmeno quando guardo la fotografia dei miei genitori. Ce n’è una nella camera che ha ospitato mio padre negli ultimi anni qui a casa della zia. Si tratta di una di quelle prime foto a colori che si scattavano tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta. Il tempo le ha scolorite in una maniera molto caratteristica lasciando prevalere una dominante rossa. Tutti i vecchi album hanno di queste foto e le ambientazioni, gli abiti, quasi anche la gamma delle espressioni, si ritrovano invariati in tutti i ritratti di famiglia di quel periodo. Ma almeno per la posa, l’immagine di mio padre e mia madre si distaccava da ogni cliché, perché l’espressione dei due ventenni della foto era straordinariamente naturale come se il fotografo l’avesse scattata a tradimento senza avvisarli delle proprie intenzioni: si tenevano per mano, non si guardavano, anzi guardavano per terra come se seguissero con lo sguardo una formica immaginaria. Avevano l’espressione di chi sta per ridere di qualcosa di tremendamente buffo che si è appena detto o pensato. Sui due volti gli angoli delle labbra e degli occhi erano atteggiati nella stessa maniera come se i due fossero attraversati da un identico flusso di pensiero. Non so dire se sia proprio per questo ma, se non li avessi conosciuti, a guardare quell’immagine avrei potuto ragionevolmente ipotizzare che tra loro ci fosse un forte coinvolgimento e una buona dose di complicità. E non riesco a immaginare niente di più lontano dalla realtà del loro rapporto orientarsi nelle due parole che ho adoperato: coinvolgimento e complicità.
«Zia, di quand’è quella foto?» Le mostro la cornice tenendogliela davanti al viso mentre risciacqua le tazze della colazione nell’acquaio della cucina.
Lei si asciuga le mani con cura prima di prendermela di mano e di collocarla alla distanza migliore per metterla a fuoco senza occhiali.
«Questa credo che sia del ’70, l’anno prima che nascessi tu» mi dice dopo aver riflettuto qualche secondo. «Erano giovani come l’acqua! Erano a Torre del Lago. Doveva avergliela scattata Nuto. A quel tempo erano sempre insieme. Ovunque andassero, tuo padre lo voleva sempre accanto perché era il suo amico più caro. Lui ci veniva con qualche sua ragazza, una diversa di volta in volta, ma non si faceva mai fotografare perché diceva che “le fotografie ti rubano l’anima”. Era una scemenza che doveva aver sentito in qualche film sugli indiani. Tuo padre glielo diceva sempre che era uno scemo ma, al di là delle prese in giro, la verità era che Nuto era l’unica persona al mondo con la quale riuscisse a parlare liberamente. Si raccontavano tutto, passavano delle nottate a parlare delle loro cose senza accorgersi nemmeno che si stava facendo mattino. Giocavano a pallone, cantavano dietro alla chitarra o scorrazzavano per le colline tanto per il gusto di girare in macchina. E te la ricordi la Innocenti?»
Annuisco col capo mentre lei continua con un’espressione beatamente assorta che la fa sembrare molto più giovane dei suoi anni.
«Io che ero più piccola li invidiavo da morire! Perché Nuto mi piaceva e… avrei fatto carte false per farmi scarrozzare per le colline fino all’alba! Ma lui non mi vedeva nemmeno. Quanto era bello! O non lo so se era bello. Aveva qualcosa… non so spiegarlo, qualcosa che ti costringeva a guardarlo, non lo potevi ignorare. Gli occhi! Quelli sì che erano belli: scurissimi e grandi da incantatore di serpenti. Ma lasciamo andare, va’! Che io son vecchia e l’acqua passata non macina più.»
Mi fa un sorriso pieno di autoironia mentre il guizzo di vitalità del suo sguardo si estingue sotto le palpebre appesantite dalle lacrime degli ultimi giorni.
Poi mi guarda diritto negli occhi, con l’aria di voler radiografare i miei pensieri e aggiunge, con un tono di voce serissimo ma, tuttavia, pacato:
«Non ti fare idee strane, Silvana... Erano amici. Amici e basta. »
«Non mi stavo facendo nessuna idea strana su papà, zia. Piuttosto su di te… » Mi permetto una frecciatina affettuosa, sicura che non si offenderà.
«E Nuto? Dov’è finito? Non ricordo di averlo mai visto, neanche da piccola. Non mi sembra nemmeno di averlo mai sentito nominare.»
«Non c’è più da tanto tempo» mi risponde con una voce stranamente inespressiva. Poi, mentre ricomincia meccanicamente a sciacquare le stoviglie, senza riuscire a dissimulare un’ombra di fastidio, aggiunge:
«Ma adesso lasciami andare che ho mille cose a mezzo qui in casa. Gli ultimi giorni sono stati veramente troppo pesanti. Vai a farti un giro, così prendi un po’ d’aria e ti fai due passi.»
Decido che la zia ha ragione. Le dico che non mi aspetti a pranzo e che tornerò verso sera.
«Prenditi la macchina se vuoi. C’è quella di tuo padre giù di sotto. Guarda, lì nella fruttiera di Limoges ci sono le chiavi.»
«Che macchina?» le chiedo.
«La Mini.»
«Ma sei matta? Esiste ancora?»
«E sì che esiste ancora.» Mi guida alla finestra e mi invita, con un cenno del capo, a guardare giù in strada. La Mini Innocenti è lì uguale a come l’ho rivista per anni nei miei ricordi.
«Ma dai…» sussurro con un filo di voce. Sono emozionata nel vedere che esiste ancora dopo tanto tempo. E quel colore verde! Mio cugino Guido e io, da bambini, dicevamo che era «color deiezione di tartaruga». Ci piaceva questa parola, deiezione, che si poteva dire senza pudore perché tanto quasi nessuno capiva cosa significasse. Non so nemmeno dove l’avessimo imparata.
«Funziona ancora?»
«No, la devi spingere tu, Silvana!… Guarda che va meglio di quelle nuove. Tuo padre la teneva come un gioiellino perché c’era affezionato. Poi se ne è occupato Guido. Non voleva che andasse in malora ora che Emilio non se ne poteva più curare. C’era affezionato anche lui. Prendila se ti serve, tanto sarebbe comunque tua.»
Dopo una iniziale diffidenza e un po’ di imbarazzo con lo stacco della frizione, la Mini va come una scheggia (o quasi) e mi tiene compagnia con il suono del suo motore che brontola bonariamente quando accelero. Mi piace l’odore della vecchia tappezzeria cotta dal sole. L’Arbre Magique non riesce a sovrastare un sottofondo che richiama vagamente l’odore antico di questo abitacolo così come la mia memoria lo ha custodito in qualche suo angolo nascosto. Da quell’angolo emergono all’improvviso, rapide come il passaggio di uno stormo d’uccelli, le immagini di una giornata di sole: prati verdi e gialli scorrono fuori dai finestrini aperti, le colline si inseguono come cavallini di un’immensa giostra, i capelli di mamma svolazzano impazziti e sono i tentacoli di una fantastica medusa dai magici riflessi bluastri. Risuonano le voci del passato che sono ormai spente da anni: la voce di Guido bambino che strascica una canzone stonata; la voce di mamma che girata verso di noi chiede se vogliamo un biscotto; la voce di papà, quella manca. So che anche lui è lì perché sta guidando, ma la sua voce non riesco proprio a ricordarla.
Non mi accorgo nemmeno del tempo che passa mentre la vecchia utilitaria ripercorre, ancora una volta, il tragitto che aveva compiuto tante volte, con la mia famiglia a bordo, per tutta la mia infanzia, per riportarci a casa dopo ciascuna delle frequenti visite a casa della zia Adele a Pisa.
Sono ancora immersa nei ricordi quando meccanicamente imbocco la strada che conduce al cimitero di Monteripaldi.
Lascio la Mini di fianco all’ingresso e mi addentro nel minuscolo rettangolo del cimitero. È una fortuna che non sia tanto grande perché qui, dall’anno in cui morì mia madre, io non c’ero mai più venuta e se non fosse che questo è, quasi letteralmente, un fazzoletto di prato, non avrei ritrovato la sua tomba così facilmente. Quando ero stata qui l’ultima volta non c’era ancora una foto sulla lapide, tra i mille pensieri sorti in seguito a quella morte improvvisa, che ci aveva travolti con la violenza di un uragano, adempiere a quella lugubre formalità non ci era sembrato un problema urgente. Adesso la foto c’è. Mi aspettavo che ci fosse ma sono comunque stupita perché non rappresenta mia madre all’età nella quale è mancata. È una sua foto da ragazza, con un insolito taglio di capelli sorprendentemente corto. L’immagine stride con il raffronto tra le date di nascita e di morte che raccontano il venir meno di una donna di quarantasette anni. Accanto alla sua, c’è una porzione di lapide lasciata in bianco per mio padre. Domani trasleranno la salma dalla camera mortuaria di Pisa e la sistemeranno qui a tener compagnia a quel che resta di mia madre.
Ritorno con lo sguardo alle incisioni sulla tomba e mi accorgo dell’epitaffio, anche quello aggiunto dopo, certamente da mio padre: «Il mio amore ti segua dove io non riesco a seguirti».
Impossibile eludere il senso della frase, impossibile non accettarne la sincerità. Sento le mie gambe venir meno per il peso di parole che raccontano e rendono nuovamente vivo il dolore della perdita di mia madre, con dei modi così intimamente affini al mio sentimento da lasciarmi sconcertata. Ne sono scossa per l’irruenza con la quale invadono l’universo oscuro dei sentimenti di mio padre e mi costringono a confrontarmi con il suo ricordo o forse con la sua presenza. Presenza – non saprei in che altro modo chiamarla – perché mio padre è morto ma sembra che qui e adesso, con questa frase incisa nel marmo, egli sia riuscito a materializzarsi e ad abbattere quel muro antichissimo con il quale, per tutta la sua vita, mi aveva impedito di avvicinarlo e di vedere i suoi sentimenti. La voce di mio padre, assente dai miei ricordi, adesso è nell’aria e, parlando la stessa lingua del mio dolore, sembra aprirmi la strada di una verità più profonda che non avrei mai potuto immaginare. Per la prima volta in una intera vita lo sento vicino in qualcosa. Mi siedo su una tomba e aspetto con pazienza che il mio cuore rallenti la sua corsa. Lacrime dure come sassi cercano faticosamente la loro strada verso i miei occhi. Mi congestionano il viso senza riuscire a trovare sfogo.
Tutto torna tranquillo dopo pochi minuti.
«Non è successo niente» mi ripeto. «Se le voleva bene, avrebbe dovuto dimostrarglielo da viva.»
Riguardo la lapide ancora una volta. Vedere il viso di mia madre mi rasserena, appoggio una mano sulla sua fotografia.
«Sei più giovane di me. Potresti essere mia figlia per l’età che dimostri. Ti stanno bene i capelli così corti. Ciao mamma» la saluto prima di andar via. Solo allora mi accorgo del piccolo mazzo di fiori quasi nascosto in un vasetto dietro la lapide. Sono anemoni di diverso colore, azzurri, bianchi e rosati. Erano i fiori che mia madre amava di più. Li comprava lei stessa per metterli in casa o li riceveva dai suoi famigliari nelle ricorrenze. Sono freschi, avranno un giorno o due. Mio padre non può averli portati. Penso a chi possa essere rimasto vivo tra i parenti. Sono tanti anni che non ho più notizie di nessuno di loro. Chiederò alla zia Adele appena rientrerò.
Ma è ancora presto e non ho voglia di ritornare a Pisa. Prendo un panino al primo bar che incontro e poi proseguo verso la nostra vecchia casa.