Capitolo 4 : La miseria – 4

1349 Words
Non ha mai visto un'arancia. Io ne ho viste poche, una volta al mercato, quando ancora potevamo permetterci di andarci. Erano ammonticchiate su una bancarella, lucide, profumate, così perfette che sembravano dipinte. Ricordo il colore, un arancione così acceso che sembrava bruciare tra la grigia monotonia del mercato. Non l'ho mai assaggiata. Ma Mateo non ha bisogno di saperlo. «Possiamo andarci un giorno?» chiede, la voce sempre più flebile. «Un giorno», rispondo, «ci andremo. Attraverseremo il mare su una grande nave, e quando arriveremo laggiù, correremo tra le arance e i cavalli. Sarai così felice che dimenticherai persino di aver avuto fame». Non piango. Ho imparato a non piangere. Le lacrime sono acqua che il corpo non può permettersi di sprecare. Ma c'è un nodo nella mia gola che mi impedisce di parlare per qualche istante. Mia madre si è rimessa a cucire. Il suo ago sale e scende, meccanico, ma le sue mani tremano più del solito. Forse anche lei sta piangendo, a modo suo, con quelle lacrime che non escono ma restano dentro, avvelenando il sangue. Mio padre non si è mosso. La sua scodella è ancora davanti a lui, vuota. Le sue dita percorrono il bordo scheggiato, ancora e ancora, come se cercassero di imparare a memoria quella forma, come se fosse l'unica cosa che gli resta da conoscere. La brace sta morendo. Le ombre si allungano sulle pareti, si allargano, si confondono l'una nell'altra. Siamo quattro ombre in una stanza di ombre, quattro respiri che lottano per non essere l'ultimo. «Valeria», mormora Mateo, e la sua voce è ormai un soffio. «Sì?» «È vero che quando si muore si va in Argentina?» La domanda mi gela il sangue. Le mie dita si fermano tra i suoi capelli. «Chi te l'ha detto?» «Nessuno. Ma tu hai detto che è molto lontano. E la mamma dice sempre che il paradiso è lontano. Allora forse l'Argentina e il paradiso sono lo stesso posto». Deglutisco a fatica. Nella penombra, vedo mia madre fermare l'ago. Anche lei ha sentito. Anche lei trattiene il respiro. «No, Mateo», dico, e la mia voce mi sembra più ferma di quanto mi senta. «Non sono lo stesso posto. Il paradiso è per quando si è stanchi di vivere. L'Argentina è per quando si vuole vivere davvero. E noi vogliamo vivere, vero?» Lui non risponde subito. Poi, lentamente, annuisce. «Voglio vedere i cavalli», sussurra. «E li vedrai. Te lo prometto». È una promessa che so di non poter mantenere. Lo so mentre la pronuncio, lo sento nelle ossa come sento il freddo che sale dal pavimento di terra battuta. Ma le parole sono uscite, e ora sono lì, sospese nell'aria come una piccola fiamma che nessuno osa spegnere. Mateo si addormenta così, con la testa sul mio grembo, le dita che stringono un lembo della mia gonna. Il suo viso, nel sonno, perde quella maschera di stanchezza che lo fa sembrare così vecchio. Per un attimo, vedo il bambino che dovrebbe essere. Guance piene, labbra socchiuse, le ciglia che tremano al ritmo di un sogno che forse, chissà, è fatto di cavalli e di arance. Lo copro con la coperta rattoppata. Non c'è abbastanza stoffa per coprirlo tutto, ma faccio del mio meglio. Prendo il mio scialle, l'unico che possiedo, e glielo stendo sopra. Poi mi alzo, lentamente, perché le gambe mi hanno intorpidito. Il fuoco è quasi spento. Solo qualche brace rossastra pulsa ancora tra la cenere, come un cuore morente. Mia madre ha riposto l'ago. È rimasta accovacciata nella stessa posizione, le mani sulle ginocchia, lo sguardo fisso alle fiamme che non ci sono più. «Mamma», dico. Alza gli occhi su di me. Sembra più vecchia di ieri. Forse lo è. Forse ogni giorno qui vale un anno altrove. «Domani vado al ponte», ripeto, anche se gliel'ho già detto. Ho bisogno di dirlo ancora, per crederci. «Cercherò lavoro. Qualsiasi cosa. Anche al mercato, anche alle lavanderie. Farò qualcosa». Lei mi guarda a lungo. Poi, con un gesto che non mi aspettavo, allunga una mano e mi accarezza la guancia. La sua mano è ruvida, callosa, le dita segnate da mille punture di ago. Ma il gesto è dolce, così dolce che mi si spezza qualcosa dentro. «Sei così magra», mormora. «Sei così magra, Valeria. Sei solo pelle e ossa. Come può una figlia essere più magra di sua madre?» «Mangio abbastanza». Mentiamo entrambe, lo sappiamo. Ma la menzogna è come il racconto dell'Argentina: un mantello sottile che ci protegge dal freddo della verità. «Domani», dice lei, «vengo con te». La guardo, sorpresa. «Non puoi. Mateo ha bisogno di te. E papà...» «Mateo può restare con suo padre. Non è un bambino, ormai. Lo è stato troppo poco. E io...» Sospira, un suono che viene da molto in fondo. «Io non posso più starti a guardare mentre ti consumi per tutti noi. Non sono una madre, se lo faccio». Vorrei dirle che non è vero. Che è una madre, la migliore che potessimo avere. Ma le parole non escono. Restano lì, in gola, impigliate in quel nodo che non si scioglie mai. Mi accovaccio accanto a lei. Insieme, guardiamo la brace che si spegne. Il buio ci avvolge, fitto, quasi palpabile. Si sente il vento che sibila nella crepa della finestra, e lontano, chissà dove, un cane che abbaia alla luna. «Valeria», dice mia madre, dopo un lungo silenzio. «Dimmi». «Il tango. Quello che racconti a Mateo... come faceva?» Sorridereste nel buio. Non so perché. Forse perché è la prima volta in mesi che mi chiede qualcosa che non sia «hai mangiato?» o «dormi». «Non lo so, mamma. Non l'ho mai sentito davvero. Me lo raccontavi tu». Silenzio. Poi, dal buio, una voce sconosciuta. È la voce di mia madre, ma diversa. È più bassa, più roca, eppure più viva di quanto l'abbia sentita da anni. Comincia a canticchiare. Non ci sono parole. Solo una melodia, incerta, spezzata, che sale e scende come un respiro che cerca il suo ritmo. È stonata, forse. È piena di esitazioni, di note che non arrivano dove dovrebbero. Ma per me è la musica più bella che abbia mai sentito. Chiudo gli occhi. Per un istante, non sono più in questa stanza che sa di fame e di morte. Sono in una pianura sconfinata, con il vento che mi scompiglia i capelli e un cavallo che galoppa accanto a me. O forse è solo il vento che entra dalla finestra, e Mateo che si muove nel sonno, e il cuore di mia madre che batte accanto al mio. La melodia si spegne. Mia madre tace. Il buio è completo. «Domani», dico, e la mia voce è un sussurro che forse solo io sento. Ma è abbastanza. --- Fuori, la luna è sorta. Un alone biancastro filtra attraverso i vetri opachi, disegnando ombre incerte sulle pareti. Nella stanza, quattro corpi respirano al ritmo lento del sonno. Quattro sopravvissuti, aggrappati alla vita con l'ostinazione di chi non ha altro. Sulla collina di fronte, le luci del castello di Hauteclaire si sono spente una a una. Anche lì dormono, probabilmente in letti caldi, con il ventre pieno e l'anima leggera. Forse qualcuno, in quel momento, sogna cavalli selvaggi e arance che cadono dagli alberi. Forse sognano lo stesso sogno di Mateo, ma senza la fame a renderlo disperato. Non importa. Domani andrò al ponte. Domani chiederò lavoro. Domani inizierà qualcosa. Non so cosa. Ma qualcosa. Mi stringo nel mio scialle – quello che ho dato a Mateo, che poi mia madre mi ha restituito senza che me ne accorgessi – e chiudo gli occhi. Il tango, quello vero, non l'ho mai sentito. Ma nella mia testa, la melodia che mia madre ha canticchiato continua a girare, lieve, ostinata, come un filo d'erba che cresce tra le pietre. Forse è questo, la libertà. Non vederla, ma sentirla dentro. Non possederla, ma sognarla abbastanza forte da non dimenticare che esiste. E io non dimenticherò. Per Mateo. Per mia madre. Per me. Il sonno arriva, alla fine, leggero come la cenere che copre la brace. E nel buio, per un'ultima volta, rivedo i cavalli.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD