Capitolo terzo
Il grande ulivo dal tronco cavo c’è ancora, lì dove è da sempre, accanto al cancello di casa. Gli anni (chissà quanti?) trascorsi senza potature ne hanno inselvatichito la chioma, tanto che qualche getto più lungo giunge a spazzare il terreno sotto la pianta producendo un fruscio flebile a ogni soffio di vento. Sul vecchio cancello di ferro la ruggine ha completamente divorato la vernice ed è così anche per le ringhiere della terrazza al primo piano.
La casa si staglia in controluce sulla campagna invernale sferzata dalle folate taglienti della tramontana di dicembre. Un sole anemico inizia lentamente ad abbassarsi alle sue spalle, velato dalla cappa lattiginosa che ha nascosto il cielo per tutto il giorno. Nel giardino, invaso dalle erbe selvatiche, pochi tralci rinsecchiti di vite emergono spettrali dalle sterpaglie. Il fico è sommerso dalla vegetazione invadente dell’edera. Nonostante l’albero sia completamente spoglio, si intuisce già dall’aspetto avvizzito della corteccia che molti rami non daranno mai più foglie.
Ho un gran freddo. Gli abiti pesanti non bastano a ripararmi. Sento un brivido propagarsi fastidiosamente lungo la schiena come se non avessi la giacca. La pena che provo nel vedere questo luogo in uno stato di tale desolazione si somma alla sensazione di gelo che mi assale ogni volta che ritorno con la mente all’ultimo anno trascorso in questa casa con mio padre; la tristezza mi toglie le forze. Non è stata una buona idea venire qui. Sono tentata di andare via subito e di rientrare a Pisa ma un’inspiegabile attrazione mi inchioda davanti al cancello. La mano che tengo appoggiata alle sbarre dopo un po’ inizia a intorpidirsi per il gelo. Meccanicamente la ritiro e rovisto dentro la borsa in cerca del pacchetto delle sigarette. Ne accendo una per perdere tempo e dare modo al mio cervello confuso di orientarsi tra le due opposte pulsioni. Alla fine spengo il mozzicone e mi decido a entrare.
Tasto con la mano la parete interna del tronco cavo dell’ulivo alla ricerca del grosso chiodo che mio padre aveva messo lì per appendervi le chiavi di scorta. Non so nemmeno se sia sensato cercarle lì. Ha senso pretendere che le abitudini di Emilio siano rimaste immutabili a dispetto degli anni!? Sì, è una pretesa ragionevole, conoscendolo: infatti, dopo aver scandagliato la parete di legno per qualche tempo, circa trenta centimetri sotto l’apertura, sento il freddo del metallo sotto le dita e riconosco le volute ampie della chiave della rimessa. È molto grossa e arrugginita. Un anello d’acciaio la lega alle altre chiavi della casa. Tento la serratura del cancello ma le parti del meccanismo sembrano saldate tra loro. Immagino che sia colpa della ruggine. Non mi perdo d’animo, giro intorno al muro del giardino e arrivo al cancello piccolo, quello che dà sull’aperta campagna. Non tento nemmeno di aprirlo, mi ha sempre divertita entrare in giardino da questa parte senza usare le chiavi. Appoggio un piede dopo l’altro alle sbarre orizzontali e, con un ultimo sforzo per schivare le punte di lancia sulla sommità, scavalco. Mi faccio strada tra l’erba alta sopportando silenziosamente le spine che si conficcano nella tela dei jeans. Passo davanti alla rimessa quasi nascosta dall’edera che ha invaso l’intera facciata e, svoltato l’angolo, arrivo alla porta d’ingresso dell’abitazione. Anche questa serratura appare ossidata ma con un minimo sforzo la porta si apre. Mi investe il respiro della casa, un odore di umidità stagnante sui vecchi muri, simile a quello che si sente all’imboccatura delle grotte.
L’elettricità è stata staccata. So che tra meno di un’ora sarà buio e non posso perdere troppo tempo. Mi concederò un giro veloce solo per vedere come sia cambiata questa casa dal tempo della mia fuga e per raccogliere qualche dettaglio che mi dica quale vita vi abbia condotto mio padre nei diciotto anni che vi ha trascorso da solo.
Il piano terra ha il pavimento invaso dalle foglie secche. Da dove siano entrate non saprei dirlo. Forse dalla fessura sotto la porta d’ingresso o potrebbero anche essere rimaste qui da quando ci viveva mio padre. In un angolo della cucina c’è una pila di vecchi giornali messi da parte per accendere la stufa. Quelli a contatto col pavimento sono umidi, la carta marcia riempie l’aria di un odore di muffa misto a quello di petrolio. C’è polvere ovunque. Un tanfo di grasso stantio si spande dall’angolo di cottura e si avverte già dal primo momento in cui entro nella stanza. Il soffitto è ingrigito e l’imbiancatura si stacca lasciando pendere brandelli di intonaco. Le sedie, il tavolo, il lampadario di ceramica, il vecchio lavello: tutto immutato a dispetto dello strato spesso di polvere che vela ogni cosa.
Salgo al piano di sopra e anche lì è tutto uguale. Solo la vista è cambiata: l’abitazione dei vicini si è trasformata da semplice casa di campagna a casale rustico-chic da rivista di architettura con tanto di piscina rifinita in pietra locale. Curiosa presenza nella nostra frazione abitata prevalentemente da impiegati figli di contadini. La famiglia che ne era proprietaria, finché avevo vissuto qui io, aveva una rivendita di pane alla periferia di Firenze; gli affari dovevano esserle andati proprio bene per permetterle una ristrutturazione così elegante. Sempre ammesso che non l’abbiano venduta.
D’improvviso, aprendo le imposte, mi assale il ricordo delle estati da bambina, nel giardino di quella casa pieno di angoli perfetti per il nascondino.
«Uno, due, tre, quattro…» e poi precipitosamente: «trentasette, trentotto, trentanove, quaranta. Chi vedo vedo!»
C’è Lorenzo a contare con la faccia nascosta contro l’albero, le gambette sottili coperte di graffi. Tocca spesso a lui perché è il più piccolo di tutti e il più sprovveduto. Le orecchie a sventola sporgono dal cappellino da baseball come i petali cerei di un fiore tropicale. Quattro o cinque bambini schizzano dietro le macchie di rosmarino; il berrettino rosso di Mara, con la scritta pubblicitaria del colorificio locale fa capolino da dietro il pozzo. Io sto seduta sotto il gelso, dondolo le gambe che penzolano dal muretto troppo alto, mi fingo soddisfatta di cullare la mia bambola: vorrei partecipare al gioco ma so di non saper correre veloce come loro, ho poca coordinazione, e allora preferisco non giocare.
Richiudo la portafinestra mentre la luce fuori va diminuendo sempre di più. La mia malinconia si acuisce a mano a mano che i ricordi si presentano, come ospiti indesiderati, nella mia mente.
… Sono piccola. Lo so perché, stando in piedi, la spalliera della sedia della rimessa è all’altezza dei miei occhi. Il babbo sta lavorando dei legni. Io sto zitta a guardarlo ammirata. Passano le ore. Ho fame e sete ma non dico nulla perché so che non lo devo disturbare…
Devo andar via da qui al più presto e rimettere il mostro della tristezza dentro la sua gabbia perché, se non lo faccio subito, tra poco inizierà a mordermi sempre più a fondo e il suo veleno mi toglierà le forze per giorni e giorni. e io questo non posso proprio permetterlo.