Capitolo 5

932 Words
E fu in quel momento che John capì una cosa che nessun dossier gli aveva mai detto. Julie non voleva solo fuggire. Julie voleva smettere di esistere. Non era la libertà che cercava. Era la fine del dolore. John aveva letto ogni pagina del suo dossier… e lo aveva fatto così tante volte da ricordarlo parola per parola. Aggressività. Mutismo selettivo. Scatti d’ira incontrollati. Capacità fuori scala. Risposta violenta agli stimoli. E poi il resto: freddo, crudele, clinico. Torture. Esperimenti. Privazioni. Sedativi. Test di resistenza. Bloccanti. Omicidi. Annotazioni disumane su come spezzarla, su come farla reagire, su come distruggerla da dentro. Su come renderla un'arma in arrestabile. Le parole di quei rapporti lo avevano fatto impazzire di rabbia ogni singola volta. Perché lui la conosceva. O meglio, un tempo la conosceva. Julie, la sua Julie, la bambina che rideva sempre troppo, che correva più veloce di tutti, che aveva gli occhi pieni di vita e non di paura. Julie, che ora lo guardava come un estraneo, una minaccia in mezzo a tante altre. Non ricordava chi fosse. Non ricordava loro due. Non ricordava niente del mondo prima dell’inferno in cui l’avevano gettata. Ma questo non importava. John lo avrebbe ricordato per entrambi. E avrebbe trovato il modo di riportarla indietro, pezzo dopo pezzo, anche se lei lo odiava… anche se non voleva essere salvata. «Julie…» sussurrò, la voce spezzata, mentre la teneva contro il muro con una delicatezza disperata. «Non devi morire per essere libera.» Lei sollevò gli occhi verso di lui. Non c’era più odio. Non c’era rabbia. Neppure paura. Solo un vuoto profondo, gelido, un mare nero che sembrava inghiottire tutto ciò che sfiorava. Un vuoto che le avevano scavato dentro a colpi di dolore. E John capì che non avrebbe dovuto combattere il suo corpo. Non avrebbe dovuto fermarla fisicamente. Avrebbe dovuto lottare contro quel vuoto. Contro ciò che le avevano fatto. Contro anni di torture e di bugie. Avrebbe dovuto salvarla da lei stessa. E non aveva nessuna idea di come farlo… ma sapeva che avrebbe provato fino all’ultimo respiro. Julie si irrigidì tra le braccia di John come una creatura selvaggia catturata contro la propria volontà. Il suo respiro era spezzato, frenetico, come se l’aria stessa la stesse soffocando. Non lottava più con forza, non cercava più di colpirlo. Era… vuota. E quella era la cosa che spaventava John più di qualsiasi potere, arma o forza sovrumana. Lei non gridò. Non tremò. Non pianse. Non fece nulla. Si lasciò tenere, ma non per fiducia. Era immobilizzata dal peso del proprio dolore. John abbassò lentamente la presa sulla sua spalla, lasciandole spazio per respirare. Sentì il suo corpo sobbalzare appena, un riflesso involontario dovuto al contatto. «Non sei sola, Julie» mormorò, come se avesse paura che una parola troppo forte la potesse spezzare. «Io sono qui. E non ti farò del male.» Julie distolse lo sguardo. Per lei, quelle frasi erano solo rumore. Rumore vuoto. Rumore che non guariva cicatrici. Rumore che non cancellava gli aghi, le catene, i giorni senza cibo. John fece un passo indietro, lasciandole libertà di muoversi, ma pronto a intervenire se fosse crollata o fuggita. Era un equilibrio fragile, teso come una corda sul punto di spezzarsi. Lei si spostò verso il muro, lentamente, strusciandosi contro la pietra come se avesse bisogno di sentirla sotto le dita per capire se fosse reale. John stava per dirle qualcosa, quando qualcuno bussó. John irrigidì la mandibola. Julie scattò subito in posizione difensiva, come una belva che avverte un possibile predatore. «Comandante, ci serve subito.» disse una voce dall’altro lato. «Il gruppo nemico si avvicina. Hanno superato il perimetro.» Julie sentì la pelle gelarsi. Nemico. Perimetro. Pericoli ovunque. Ancora. Il panico le attraversò il corpo come una scossa elettrica. John posò una mano sulla porta, ma prima di aprirla si voltò verso di lei. «Qualunque cosa succeda…» si fermò un istante, come per scegliere ogni parola con precisione chirurgica «non permetterò che ti riportino indietro.» Julie serrò la mascella.«Non farò entrare nessuno qui dentro…ma tu non fare cazzate.» disse indicando la finestra Julie non aveva chiesto a nessuno di salvarla. Non aveva chiesto protezione. Non aveva chiesto niente. Eppure, mentre John apriva la porta e due soldati entrarono con aria concitata, Julie non riuscì a ignorare un dettaglio che la irritò più di tutto il resto: Quando lui parlava…non sembrava mentire. John uscì dalla stanza dando ordini rapidi. I due soldati chiusero subito la porta dietro di lui, lasciandola sola. Quel pazzo voleva fidarsi di lei, non c'era altra spiegazione, perché mai lasciare una prigioniera da sola in quella stanza dopo che ha tentato di scappare. Chi mai farebbe una cosa del genere? Julie si scrollo quel pensiero di dosso, non aveva tempo di dare una spiegazione a quel comportamento, doveva andare via di lì prima che i suoi aguzzini la riprendessero. Il suo sguardo si spostò sulla finestra, sulla sedia, sulle coperte, sul tavolo. Ogni oggetto, ogni spigolo, ogni centimetro. La mente le lavorava all’impazzata. L’effetto del sedativo stava svanendo così come il bloccante. Lo sentiva nelle mani come un formicolio, lo sentiva nel petto,ma con un leggero calore che si stava espandendo. Una piccola scintilla. E quando sarebbe tornato del tutto… non ci sarebbe stato muro o soldato in grado di tenerla ferma. Julie si preparò. La fuga non sarebbe stata semplice. Ma era inevitabile. E, in fondo al petto, dove la speranza era stata soffocata per dievi anni, qualcosa ricominciò a pulsare. Non era fiducia. Non era calma. Non era pace. Era determinazione. Julie non sarebbe stata la vittima di nessuno. Mai più.
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