Una vita nell'ombra
Lena si stava allacciando i lacci consumati delle sue scarpe da ginnastica, lo sguardo perso nella nebbia mattutina che avvolgeva Palmarès. la cittadina, incastonata tra colline boscose e un lago dalle acque torbide, sembrava sempre congelata nel dormiveglia, come se il tempo stesso esitasse ad avventurarsi lì. le strade acciottolate, fiancheggiate da case dalle facciate stanche, emanavano l'odore del legno umido e del pane fresco proveniente dal panificio di Madame Fournier. Lena sistemò lo zaino, carico di libri di seconda mano, e attraversò la piazza centrale a passo spedito, evitando gli sguardi dei passanti. a 23 anni aveva imparato a confondersi con lo sfondo. A Palmarès essere invisibili era una forma d'arte.
Lavorava al Café des Brumes, un locale modesto dove clienti abituali, pensionati, camionisti e talvolta turisti dispersi, si scambiavano pettegolezzi sul tempo o sulle ultime notizie. quella mattina, come tutti gli altri, stava pulendo il bancone di legno graffiato mentre ascoltava il signor Gauthier, un vecchio pescatore, raccontare per la centesima volta di aver catturato nel lago un pesce "grosso come un vitello". Lena annuì, con un sorriso educato sulle labbra, ma la sua mente vagava. Non si è mai sentita veramente a casa, né qui né altrove. Una sensazione diffusa, come un vuoto a cui non sapeva dare un nome, l'aveva sempre seguita.
— “Lena, stai ancora sognando? » urlò Clara, la proprietaria del bar, uscendo dalla cucina con un vassoio di croissant caldi.
Clara, un'energica quarantenne, aveva i capelli rossi disordinati e una risata che sembrava un vetro in frantumi. era stata lei ad assumere Lena due anni prima, quando era arrivata a Palmarès con nient'altro che una borsa di vestiti e un passato di cui non aveva mai parlato.
— “Scusa, sono solo... stanca”, rispose Lena, spostando una ciocca dei suoi capelli castani dietro l'orecchio. i suoi occhi, di un verde quasi soprannaturale, brillavano nella fioca luce del caffè. Non le erano mai piaciuti gli specchi, qualcosa nel suo sguardo la metteva a disagio, come se una parte di sé le fosse estranea.
Clara gli mise una mano sulla spalla.
— "Dovresti uscire un po', caro. Sei giovane, vai a divertirti! Stasera c'è questa festa in riva al lago, ci saranno tutti. »
Lena sorrise. "Forse. » Ma sapeva che non sarebbe andata. la folla, le risate, gli occhi indiscreti, tutto la faceva sentire un'intrusa. Preferiva le serate da sola, leggendo romanzi d'avventure o passeggiando nei boschi che circondavano Palmarès. Lì, sotto i pini, si sentiva stranamente... a casa.
La giornata trascorse in un turbinio di routine: servire il caffè, pulire i tavoli, ascoltare le lamentele dei clienti per l'aumento del prezzo del pane. Ma verso mezzogiorno un dettaglio disturbò la monotonia. Entrò un uomo che indossava un lungo cappotto nero nonostante il clima mite autunnale. si sedette in un angolo, vicino alla finestra, e ordinò il tè senza alzare gli occhi dal giornale. Lena sentì un brivido correrle lungo la schiena. C'era qualcosa di strano in lui, i suoi gesti erano troppo precisi, il suo sguardo troppo penetrante. quando gli posò la tazza davanti, lui mormorò un “grazie” con voce profonda, e i loro occhi si incontrarono per un attimo. Lena voltò la testa dall'altra parte, il cuore che batteva senza sapere perché.
Per il resto della giornata non riuscì a togliersi dalla mente quell'incontro. Non era la prima volta che uno straniero passava da Palmarès, ma questa sembrava diversa. Come se stesse cercando qualcosa. O qualcuno.
Nel tardo pomeriggio, mentre il sole stava tramontando, Lena lasciò il caffè e si diresse, come al solito, nel bosco. il sentiero, stretto e ricoperto di foglie morte, si snoda tra querce secolari. L'aria fresca le accarezzava il viso e, per la prima volta quel giorno, respirava liberamente. Si fermò vicino a un ruscello, seduta su un ceppo ad ascoltare il mormorio dell'acqua. ma quella sera la foresta sembrava diversa. Più silenzioso. Troppo tranquillo.
Dietro di lei risuonò uno schiocco. Lena si immobilizzò, con tutti i sensi all'erta. Si voltò lentamente, ma non c'era niente, solo ombre danzanti tra gli alberi. eppure poteva sentirlo: una presenza, da qualche parte, la stava osservando. Il suo battito accelerò e uno strano calore gli salì nel petto, come una scintilla pronta ad accendersi. Strinse i pugni, lottando contro l'inspiegabile impulso di correre o di urlare.
"Chi c'è?" » chiamò con voce tremante ma ferma.
Silenzio. Poi, in lontananza, un ululato squarciò la notte. Non un grido umano, ma qualcosa di selvaggio, primordiale. Un lupo. Lena fece un passo indietro, il suo istinto le urlava di correre, ma le sue gambe si rifiutavano di muoversi. l'ululato si ripeté, questa volta più vicino, e le parve di vedere due occhi luminosi nell'oscurità, lì, appena oltre gli alberi.
Girò sui tacchi e corse verso la città, senza fiato, con l'adrenalina che le pulsava nelle vene. Giunta alle prime case di Palmarès, si fermò, senza fiato, e si guardò indietro. La foresta era di nuovo silenziosa, ma una sensazione persistente la perseguitava: quell'ululato non era quello di un semplice animale. C'era qualcosa di più. qualcosa che lo chiamava.
Quella sera, nel suo piccolo appartamento sopra la libreria, Lena non riuscì a dormire. Sdraiata sul letto, fissava il soffitto, gli eventi della giornata le turbinavano nella mente. L'uomo con il cappotto nero. L'ululato. e questo strano calore dentro di lei, come una forza che non capiva. Non sapeva che quella notte avrebbe segnato l'inizio di tutto, il momento in cui la sua vita ordinaria sarebbe caduta nell'ombra di un destino che non aveva mai immaginato.