Nessuno l'aveva mai fatta sentire al sicuro. L' avevano fatta sentire sbagliata, un mostro, un'assasina, nient'altro che questo.
«Non vogliamo farti del male. Ti abbiamo portata via da quel posto orribile.»
Si sedette su una sedia di legno, mantenendo la distanza.
Le mani ben visibili. Il respiro lento.
«So che non ti fidi. Avrei paura anche io, al tuo posto.»
Julie lo fissò. Il disprezzo che provava in quel momento era devastante. Julie puntó verso una delle finestre, stava calcolando la distanza e il tempo che avrebbe impiegato a raggiungerle. «Io non lo farei se fossi in te. Se salti da quell'altezza non sopravviveresti.» Spostò allora lo sguardo verso la porta e John rise delle sua determinazione «Si apre solo con la mia impronta.» Julie lo guardò, quello non era un problema, lo avrebbe tramortito e usato la sua mano per uscire di lì. Julie sorrise, maligna perché lui non aveva la minima idea di quello che lei poteva fare o cosa avrebbe potuto fare senza battere ciglio. Doveva essere paziente, aspettare che l'effetto del bloccante sparisse. Perché nessun muro, nessun letto apparentemente morbido, nessun soldato che fingeva gentilezza avrebbe potuto fermarla.
«Ti ho portato da mangiare.» disse indicando verso il comodino.
Julie spostò lo sguardo da lui al comodino, vide un tazza di caffè e dei pancake. «I tuoi preferiti, pancake alla fragola» disse lui. Julie rimase interdetta per un minuto, come faceva a sapere che erano i suoi preferiti? Li sognava da anni i pancake alla fragola, e dovette ricorrere a tutta la sua forza di volontà per non divorarli.Li continuò a guardare, erano così invitanti ma non li toccò, non avrebbe preso nulla da loro. Lui sospirò rassegnato. «Ascolta, non sei in pericolo qui. Ci prenderemo cura di te.» Ancora bugie, pensò Julie. Le bugie erano l’unica lingua che quelle persone conoscevano. Lei non rispose — ma il suo sguardo parlava per lei. Appena ti distrarrai abbastanza… sarò già lontana.
Julie si sollevò lentamente sul letto, come un animale che prepara la fuga, il respiro corto, gli occhi che saltavano da un punto all’altro della stanza.
Il corpo ancora pesante, rallentato, come se avesse sabbia nelle vene al posto del sangue. Ma passata la sedazione, sarebbe tornata ad essere più forte, più rapida e molto più pericolosa. John osservava ogni suo movimento.
«Capisco come ti senti» disse piano.
Julie scattò con lo sguardo verso di lui.
No, pensò. Non capisci nulla.
Lui prese un respiro più profondo, come chi si prepara a camminare su un campo minato.
«So che ti hanno fatto del male. E so che non dovresti credermi… ma noi non siamo come loro.»
Julie inclinò appena la testa, un gesto minimo, quasi impercettibile. Non era curiosità. Era calcolo. Stava memorizzando la sua voce, il suo tono, con i suoi poteri. John non sarebbe stato un ostacolo. Lui si accorse del cambiamento nei suoi occhi.
Non era stupido.
«Tu non sei un mostro.»
La frase gli uscì così sincera che per un attimo Julie esitò.
Un secondo.
Un battito.
Poi la rabbia riprese il sopravvento. Non servivano le sue parole. Le parole erano un lusso per chi aveva ancora una voce. Per chi poteva spiegarsi. Per chi poteva difendersi. Julie non poteva fare nessuna delle tre. John si alzò lentamente, mantenendo sempre le mani ben visibili.
«Devo andare. Ma prima voglio che tu sappia una cosa.»
Julie tese il corpo come una corda tirata.
«Nessuno qui ti farà del male. Non lo permetterò» Un’altra bugia, pensò lei.
Bella, morbida, pulita. Le bugie migliori.
John si avvicinò alla porta, aprendo appena uno spiraglio.Fu in quel momento che Julie vide la sua occasione. La distanza tra lui e la porta. La quantità esatta di forza che le sarebbe servita per colpirlo, scivolare fuori e scomparire nel corridoio.
Il piano prese forma in un lampo.
Julie spostò lentamente il peso sul piede destro, pronta a scattare.
Ma proprio allora…
Una voce dall’altra parte della porta parlò in fretta, agitata:
«Comandante, è sveglia? Dobbiamo spostarla. Hanno trovato il segnale. Sono sulle nostre tracce.»
Julie congelò.
Ogni muscolo teso come un arco pronto a spezzarsi.
John non si voltò subito.
Inspirò piano, come se non volesse che lei percepisse il suo nervosismo.
«Avvisa il generale» rispose, controllando il tono. «Ditele di prepararsi. Io resto con lei.»
La porta si chiuse.
Silenzio.
Il respiro di Julie si fece più rapido.
Il cuore martellò contro le costole.
Li avevano trovati?
i suoi aguzzini stavano arrivando?
Il panico le salì come un’onda nera, travolgente. Spinta dall’istinto, scattò verso il muro vicino alla finestra, cercando un appiglio, un’apertura, qualsiasi cosa.
John si voltò di colpo.
«Julie, fermati!»
Ma Julie non si fermò, preferiva morire che restare intrappolata tra loro e i suoi aguzzini.
Le sue dita afferrarono il bordo della finestra.
Stava già sollevando il ginocchio per saltare quando…
John le fu addosso in un secondo, più veloce di quanto lei avesse calcolato.
Le afferrò il polso con una mano e le bloccò la spalla con l’altra, spingendola contro il muro.
Julie reagì come una furia silenziosa, colpendolo al braccio, al costato, cercando di liberarsi.
John ansimò per il colpo, ma non mollò.
«Fermati! Ti prego!»
La sua voce non era più calma. Era supplica pura.
Julie continuò a divincolarsi, gli occhi pieni di rabbia e terrore. Un animale di gabbia che cerca la sua libertà. John dovette usare tutta la sua forza per tenerla ferma e non farle male.
«Non ti farò del male» disse John, con voce rotta dalla tensione. «Non permetterò che ti prendano di nuovo.»
Lei lo guardò con odio, con paura, con quella disperazione cruda che solo chi non ha più nulla può provare.