Capitolo 1

3027 Words
Capitolo 1 Fuori dalla finestra, accarezzata da migliaia di goccioline, mi appare la City, il cuore economico e finanziario di Londra. È intrisa di una vibrante energia che, senza un’apparente ragione, pervade anche me. A pensarci bene, anche se siamo in piena estate, questo cielo grigio non è poi così male. È come se Londra indossasse il vestito adatto al proprio ruolo, con quel suo alone serio e al contempo affascinante. I marciapiedi sono stracolmi di uomini e donne d’affari che, con il giornale sottobraccio e con un bicchierone di carta pieno di caffè in mano, si dirigono a passo svelto verso i loro uffici. I famosi autobus rossi a due piani, i double-decker, sfrecciano per le strade assieme a decine e decine di taxi e, soprattutto, di biciclette. Non avrei mai detto che la gente trovasse agevole muoversi in bici in una città così grande. Nei grattacieli e palazzi di fronte s’intravedono centinaia di luci accese, scrivanie sommerse da fascicoli, persone intente a scrivere ai propri computer e affollate sale riunioni nelle quali sembra si stiano decidendo le sorti del mondo. Dev’esserci qualcuno tra tutta questa gente che ha bisogno di me. Qualcuno che sta cercando proprio una come me. Esattamente come accade nei film, quando durante il colloquio il manager si alza in piedi, dà la mano al candidato e gli dice con fare appagato e soddisfatto: «Sei proprio la persona che stavamo cercando. Il posto è tuo». A proposito, mi trovo nell’elegante e moderna sala d’attesa di Diva & Louf, uno degli studi legali più famosi e prestigiosi al mondo, che prende il suo nome da quelli dei soci fondatori, i quali quasi certamente si staranno godendo su qualche yacht ai tropici i soldi guadagnati negli ultimi decenni. Aspetto di sostenere una job interview, cioè un colloquio di lavoro. Il quarto, per l’esattezza, da quando mi sono trasferita. Finora non sono andata bene o forse sono andata fin troppo bene, visto che in un paio di casi sono stata scartata perché overqualified, ossia troppo qualificata per quel ruolo. Il che dovrebbe lusingarmi, ma a me invece suona tanto di presa per il culo, un po’ come un «ti lascio perché ti amo troppo». Spero che oggi vada meglio, anche se ne dubito dal momento che sono più tesa e agitata del solito. Per me sarebbe un vero e proprio sogno lavorare qui: Diva & Louf è la punta di diamante dell’universo legale. Del resto, basta dare un’occhiata in giro per rendersene conto: ci sono trofei in bella vista, targhe, riconoscimenti e articoli di giornale incorniciati e trionfalmente appesi alle pareti. E – last but not least – pare che qui gli stipendi siano pazzeschi. Si dice che anche i praticanti guadagnino benissimo: dalle quarantamila sterline in su all’anno. E pensare che durante la pratica forense io non prendevo nulla, neanche un misero rimborso spese o un simbolico buono pasto. Non che poi, una volta diventata avvocato, sia andata molto meglio: svolgevo il lavoro di due persone per essere pagata una miseria. Una cosa vergognosa e inaccettabile. Io non so con quale coraggio si possa pretendere che un essere umano lavori quattordici ore al giorno per due spiccioli. Basta, non accetterò più compromessi! Ormai ho trent’anni (va be’, trentatré) e voglio quello che mi spetta: voglio essere gratificata. Voglio il successo! Toc toc. Ecco, ci siamo. Forza e coraggio! Ah, no. Falso allarme. È la segretaria che spinge un carrellino con acqua, caffè, tè, latte, frutta secca, biscotti e tramezzini. «Good morning, darling. How are you?» mi saluta. «Good morning. Fine, thanks. And you?» Risponde qualcosa di cui capisco solo «Lovely!» e se ne va. Ma che gentilezza straordinaria! Sono tutti così cortesi in questi studi legali. Nell’attesa, assaggio un biscottino burroso e sorseggio il mio caffè, o meglio la brodaglia marrone che da queste parti chiamano caffè. Forse meglio berlo con del latte… no, forse meglio non berlo affatto. Sono un po’ agitata soprattutto perché temo di non comprendere chi mi intervisterà. Conosco l’inglese già bene a dire il vero: per anni ho lavorato in lingua inglese anche in Italia, mi sono sorbita delle pallosissime ore di conversation settimanali con una pallosissima insegnante madrelingua e, soprattutto, ho guardato e riguardato le puntate di s*x & the City in lingua originale. Eppure, da quando mi sono trasferita, mi capita di avere qualche difficoltà. Gli inglesi parlano molto velocemente, spesso con un accento incredibilmente stretto, per cui può accadere che mi sfugga qualche parola. L’altro giorno, per esempio, a un colloquio, ho chiesto gentilmente alla ragazza che si stava occupando delle selezioni di parlare più slowly visto che non si capiva quasi nulla di quello che diceva; ma non credo abbia gradito, perché da quel momento ha iniziato ad accelerare ancora di più. Anzi, a dirla tutta, sembrava ci avesse preso gusto. Per cui mi correggo: sono tutti cortesi, tranne lei. Toc toc. In sala riunioni entrano un uomo e una donna. Lei è sulla quarantina, ha un’espressione molto seria e il tipico aspetto da donna in carriera: porta i capelli raccolti in uno chignon, indossa un elegantissimo tailleur beige e stupendi occhiali dalla montatura nera. Lui, invece, è un signore di mezza età, molto alto, piuttosto grasso e con i capelli rossicci. È molto ben vestito e… leggermente sudato. «Sara, sorry per averti fatto attendere. Mi chiamo Albert Bennet, sono partner e capo del dipartimento di International Corporate Law» mi fa presente con una visibile espressione compiaciuta «lei è Cindy Hunt, avvocato senior con noi da cinque anni» continua indicando la collega che gli siede accanto. «Good» esclamo sorridendo, tanto per dire qualcosa. Lui tira fuori dalla sua cartellina il mio curriculum (chiamandolo sivì e facendo rivoltare tutti gli scrittori latini nella tomba) su cui noto dei segni fatti a matita, come se fosse stato studiato con grande attenzione. «Come sai, stiamo cercando un avvocato con esperienza in diritto societario internazionale. Abbiamo trovato il tuo profilo molto interessante e in linea con la figura che vorremmo inserire nel nostro team» precisa con un tono carico di aspettativa «vedo che ti sei appena trasferita dall’Italia. Vuoi parlarci di te?» Per fortuna il suo accento è abbastanza chiaro e riesco a capirlo senza troppa fatica. Dovrebbero tutti scandire bene le parole come fa lui quando si parla con gli stranieri. È semplicemente una questione di rispetto ed educazione. «Ma certo!» esclamo con sicurezza. Mi aspettavo esattamente questa domanda e ho ripetuto la risposta davanti allo specchio almeno un milione di volte. «Mi sono appena trasferita a Londra. In Italia ho lavorato per quasi cinque anni in uno studio legale specializzato, per l’appunto, in diritto societario internazionale.» Evviva, sto andando alla grande! Buona la prima. «Interesting!» commenta lui «E come mai hai deciso di venire qui a Londra? Non ti trovavi bene in Italia?» Okay, so come rispondere anche a questa. «A un certo punto del mio percorso, ho sentito l’esigenza di arricchire il mio bagaglio personale e professionale con una nuova esperienza lavorativa. Ho ritenuto che Londra fosse il posto migliore per mettermi in discussione e crescere grazie al confronto con professionisti provenienti da tutte le parti del mondo» rispondo con la naturalezza di chi crede veramente alle balle che sta dicendo. In realtà vorrei poter confessare che è stata una fuga a tutti gli effetti: da un lavoro sottopagato, da una routine soffocante, e soprattutto da quello stronzo del mio ex. No, meglio non scendere nei dettagli. «Interesting!» commenta ancora «Sai, non so come funzioni lì in Italia, ma per onestà sono tenuto a dirti che qui si lavora moltissimo. Non esistono orari precisi. Si entra alle otto, ma non si sa quando si esce. Noi restiamo qui fino a che è necessario. Anche nel weekend, se occorre. Però poi le soddisfazioni arrivano. Vero, Cindy?» si rivolge alla sua collega, che annuisce fredda e convinta. «Certo!» intervengo «Immagino che in una realtà importante come questa il lavoro sia molto…» oddio, non mi viene la parola «ehm, molto… molto…» Ecco, sto facendo la figura dell’idiota e, da come mi guardano, ho già capito che mi sono giocata il posto. «Qual è l’ultimo deal di cui ti sei occupata?» Intense, cavolo, dovevo dire intense. O forse no, mi sa che si dice intensive… Oddio mi ha chiesto qualcosa. «Excuse me?» «Dicevo che vorrei sapere qual è l’ultimo progetto che hai seguito» ribadisce con tono seccato, quasi a sottolineare come non abbia tempo da perdere. «Dunque, ho recentemente curato l’acquisizione, da parte di un gruppo leader nelle telecomunicazioni in Italia, di una nota società olandese. Mi sono occupata dell’intera operazione, dalla due diligence alla redazione del contratto di acquisizione. Le trattative sono durate molti mesi, ma alla fine sono stata soddisfatta: ne hanno parlato anche le principali riviste di settore italiane.» «Fantastic!» enfatizza. Evvai! Ho recuperato brillantemente. «Come ti vedi tra dieci anni?» Altra domanda scontata. «Tra dieci anni mi vedo perfettamente inserita all’interno di questo studio legale, con una solida esperienza professionale alle spalle e con un ruolo adeguato all’importante contributo che sono certa di poter dare per la sua crescita.» Ho già ripetuto a pappardella quest’articolata frasetta in tutti i colloqui. Dire: «Tra dieci anni mi vedo partner» mi sembra sfrontato. Poi mi pone altre classiche domande, tra cui quella sui miei pregi e difetti, che attendevo ansiosa e di cui non ho mai capito l’utilità. Il pregio di cui vantarsi viene infatti scelto a caso tra i seguenti: preciso, affidabile, puntuale, amichevole, preparato, creativo, entusiasta, onesto, determinato. Il difetto invece è più subdolo. Del resto, chi confesserebbe davvero il proprio difetto a un colloquio di lavoro? Ce lo vedete il candidato ad ammettere «Odio tutti, sono un pazzo nevrotico e per questo il lunedì mattina non mi dovete parlare fino alle otto di sera, sono un bugiardo cronico, talvolta rubo e tendenzialmente sono un fancazzista perditempo»? No, vero? E infatti fanno tutti la stessa cosa: pescano un pregio alla cieca, ma ne parlano con l’espressione affranta. Esattamente quello che faccio io: «Forse sono un po’ troppo precisa e pretendo troppo da me stessa…». Bene! Mi meraviglia, però, che non voglia sapere se sono sposata, se ho figli, se vorrei averne e, se sì, quanti: me lo hanno chiesto sempre in passato e ho sempre pensato che fosse inopportuno e scorretto. Decisamente un punto a suo favore. Terminato l’interrogatorio, Albert continua con un lungo monologo sulla fama e sulla reputazione dello studio, ribadendo all’incirca una trentina di volte che si tratta di una realtà in crescita e che è già pronto il progetto per l’apertura di altre cinque sedi in giro per il mondo. Dopo un quarto d’ora faccio fatica a seguirlo e ho la netta sensazione che neanche la sua collega Cindy lo stia più ascoltando, concentrata com’è a scrutarmi con quel suo sguardo indagatore e sospettoso. Credo che stia studiando il mio linguaggio del corpo; starà cercando una falla nella mia comunicazione non verbale, ne sono certa. Ma mica sono una principiante, io. Proprio ieri ho letto un articolo sui segreti del colloquio vincente, scritto da un esperto recruiter londinese. Tra le altre cose suggeriva la postura da assumere per farti assumere: naturale ma niente gambe accavallate, per non dare l’impressione di essere troppo rilassati e, quindi, presuntuosi; niente braccia incrociate – non sia mai, per carità – per evitare che chi vi sta di fronte possa pensare che vogliate mettervi sulla difensiva; bisogna poi evitare qualsiasi tipo di movimento involontario che possa infastidire l’interlocutore, come tamburellare con le dita sul tavolo, toccarsi il viso con le mani o giocherellare con penne, orecchini, anelli eccetera. Cara la mia investigatrice, non mi freghi. «Che compenso ti aspetti?» mi domanda Albert che, senza attendere la mia risposta, prosegue: «Sai, noi abbiamo dei livelli di retribuzione molto precisi qui. Per la tua posizione sono previste ottantamila sterline l’anno, ma si tratta solo dell’inizio. Ci sono ottimi bonus e fantastiche possibilità di crescita. Qui da noi, l’impegno e la dedizione vengono premiati». «Ah, bene» farfuglio, simulando un contegno British, per non esplodere dalla gioia, quando in realtà sto già fantasticando sulla casa che mi comprerò. «Brilliant! Ti abbiamo chiesto quello che ci interessava. I processi di selezione continueranno ancora per tutta la settimana. La nostra ricerca è piuttosto urgente, per cui a breve ti faremo sapere. Se Cindy non ha altre domande, direi che possiamo salutarci» e appoggia in fretta le mani sul grosso tavolo in cristallo, come a prendere la spinta per alzarsi in piedi. «Sei disposta a dare a questo lavoro la priorità su tutto il resto?» interviene inaspettatamente Cindy con voce ferma e decisa. «Sì» rispondo d’impeto e con tono altrettanto determinato «senza alcun dubbio!» E anche questa è fatta. Non saprei darmi un voto. Non credo di essere andata benissimo, però non sono stata neanche pessima. Devo aspettare un po’ per il prossimo colloquio di oggi, così vado a prendere un caffè nella caffetteria che si trova di fronte all’uscita del palazzo, perché, da brava italiana, adesso ho bisogno di un vero caffè. All’ingresso, oltre che da una lunga coda di gente che attende il proprio turno, cosa abbastanza inusuale per un bar, vengo colpita dal numero delle persone che se ne stanno comodamente sedute con il proprio notebook connesso all’apposita presa elettrica, proprio come fossero nel loro ufficio. Noto dei ragazzi cinesi che studiano sui libri di medicina rigorosamente in formato digitale, una giovane donna intenta a rivedere il suo sivì, un signore che scrive un documento al computer mentre parla animatamente al telefono in una lingua che non riesco a indovinare. Quanto mi piace quest’atmosfera, è così… international! Si ha davvero la sensazione che tutto il mondo passi di qui ed è straordinario come stiano evolvendo le cose. Adesso basta avere un laptop, una connessione Wi-fi e il gioco è fatto: si può lavorare dove si vuole. Certo, sarebbe un sogno anche per me e, ora come ora, se potessi scegliere, vorrei lavorare in una luminosa stanza circondata da grosse vetrate che affacciano sul verde di Hyde Park. «Hiya!» Le mie fantasie vengono interrotte dal barista con i capelli celesti e una quantità indefinita di orecchini e piercing. Ipotizzo che hiya sia un altro modo di dire ciao. «Hiya» ricambio. «Alright, mate!?» Non ho capito. «Vorrei un caffè.» «Cool! Come vuoi il caffè?» mi chiede in un inglese strettissimo, indicandomi, dietro di lui, una lavagna dalle dimensioni di un campo di calcio, dove sono scritti in gesso bianco circa quaranta tipi diversi di caffè con nomi complicati. «Oh, certo» e intanto tento di capire cosa ordinare. Il caffè americano no, altrimenti mi rifilano un’altra volta il brodo marrone. Flat white? Moka? Vediamo… Ma un caffè normale non c’è? Qualcosa devo pur ordinare. Ci sono almeno dieci persone che aspettano con la carta di credito già pronta in mano e con l’aria già incattivita. «Un espresso!» esclamo emozionata per aver letto, tra tutti quei nomi, uno a me familiare. «Great! Come lo vuoi? Singolo o doppio?» «Singolo» e lancio uno sguardo d’intesa alla signora dietro di me, che però non sembra voler ricambiare. «To xgxgelftidjdcdbkh?» bisbiglia il barista, come se si divertisse a torturarmi. Ancora? Che vuole adesso? «What?» «To drink here or to take away?» scandisce senza troppo impegno. Oh, ma certo! Ho capito. «Qui. Lo bevo qui.» «Okay. Lo bevi qui. Il tuo nome per favore?» incalza ancora lui. E che palle! Non lo voglio più ’sto caffè. «My name is Sara.» «Sara?» ripete con tono interrogativo, pronto a scrivere con un pennarello nero su di una tazzina di carta. «Yes! Es ei ar ei» rispondo facendo lo spelling del mio nome. È ufficiale: lo odio. «Sono due sterline.» Due sterline per un caffè?! Mah… «Ecco a te» gli porgo subito una banconota da cinque sterline per evitare di perdere altri secondi a cercare le monete e farmi linciare dalla folla impaziente. «Puoi attendere lì in fondo al bancone. July ti servirà il caffè» conclude indicandomi una ragazza intenta a preparare un paio di cappuccini con la stessa lentezza di chi sta ritoccando la Cappella Sistina. «Take care!» Sì sì, va be’. «Bye» lo saluto sollevata. Mamma mia, che strazio! Mentre aspetto che il mio meritato espresso sia pronto, lo sguardo mi cade su di un vassoio ricolmo di dolci e dolcetti in bella vista che sembrano buoni. Vorrei prenderne uno al cioccolato, ma il solo pensiero di dovermi riconfrontare con il ragazzo alla cassa mi fa cambiare idea. «Sara?» chiama la barista leggendo il mio nome sul bicchierino di carta. Mi preparo psicologicamente a un altro interrogatorio. «Eccomi.» «Vuoi zucchero nel caffè?» «Sì, grazie, un cucchiaino.» Ah, bene. Stavolta è stato indolore. Tanta fatica per nulla: sto bevendo l’intruglio più orrido che abbia mai assaggiato in vita mia. Pagherei oro per gustare un buon caffè; anzi, meglio ancora, il profumatissimo caffè che mi prepara mia madre quando vado a trovarla a casa per fare due chiacchiere. A proposito, credo sia il caso di darle mie notizie. «Pronto, mamma?» Mia madre, come quasi tutte le mamme di mia conoscenza, tende a entrare ancora in ansia quando non sono nel suo raggio di controllo, quindi figuriamoci ora che mi sono trasferita all’estero. Siamo molto legate e lo so che le manco tantissimo. Del resto, anche io inizio a sentire la sua mancanza. «Tesoro, ma che fine hai fatto? Non ti fai sentire mai! Così ci fai preoccupare» mi rimprovera con tono irritato ma tenero allo stesso tempo. «Lo so, mamma. Scusami. È che qui il tempo sembra volare…» E così, mentre le racconto della mia esperienza in tutti i minimi dettagli, tralasciando momentaneamente la puzza di fogna dell’ostello in cui vivo, e la rassicuro sul fatto che sì, sto mangiando, cose strane ma sto mangiando, mi accorgo che è trascorsa già quasi un’ora e che non ho la più pallida idea di dove si terrà il secondo colloquio di oggi. «Mamma, ora ti devo proprio salutare. Ho un altro appuntamento e non vorrei arrivare in ritardo. Ti richiamo stasera.»
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