2. La minaccia
Più o meno quattro ore dopo, Iris era sdraiata a braccia aperte su un pendio della montagna, in alto sopra la valle. Da quando aveva lasciato la fredda mezza-luce della gola, all'altezza di un altarino che era il punto in cui confluivano diversi sentieri, si era arrampicata di buon passo, seguendo uno scosceso sentiero a zigzag.
Quasi uscita dalla zona d'ombra, sebbene il sole picchiasse severo, aveva rallentato il cammino. La spingeva avanti la concitazione dei suoi pensieri, visto che non riusciva a togliersi Olga dalla testa.
Quel nome era come un fastidioso ronzio. "Olga." Quella donna aveva mangiato il suo pane, tostato per motivi di linea, e aveva rifiutato il suo sale, in ossequio a una dieta popolare. Questo aveva creato alcuni problemi in cucina. Olga aveva usato il suo telefono, e abusato della sua auto. Olga aveva preso in prestito la sua pelliccia, e in cambio le aveva ceduto un marito superfluo.
Al ricordo di quell’uomo, “Oscar”, Iris si mise a correre.
- Come se io potessi prendere una qualche infatuazione per un uomo che somiglia a un fumetto - mugugnò.
Era senza respiro, quando, alla fine, si lasciò cadere sull'erba e decise che poteva fermarsi. La montagna che l’aveva sfidata continuava ad allontanarsi mentre lei avanzava gradualmente, e quindi fu costretta a rinunciare al proposito di arrivare in vetta.
Sdraiata così ad occhi semichiusi, ascoltando il fischio del vento, ritrovò la serenità. Un ciuffo di cumuli azzurri, eretto contro la linea dell'orizzonte, visto da lì sembrava solido e alto come un campanile di metallo, e al contrario lei, Iris, si sentiva rimpicciolita e unita alla terra, come ne fosse diventata parte, al pari dei sassi e delle radici. Con l'immaginazione riusciva quasi a sentire il pulsare di un gigantesco cuore sotto la testa.
Il momento passò, così lei ricominciò a pensare a Olga. Questa volta, però, la vedeva da un’altra prospettiva, poiché l'altitudine offre un'illusione di superiorità. Si ricordò che la valle si trovava a milleduecento metri sul livello del mare, e che era salita di quasi altri millecinquecento.
Sulla base di questo calcolo, visto che era duemilasettecento metri più alta della sua ex amica, poteva permettersi di essere generosa, ammesso, ovviamente, che Olga fosse così cortese da restarsene al livello del mare.
Decise così di cancellare quel ricordo perché immeritevole di altra collera.
- Di sicuro mai più - disse. - Dopo questo, non aiuterò mai più nessuno. Nella sua voce c'era l'appassionato fervore di chi si dedica a qualche servizio di pubblica utilità. Con la virtuosa sensazione di aver tratto profitto da una lezione a caro prezzo, si fumò una sigaretta prima di avviarsi per la via del ritorno. L'aria era così pulita che montagne mai scorte prima uscivano titubanti dall'invisibilità e sembravano come sospese nel cielo, fra violacee trasparenze. Molto più sotto si scorgeva una parte del lago, non più verde, ma scolorito dalla distanza fino a un blu caliginoso.
A malincuore, Iris si alzò in piedi. Era ora di riprendere il cammino.
Trovò la discesa non solo noiosa, ma impervia, perché dovendo sostenere il proprio peso, costringeva a uno sforzo continuo dei muscoli non allenati. Cominciò a sentire il dolore dei polpacci, e spesso perdeva l’equilibrio sui sassi del sentiero.
Spazientita, decise di evitare lo zigzag e di tagliare direttamente giù per il dorso della montagna. Con il lago a indicarle la direzione precisa, si lanciò lungo il pendio.
Era un'impresa temeraria, ma scoprì quasi subito che la pendenza era troppo alta. Poiché aveva preso troppa velocità per riuscire a fermarsi, non le restò che buttarsi per terra e lasciarsi scorrere sullo scivoloso tappeto d'erba, affidandosi alla fortuna.
Da quel momento in avanti, tutto si svolse rapidamente. Malgrado i suoi tentativi di rallentare la corsa con i piedi, ad ogni secondo acquistava sempre più velocità. Ombre di vegetazione azzurre e verdi le sfrecciavano ai lati, mentre la valle le si precipitava addosso, e si schiacciava contro il cielo. Sobbalzando contro il terreno accidentato, Iris si girò puntando verso una cerchia di alberi poco più in basso, nella speranza di riuscire così ad interrompere la corsa maldestra.
Purtroppo gli alberi si rivelarono marciti dal tempo, e Iris vi passò rovinosamente attraverso, per atterrare infine con un salto in mezzo a un sentiero di sassi.
Bene o male la sua corsa aveva avuto una fine, ma si rimise in piedi tutta indolenzita e scossa. Sebbene fosse piena di contusioni, non dimenticò di sfogarsi in quella risata forzata che le era stata insegnata a scuola, come medicamento valido per qualunque incidente di gioco.
- Davvero divertente - bisbigliò levandosi alcune spine dalle gambe. Le fece piacere, però, vedere l'altarino, pochi metri più avanti lungo il sentiero, perché era la prova che aveva sterzato proprio al momento giusto. Dato che l'albergo non era lontano, si avviò giù per il canalone pensando a tutti i generi di conforto che avrebbe trovato. Un grosso bicchiere con qualcosa di fresco, un bagno ristoratore, cena a letto. Quando intravide il bagliore dell'acqua, oltre la curva della gola, per l'impazienza si lanciò in una zoppicante corsetta.
Svoltò la curva, si fermò di scatto, guardando ammutolita davanti a sé. Tutti i punti di riferimento a lei familiari erano scomparsi, come se qualcuno dispettoso avesse passato una gomma da cancellare sul paesaggio. Non c'erano le casette in legno, non c'era la stazione, non c'era il molo, non c'era l'albergo.
Esterrefatta, capì di avere girato nella direzione sbagliata. Questo non era il famoso lago verde in cui, con i suoi amici, si erano bagnati tutti i giorni. Invece di essere profondo e di forma ovale, era un serpeggiante stagno azzurro pallido, dalle rive basse e coperte di giunchi.
Stando così le cose, c'era solo una via praticabile: tornare indietro fino all'altarino e seguire l'altro canalone.
Era davvero comico, e la risata di Iris, prima che lei cominciasse ad arrancare lentamente in salita, suonò quasi perfettamente credibile.
Era troppo abbattuta per poter apprezzare la magnificenza selvatica di quel posto. Era uno scenario di completa desolazione, squassato dalle frane e disseminato di alti cumuli di rocce fracassate. Non affiorava un filo d'erba fra i pietroni, e non si potevano udire canti di uccelli. Gli unici suoni erano il rotolare dei sassi calpestati dal suo cammino, e lo sciacquio di un torrente in secca, che scorreva nel suo letto quasi completamente inaridito, come un filo pallido e attorcigliato.
Abituata ad avere sempre una compagnia, Iris riprese a desiderare facce e voci. Dato il suo isolamento, scivolò nell'autocommiserazione. Si ricordò che, una volta tornata in Inghilterra, non sarebbe tornata a casa sua, come tutti gli altri. Sarebbe invece tornata al punto di partenza.
In quel periodo, poiché aveva sub-affittato il suo piccolo ma lussuoso appartamento, viveva in un albergo. Sebbene si fosse scelta liberamente il proprio stile di vita, in un momento e in un posto come quelli sentì di aver pagato a caro prezzo la sua libertà.
Il suo scoramento non durò molto, perché in cima al sentiero si trovò a dover fare appello a tutta la sua forza d'animo. Fermatasi a riprendere fiato, si guardò attorno e scoprì che l'altarino era diverso da quello del primo crocevia, dove aveva preso il sentiero a zigzag in direzione della montagna.
Questa volta non rise più, perché giudicò che anche al senso dell'umorismo doveva esser posto un limite. Invece, era veramente arrabbiata con se stessa. Credeva di conoscere quei monti perché, insieme agli altri compagni, si era trascinata su e giù per le gole, come una mandria di capre allo stato brado.
Però lei si era semplicemente accodata, mentre altri avevano indicato la strada. In ogni gruppo c'è l'imprescindibile guida... il ragazzo con la mappa.
Da sola, Iris non aveva la minima idea di dove si trovava. L'unica cosa che poteva fare era risalire la gola fino alla sua prossima ramificazione, e affidarsi alla sorte.
- Continuando a camminare, arriverò da qualche parte - pensò. - Inoltre, chi ha la lingua per parlare non può perdersi.
Doveva essere stoica, perché si sentiva disperatamente stanca, oltre al problema di un tallone che la faceva soffrire. Quando, finalmente, arrivò ad un incrocio che offriva una scelta fra più sentieri, si fidava ormai troppo poco del proprio discernimento per osare. Seduta su un pietrone, attese nella speranza che passasse qualcuno a cui poter chiedere la via. Aveva toccato il fondo della disperazione, tanto che la sua indipendenza le appariva solo come il privilegio di firmare assegni per prelevare denaro ottenuto con il lavoro di altri, e la sua popolarità le sembrava ora nient’altro che un dividendo di quegli stessi assegni.
- Sono stata tenuta per mano per tutta la vita - rifletté. - E anche se passasse qualcuno, sono la peggior poliglotta del mondo.
La definizione era altisonante, perché in realtà non aveva il minimo diritto al titolo di poliglotta. La sua ignoranza delle lingue straniere derivava dall'aver completato gli studi a Parigi e Dresda. A scuola aveva legato solo con altre ragazze inglesi, mentre i suoi insegnanti del luogo acquisivano ottimi accenti britannici.
Il patriottismo non le fu di aiuto in quel momento, e infatti provò una certa titubanza quando sul passo sbucò un uomo di corporatura pesante e scuro di carnagione, in calzoncini di cuoio e sporchissime bretelle colorate. Nel gruppetto di Iris c'era un giovanotto molto avvezzo alle lingue. Sapendo che esistevano delle radici comuni tra gli idiomi, riusciva a servirsi del tedesco come di una sorta di lingua-ponte; ma doveva però utilizzare l'immaginazione per interpretare e farsi capire.
Nella mente di Iris, quando si rivolse all'uomo in inglese e gli chiese di indicarle la direzione per il villaggio, affiorò vivido il ricordo di come il resto della compagnia solesse fischiare il ragazzo e deriderlo per i suoi insuccessi. L'uomo la guardò, si strinse nelle spalle, e scosse la testa.
Il secondo tentativo, con voce più forte, non ebbe esito migliore. Il contadino, che pareva andare di corsa, stava procedendo oltre, quando Iris gli si mise di mezzo. Era pienamente consapevole della propria impotenza, quasi che fosse una creatura a cui avessero strappato la lingua. Ma doveva attirare la sua attenzione, indurlo a comprendere. Con la sensazione di aver rinunciato alla dignità di un individuo razionale, fu costretta a fare gesti da pantomima, indicando a turno tutte le possibili vie, e nel frattempo ripetendo il nome del villaggio.
- Deve arrivarci, se non è un idiota - pensava.
L'uomo sembrò afferrare il significato dei suoi messaggi, perché annuì molte volte. Ma invece di puntare il dito in una direzione o nell'altra, si intrattenne in un lungo e incomprensibile delirio verbale.
Mentre ascoltava quel torrente di suoni gutturali, Iris fu sopraffatta dalla rabbia. Si sentiva tagliata fuori da tutti i rapporti umani, come se fosse stata cancellata una linea di confine, e, invece di essere in Europa, fosse finita in un angolo sperduto dell’Asia. Senza soldi e senza una lingua comune, rischiava di vagare senza meta chissà per quanto tempo. Forse in quell'istante si stava portando lontano dal villaggio e nei boschi. La gola presentava svariate diramazioni secondarie, come le insenature serpeggianti di un mare che penetri nell'entroterra.
Mentre i suoi timori crescevano, i contorni del viso del contadino si facevano incerti, come i tratti di un brutto sogno. Iris notò che la pelle brillava e che aveva un lieve gozzo; ma avvertiva precisamente il suo pesante odore, perché stava sudando per l'arrampicata.
- Non riesco a capirla - gridò in momento d’isteria. - Non capisco nemmeno una parola. La faccia finita. Oh, la faccia finita. Mi fa diventare pazza. -
Nello stesso tempo, l'uomo udì solo una successione di suoni incomprensibili. Vedeva una ragazza, vestita come un uomo, troppo esile per essere piacevole, stando al metro di bellezza del posto, con le ginocchia sporche e sanguinanti. Era straniera, sebbene non sapesse di quale nazionalità. Inoltre, era isterica, e incredibilmente stupida.
Sembrava non essersi accorta che gli stava dicendo meno della metà del nome esatto del villaggio, perché tre diverse località avevano lo stesso prefisso. Glielo aveva spiegato, e le aveva domandato il nome completo.
Iris non avrebbe potuto dirglielo nemmeno se avesse capito bene la domanda. Il nome del villaggio era uno scioglilingua di cui egli non aveva mai provato l’ebbrezza, ma, come tutti gli altri, lo aveva nominato con le prime tre sillabe.
Erano totalmente bloccati. Con un'ultima smorfia e un'ultima scrollata di spalle, il contadino proseguì per la sua strada, lasciando Iris sola con le montagne che incombevano su di lei come una minacciosa parete di cemento. Aveva comprato delle cartoline che le raffiguravano, e le aveva spedite con uno banalissimo "magnifico scenario" di commento. Una volta aveva persino scritto "questa è la mia stanza", e segnalato ironicamente una vetta con una croce.
E ora le montagne si stavano prendendo la loro bella rivincita. Ritraendosi sotto i dirupi proiettati verso il cielo, Iris pensò che non avevano che da scrollare quelle cime impetuose per travolgerla nella polvere sotto una pioggia di macigni. La facevano sentire piccola e insignificante. Senza individualità. Minacciata nello spirito.
La situazione fatale fu interrotta dal suono di voci inglesi. Da dietro la curva del passo affiorò la coppia in luna di miele dell'albergo.
Per la loro completa riservatezza e per il loro smagliante aspetto, questi due innamorati venivano rispettati persino dalla chiassosa combriccola. L'uomo era alto, di bell’aspetto, e di portamento imponente. Aveva una voce altera, e teneva la testa piegata in modo da esibire un orgoglio davvero ingombrante. I camerieri si precipitavano ad ogni suo richiamo, e l'albergatore, forse in virtù del suo salottino privato, lo appellava "milord".
Sua moglie era quasi altrettanto slanciata, con una figura perfetta e un viso senza la minima ombra. Portava magnifici abiti assolutamente inadatti a quei luoghi impervi; ma era chiaro che si vestiva così perché le si confaceva, e per compiacere unicamente il suo consorte.
Vivevano in un mondo dorato e appartato, e non sembravano accorgersi della presenza degli altri ospiti, che li accettavano come appartenenti a una casta superiore. Probabilmente, il nome "Todhunter" sotto il quale erano registrati, era null’altro che un'invenzione per salvaguardare il loro anonimato.
Superarono Iris quasi senza badarle. L'uomo accennò a togliersi il cappello, ma non aveva l'aria di averla riconosciuta. Sua moglie non distolse neanche per un istante gli occhi violacei dal sentiero sassoso, perché portava tacchi pericolosamente alti.
Parlava a voce bassa, ma vibrante malgrado il tono soffocato.
- No, mio caro. Non un giorno di più. Nemmeno per te. Siamo rimasti troppo...
Iris non colse il resto della frase. Si preparò a seguirli a prudente distanza, perché si era resa perfettamente conto di avere un aspetto miserevole.
L'arrivo della coppia in luna di miele le aveva reso il senso delle proporzioni. La loro presenza era segno certo che l'albergo non era distante, perché non facevano mai lunghe passeggiate. Accertato questo, le montagne tornarono a essere soggetti da fotografare, mentre in lei, dall'esserino minuscolo che si sentiva, ritrovava la sua identità, cioè quella di una ragazza di Londra imbarazzata dallo strappo sui suoi pantaloncini.
Molto presto riconobbe il primo bivio, da dove aveva lasciato il passo. Zoppicando affannosamente giù per il sentiero, ecco che avvertì lo scintillio del lago che si stava imbrunendo, e le luci dell'albergo, che brillavano nella verde penombra.
Si ricordò che era stanca e aveva fame, e ricominciò a pensare a un bagno caldo e alla cena.
Ma sebbene dell'avventura apparentemente non le restassero che tracce fisiche, di fatto quell'esperienza aveva messo alla prova il suo senso di sicurezza, quasi che fosse una minaccia venuta dal futuro, a farle scoprire l'orrore del sentirsi priva di risorse, lontana da tutto quanto le era noto.