Capitolo 3 : La miseria – 3

1054 Words
Valeria Mi scosto dalla porta e vado al nascondiglio. È una fessura nel muro dietro al secchio, celata da uno strofinaccio consunto. Le mie dita cercano, trovano il piccolo sacco di tela. Lo rovescio. Qualche rametto di timo secco, due cipolle raggrinzite, un pugno di lenticchie che mi scivolano tra le dita. Nient'altro. Il sacco del creditore è vuoto, anche lui. Ha preso tutto. Quel poco di farina, l'ultimo pezzo di lardo rancido. «Resta del brodo», mormoro. La mia voce è rauca, estranea alle mie stesse orecchie. Nessuno risponde. Il silenzio è un'assenza. Mi inginocchio accanto al focolare, soffio sulla brace. Il calore mi cuoce il viso. Verso il brodo chiaro, giallastro, nelle tre scodelle scheggiate. Ce ne sono soltanto tre. La mia è crepata, perde. L'ho tenuta ugualmente. Servo mio padre per primo. Non alza gli occhi. Le sue dita avvolgono la scodella come se cercassero un calore che lei non contiene. Porgo quella di mia madre. Il suo sguardo incrocia il mio, un secondo. Un lampo di vergogna, di disperazione così profonda che mi trafigge. Abbassa subito gli occhi. Mateo tende la sua, senza una parola. Resto inginocchiata, le mani vuote. La fame è una bestia familiare che grugnisce nel fondo del mio ventre. La conosco. Conosco i suoi umori, i suoi momenti di collera acuta, i suoi lunghi lamenti sordi. Mi sollevo, vado alla finestra. Fuori, il sobborgo si stende, un ammasso di tetti di tegole rotte, di camini che fumano appena, di viuzze fangose dove si trascinano cani dalle costole sporgenti. Più lontano, sulla collina di fronte, cominciano a scintillare le luci del castello di Hauteclaire. Punti d'oro nel blu violaceo del crepuscolo. Finestre alte e larghe, dietro le quali ci dev'essere calore, cibo in abbondanza, un silenzio che non è carico di paura. Qui, il silenzio è pesante. È carico della tosse di mio padre, del fruscio dell'ago di mia madre, del gorgoglio del ventre di Mateo. Carico della frase del creditore, che mi gira in testa senza sosta. Una settimana. Una settimana. Mi volto. Mateo ha finito il suo brodo. Lecca la scodella, a lungo, con un'applicazione che mi stringe la gola. Ha otto anni. Dovrebbe correre, urlare, giocare. Non leccare della terracotta per un'illusione di sapore. «Mateo, vieni». Tendo la mano. Si alza, viene da me, docile. Lo faccio sedere sul nostro pagliericcio, prendo un pettine dai denti larghi. Comincio a districare i suoi capelli bruni, arruffati, pieni di polvere. Ogni movimento è lento, quasi rituale. È uno dei rari momenti in cui posso fingere. Fingere di essere una sorella maggiore che ha cura del suo fratellino, non una sopravvissuta che tenta di preservare le apparenze dell'umanità. «Raccontami ancora la storia, Valeria», mormora lui, con gli occhi chiusi. La sua testa si appoggia contro il mio ventre. «Quale storia?» «Quella del paese caldo. Quello con i cavalli selvaggi». L'Argentina. Il sogno evanescente di mia madre. Respiro un colpo. «È un paese molto lontano, Mateo. Dall'altra parte del grande mare. Laggiù le pianure si stendono a perdita d'occhio, più verdi di tutto ciò che si possa immaginare. E ci sono cavalli. Branchi interi che galoppano liberi, con la criniera che vola al vento. Il cielo è così grande e azzurro che si ha l'impressione di poter respirare per davvero». Parlo piano, la mia voce si fonde con gli scoppiettii del fuoco. Descrivo colori che lui non ha mai visto, spazi che non può concepire. Gli parlo del tango, una musica nata nei bassifondi di un porto lontano, piena di passione e malinconia. La malinconia, lui la conosce. La passione, per lui è una parola vuota. Le mie dita lavorano tra i suoi capelli. Sento ogni costola sotto i vestiti troppo larghi. Chiudo gli occhi, e per un istante l'odore di brodo chiaro e di muffa è sostituito dal fantasma di un profumo d'erba secca e di libertà. Un fantasma che io stessa ho ereditato, una menzogna confortante che ha attraversato l'oceano per morire qui, in questa stanza miserabile. Le mie dita affondano ancora nei suoi capelli, lentamente, mentre la storia si dipana tra le mie labbra come un filo che si srotola. Mateo non parla più, ma so che non dorme. Lo sento dal suo respiro, trattenuto, sospeso, come chi ha paura che un movimento possa spezzare l'incantesimo. «E laggiù c'è un fiume», continuo, «un fiume così largo che sembra un mare. Si chiama Río de la Plata, che in spagnolo vuol dire “fiume d'argento”. Dicono che quando i primi naviganti lo videro, il sole si rifletteva sulle acque e sembrava che il fiume fosse coperto di monete d'argento». Apro gli occhi. Mia madre ha smesso di cucire. Il suo ago è fermo a mezz'aria, lo sguardo perso nel vuoto. Ascolta anche lei. Forse rivede le parole che un tempo le furono sussurrate, forse si aggrappa a questo racconto come a una corda che la tiene ancorata a qualcosa che non è solo questo muro scrostato, questa pentola vuota, quest'aria che sa di morte. «Gli uomini che ci abitano», proseguo, «si chiamano gauchos. Sono uomini liberi, che vivono a cavallo, con il poncho sulle spalle e il coltello alla cintura. Non hanno padroni. Dormono sotto le stelle, e la terra è la loro casa». «Nessun creditore?» chiede Mateo, la voce ovattata contro il mio grembo. La domanda mi trafigge come un coltello. Trattengo il fiato un istante, prima di rispondere. «Nessun creditore», dico infine. «Laggiù la terra è così vasta che nessuno può dire “questo è mio”. Appartiene a tutti e a nessuno». Mentire a un bambino è un'arte crudele. Ma la verità è un lusso che non possiamo permetterci. La verità è che siamo intrappolati qui, in questo cubo di fango e disperazione, mentre il creditore conta i giorni che ci separano dal nulla. La verità è che l'Argentina non è mai stata il paradiso che mia madre immaginava, ma solo un'idea, un rifugio inventato per sopravvivere all'inverno dell'esistenza. Ma questo, Mateo, non glielo dirò mai. Lascerò che si addormenti pensando ai cavalli selvaggi e alle pianure sconfinate. È l'unico cibo che possiamo offrirgli, dopo il brodo magro. «E ci sono arance, Mateo. Alberi interi carichi di arance. Così tante che cadono a terra e nessuno le raccoglie». «Arance», ripete lui, assaporando la parola come se fosse un dolce sulla lingua.
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