Julie si sentiva braccata.
Il cortile tremava sotto il peso della pioggia e del suo stesso respiro. Aveva la mano serrata sul soldato che usava come scudo, il bisturi premuto sulla sua gola. Ogni goccia che le scivolava sul volto era gelida come la paura che le attanagliava lo stomaco.
John fece un passo avanti.
«Julie… ascoltami.»
Ma lei non ascoltava. O forse ascoltava troppo.
Era il problema: sentiva ogni rumore, ogni passo, ogni minaccia.
E dietro di lei, dal tunnel da cui era uscita, comparvero altre figure.
Altri soldati.
Armi in pugno.
Occhi spalancati.
La stavano chiudendo in una morsa.
Un animale ferito, intrappolato.
Julie scattò, tirando più vicino il suo ostaggio. Il soldato gemette, sentendo la lama affondare quel tanto che bastava per far sgorgare una sottile linea di sangue.
John si fermò di colpo.
«No.»
La sua voce fu un sussurro tagliente attraverso il temporale.
«Non devi fargli del male.»
Julie premette un poco di più.
Non per crudeltà.
Per istinto.
Era così che era sopravvissuta.
Era tutto ciò che sapeva fare. Quando vivi anni in cattività e non conosci altro che violenza, questo era il risultato. Julie si era sforzata per anni a cercare di ricordare che persona fosse prima di essere catturata, ogni volta che provava a ricordare il suo passato, la testa cominciava a pulsare così forte da farla svenire. Cosi aveva deciso che non avrebbe più cercato di ricordare chi fosse, non per il dolore, solo perché aveva maturato una consapevolezza, non sarebbe mai potuta tornare ad essere la persona di prima.
Attorno, i soldati si disposero in cerchio, ma nessuno sparò. Nessuno avanzò senza ordine. Tutti guardavano John, in attesa di un suo ordine, Julie poteva vedere l' impazienza nei loro occhi, fremevano nell' entrare in azione, volevano salvare il loro compagno.
Lui alzò una mano, ordinando loro di restare fermi.
Poi si avvicinò di un passo.
Lentissimo.
Calcolato.
Julie ringhiò senza voce, stringendo il soldato.
«Va tutto bene…» mormorò John, con un tono talmente calmo da sembrare irreale in mezzo al caos. «So che sei spaventata. So che non ti fidi. Ma non devi combatterci.»
Lei non si mosse.
Occhi spalancati, iridescenti di terrore.
Gocce di pioggia tremavano sulle sue ciglia.
John fece un altro passo.
Julie scattò, pronta a incidere. Sapeva di essere circondata.
Le armi, i passi, la pioggia, il clangore dei metalli… tutto si chiudeva intorno a lei come una gabbia che si stringeva sempre di più.
Cominciò a indietreggiare.
Uno, due passi… poi altri ancora.
La schiena le urtò contro il muro gelido della fortezza, la pietra bagnata che le incollava la camicia al corpo. In quella posizione poteva vedere tutti i soldati davanti a sé: nessuno alle sue spalle, nessun angolo cieco. Solo un semicerchio di uomini pronti a bloccarla o ad ucciderla.
La pioggia le scivolava sul viso come lacrime che non poteva permettersi.
Fu allora che capì.
Non c’era via d’uscita.
Non questa volta.
John avanzò di qualche passo, lento, le mani aperte in segno di pace, la voce calma nonostante il temporale.
«Julie… fermati.»
Ma lei non poteva.
La libertà era sempre stata una promessa lontana, e ora la vedeva sparire di nuovo come polvere tra le dita.
L’unico modo per essere libera… era un altro.
E senza alcun suono, senza un’esitazione, Julie spinse via il soldato che teneva prigioniero. Lui cadde di lato, ansimando, scivolando sul pavimento bagnato.
Julie alzò il bisturi e lo puntò contro il proprio collo.
Un mormorio di panico attraversò le file dei soldati.
John sbiancò.
Lei premette la lama contro la pelle, le spalle al muro e il respiro spezzato.
Se non poteva essere libera nel corpo… lo sarebbe stata come anima.
Era il suo ultimo atto di ribellione. A quel pensiero Julie sorrise. Sorrise come non aveva fatto da anni, perché finalmente si sarebbe sentita libera e non un animale da laboratorio, finalmente nessuno le avrebbe più ordinato di fare test, di usare i suoi poteri, o di uccidere qualcuno, poteva quasi assaporare la libertà, sapeva di torta di panna e fragole. Sapeva di casa. Così chiuse gli occhi pronta a ciò che sarebbe arrivato dopo.
«No!»
John si mosse.
Corse verso di lei, in un fulmineo gesto calcolato, John afferrò il suo polso con una mano, deviando la lama quel tanto che bastava per farla scivolare di lato. Nel medesimo istante, con l’altra mano, premette contro la sua gola l’ago sottile della siringa che teneva nascosto nell’uniforme.
La puntura fu un bruciore improvviso, tagliente come la pioggia.
Julie spalancò gli occhi, cercando di sollevarsi, di colpirlo, di usare la forza che le restava.
Ma le gambe cedettero.
John la prese tra le braccia prima che cadesse, stringendola con un’incredibile delicatezza per un uomo abituato a combattere.
Lei lo guardò.
Occhi feriti.
Traditi.
Spezzati.
La sua voce arrivò come un sussurro caldo nel freddo del temporale, vicinissima al suo orecchio mentre la teneva contro di sé.
«Andrà tutto bene, Julie. Te lo prometto.»
Lei cercò di liberarsi, ma il mondo si stava già oscurando ai bordi.
Il respiro lento.
Le palpebre pesanti.
Il bisturi scivolò lentamente dalla sua mano, cadendo a terra con un suono metallico soffocato dalla pioggia. Julie si chiese perché non la lasciassero in pace, perché non le permettevano neanche di scegliere come morire, perché le stava capitando tutto questo. Perché proprio a lei.
L’ultima cosa che vide fu il viso di John, sfocato ma determinato, e la sensazione strana — impossibile — che lui non fosse lì per farle del male.
Poi, infine, il buio l’inghiottì.
*** *** *** *** *** ***
Il mondo tornò lentamente, come un’onda che risale la riva dopo essersi ritirata troppo a lungo.
Prima il suono: voci ovattate, passi lontani, il crepitio di un camino, il cigolio di una porta che si apre e si chiude, e passi sicuri avanzare.
Poi l’odore: legno bruciato, stoffe pulite, un accenno di disinfettante e odore di caffè.
Infine la luce: calda, soffusa, che filtrava da una finestra sbarrata.
Julie aprì gli occhi di scatto. Il sole illuminava la stanza. Il cuore riprese subito a martellare, selvaggio.
Cercò di alzarsi ma le braccia le cedettero; si ritrovò a sedere su un letto morbido, una coperta scura sopra di lei.
Non era più all’aperto. Non era nella stessa stanza in cui si era svegliata la sera prima.
Non era nella sua cella.
Questo era peggio.
Un posto nuovo.
Un’altra gabbia.
Si guardò intorno rapidamente: stanza piccola, pareti di pietra, scaffali pieni di mappe e strumenti, una porta di legno con una serratura rinforzata.
Due finestre, la sua via di fuga. Julie si toccò il collo: un cerotto sottile copriva il punto in cui John le aveva infilato l’ago.
La pelle bruciava.
Julie sentiva di non essere sola, era pronta a saltare in piedi, a strappare qualcosa, a difendersi.
Ma il corpo non rispondeva come voleva: era ancora rallentato dal sedativo, le braccia pesanti, la testa che girava.
John era lì. Appoggiato alla parete con una tazza in mano che la guardava.
Gli occhi chiari fissi su di lei con un’espressione che non aveva mai visto prima a nessuno dei suoi carcerieri.
«ti senti meglio?» disse piano.
Julie non rispose.
Non poteva.
Ma soprattutto, non voleva.
La fissava come un animale in trappola, pronta a colpire al minimo movimento.
John si staccò dalla parete e fece un passo avanti.
Julie scattó subito in difesa, schiena contro il muro quasi a diventare un tutt' uno con esso. Lui si fermò subito.
Non voleva spaventarla ancora.
«Non sei nostra prigioniera» disse con voce calma. «Sei al sicuro qui. Nessuno ti farà del male.»
Julie aprì leggermente le labbra, ma nessun suono uscì. La sua gola si chiuse.
Il respiro diventò un affanno breve, spezzato.
"Al sicuro", Julie non sapeva nemmeno cosa significasse sentirsi al sicuro.