Capitolo quarto

1604 Words
Capitolo quarto Nei primi anni della mia vita, Firenze si riduceva a poche strade intorno a via Santa Reparata dove mia madre aveva la sua sartoria. Succedeva di rado che lei mi portasse con sé in città, perché in genere erano i nonni a occuparsi di me mentre i miei genitori erano al lavoro. In quelle giornate speciali, che trascorrevo nella bottega disegnando sul retro di qualche foglio di calendario o inventando vestiti per la Barbie con ritagli di stoffa, verso mezzogiorno mia madre si concedeva una pausa fuori ordinanza dal lavoro e, se il clima lo permetteva, mi portava a prendere il sole e a consumare il pranzo portato da casa sulle panchine di piazza Indipendenza. Il resto della città a quel tempo era a malapena uno sfondo che scorreva veloce oltre i finestrini di un autobus o della Mini quando il babbo veniva a riprenderci. Fino all’età di tredici anni, il mio mondo era interamente racchiuso dall’orizzonte quieto delle colline. La sostanza di quel mondo erano gli ampi spazi aperti nei quali si era liberi di muoversi e la trama di relazioni non invadenti, ma quasi familiari, che si erano stabilite tra la mia famiglia e gli altri abitanti delle case della mia frazione. Solo con la scuola superiore e poi con l’università, le strade di Firenze erano diventate pian piano anche mie e, col trascorrere degli anni, non c’era angolo della città che non avesse assunto un significato personale, per qualche consuetudine che lo riguardasse o per qualche episodio del quale evocasse il ricordo. A passare da certe vie ora, dopo venti anni di assenza, provo la strana sensazione di essere il fantasma di una persona morta che si aggiri nei luoghi dove ha vissuto. Nessuno più si rivolge a me con familiarità, non ci sono amici che mi aspettino, non incontrerei un conoscente nemmeno a girarvi per ore. Ma Firenze esercita le sue suggestioni lo stesso, anche su una turista fantasma, soprattutto in questi giorni con le strade tutte splendenti di addobbi, di abeti infiocchettati e stelle di Natale. Mi sento quasi bene, tra tutte queste luci con gli altoparlanti che diffondono canzoni sentimentali e il profumo dolce delle bruciate che mi mette sempre di buon umore. Quasi bene, se riesco a tenere a freno un fondo di estraneità che, appena abbasso la guardia, trasforma le note diffuse dagli altoparlanti in qualcosa di stucchevole e vuoto, che mi fa vedere gli addobbi come una vana parata di orpelli. Quasi bene… Mi manca solo di trovare una bella bancarella di libri e la mia malinconia si farà da parte, si appiattirà sul fondo della mia anima come una bestia impaurita. Certo, saprò anche allora di non averla scacciata ma ho imparato che così forse mi lascerà vivere tranquilla per qualche ora. Ed ecco la bancarella dei libri che mi si stende davanti, pavesata a festa di lampadine, con le copertine ben ordinate in alte ricchissime pile. Ci sono anche dei libri usati. Questi mi incuriosiscono particolarmente perché a volte, scavando nel mucchio (fatto prevalentemente di romanzi in edizione economica), puoi trovare qualche bella sorpresa: un’opera fuori catalogo che non speravi più di procurarti e che costa anche poco, oppure un testo del quale non hai mai sentito parlare ma che, per qualche motivo, sembra promettere proprio bene. Poi, quando li sfogli, può anche capitarti di trovare, scritti direttamente sulle pagine, degli appunti che ti raccontano qualche storia. Questo a me piace molto. Inizio appena a scorrere i titoli quando il mio telefono comincia a squillare. Sullo schermo appare il nome: Saro. Sento una leggera stretta al diaframma e cullo un piacevole senso di agitazione mentre aspetto il quarto squillo prima di rispondere. Tra gli impegni e le emozioni di questi giorni ho dimenticato proprio di chiamarlo. «Ciao Saro. Come stai?» «Io sto bene, e tu? Non sapevo nemmeno se eri viva. Sono tre giorni che non ti fai sentire» mi dice palesemente piccato. Il suo accento catanese risalta, più nitido che mai, in mezzo alle voci della gente che affolla il mercatino e che si esprime col più familiare accento toscano. Mi sorprende che si senta così toccato dal mio silenzio di pochi giorni, ma qualcosa dentro di me è lusingata e intenerita, tanto che mi trovo subito a scusarmi, a cercare di rassicurarlo: «Non mi sono nemmeno accorta del tempo che passava. Lo sai come vanno queste cose: visite di condoglianze, scartoffie, il funerale... Adesso stavo facendo due passi per Firenze. Volevo rivedere le strade dove passavo tanto tempo quand’ero ragazza e poi mi sono fermata in un mercatino di Natale a guardare i libri. Tu cos’hai fatto in questi giorni?» Lui non mi aiuta. «Le solite cose» risponde, con un tono molto formale. «Tra due giorni è Natale» rilancio io. «Come lo passerai?» «Come vuoi che lo passi? Avrei voluto passarlo con te ma tu non ci sei. Ma del resto, anche se fossi stata qui… avresti anche potuto considerare troppo “intimo” passare il Natale con uno col quale sei uscita solo per due settimane. Sbaglio?» «Non sbagli. Ci metto un po’ ad avvicinarmi a qualcuno, non è colpa tua. Quando torno mi piacerebbe uscire ancora con te. Ci prendiamo un’intera giornata. Mi potresti portare a vedere i paesi dell’Etna? Che ne dici?» «I paesi dell’Etna? E perché no?!… tanto siamo giovani e abbiamo tempo.» Mi viene da ridere per il suo tono rassegnato e per la sua garbata ironia. Mi sta delicatamente ricordando che tra noi non c’è ancora stato nulla e, forse, mi sta invitando a dichiarare le mie intenzioni. Sfodero il mio tono più suadente per cercare di accattivarmelo: «Saro... Dai! Ce ne stiamo un poco insieme. Anche un fine settimana… e poi si vedrà.» «Hai ragione, cominciamo con lo stare insieme e poi si vedrà. Mi manca il nostro stare insieme.» Mi rasserena sentirlo ammorbidirsi e la stretta al diaframma diventa più intensa mentre mi dice che gli manco. «Torno presto, te lo prometto» lo rassicuro. Ma lui ha una reazione inattesa: inizia a inveire con un sarcasmo violento. «Me lo prometti?! Se non mi vuoi vedere più basta solo che lo dici! Le cose tiepide non mi sono mai piaciute. Delle tue elemosine non so che farmene. Non senti il desiderio di impegnarti con me? Vuoi un amico che ti faccia compagnia nelle tue escursioni? Io non mi candido a fare l’amico. Preferisci tenere tutto in sospeso come se il tempo non esistesse? Come se non dovessimo mai prendere nessuna decisione? Continua pure a fare la tua vita. Se non affronti qualche rischio e non hai mai uno slancio, non hai nemmeno sentimenti degni di questo nome! Non senti niente per me? Stattene da sola allora!» Le ultime due frasi, quasi urlate, rimangono come sospese nel silenzio assoluto che le segue. Ha riagganciato senza darmi nemmeno il tempo di rispondergli e di tempo me ne servirebbe molto per formulare una risposta. La sua sfuriata mi lascia inebetita come se mi avesse svegliata di soprassalto in pieno sonno. «Qual era la risposta?» mi chiedo. «Cosa avrei dovuto dirgli se me ne avesse lasciato il tempo?» Mi rifaccio la domanda: «Sento qualcosa per lui?» Una forte attrazione fisica certamente – quella non posso negarla – e mi piace molto anche per altre ragioni. Ne ho stima: non è un cretino, ragiona in modo sottile, ha sensibilità, umorismo... e cuore. Sono stata, più volte, a un passo dall’avvicinarmi a lui ma qualcosa me lo ha sempre impedito. Adesso dovrei richiamarlo e non lasciarlo lì a pensare che non mi importi nulla di lui. Ma anche di fronte a un simile uragano non riesco a scrollarmi di dosso il torpore che mi frena da tutta una vita. Meccanicamente, pur con la testa in subbuglio, riprendo a scartabellare tra i libri. Al mio rientro a Pisa non ho voglia di fermarmi a parlare con la zia. Le dico di essere molto stanca e mi ritiro nella mia stanza a sfogliare, senza nessun piacere, una Grammatica della lingua ebraica che ho comprato a Firenze. Sono frastornata, mi addormento tardi dopo essermi rivoltata molte volte nel letto. Durante la notte seguente sogno qualcosa che poi ricordo nitidamente al mattino. È l’imbrunire, ci vedo appena. Alcune transenne, fatte di tavole di legno e teli di plastica arancione forata, precludono l’accesso a una scarpata. Si tratta in realtà di una scogliera di roccia lavica, una “timpa”, come se ne vedono tante lungo il litorale di Catania. Mi affaccio a guardare di sotto e vedo qualcosa che devo assolutamente raggiungere. Lì, disteso tra le rocce aguzze, c’è un mio amatissimo gatto, che realmente è scomparso anni or sono, senza che io ne sapessi mai più nulla. Nel sogno, così come nella realtà, l’ho cercato invano per molti giorni chiamandolo per tutte le strade intorno alla mia casa. Adesso al vederlo provo un grandissimo sollievo. Mi si allarga il cuore per la gioia di averlo ritrovato. Ma è troppo distante perché io possa toccarlo con le mani. Lo sfioro con la punta di un bastone che trovo lì vicino e lui si muove appena come se fosse debole, gravemente ferito. Devo raggiungerlo a tutti i costi e salvarlo. Mi precipiterei anche alla cieca oltre la staccionata… Sto per farlo ma mio padre mi prende per il braccio e mi frena: «Non ci andare, sei pazza! C’è buio ed è troppo ripido». Io mi arresto. Sono dilaniata dalla preoccupazione, dall’ansia, dal dolore, dalla rabbia. Tuttavia obbedisco. All’alba del giorno dopo, con la prima luce, torno a cercare il gatto, ma non ve n’è più traccia. Al mio risveglio, nella mia mente si agita il ricordo delle sensazioni sgradevoli del sogno e incombe, ineludibile, un giudizio, sul suo contenuto. Appare come il verdetto di un’entità estranea, quasi un giudizio divino, per l’involontarietà con la quale prende forma nella mia coscienza: «Ancora una volta hai agito troppo tardi per vigliaccheria. Ancora una volta hai rinunciato a fare qualcosa di importante per obbedire alle tue inibizioni». Mi ritorna in mente la telefonata di Saro e mi sento invadere dall’amarezza.
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