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La signora scompare

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Una vacanza in montagna, in compagnia di amici sempre più scomodi e noiosi. Iris ha un presentimento: ritornerà a casa sana e salva, in Inghilterra, dopo questo soggiorno alpino? O le accadrà qualcosa sulla strada del ritorno? Un piacevole incontro in treno allontana tutti i dubbi, l'incontro con la simpatica, espansiva, misteriosa signora Froy. Poi il sonno e il buio: l'amica si dilegua, sparisce... la paura si impadronisce nuovamente di Iris. Che fine ha fatto la compagna di viaggio? Qualcuno si è liberato di lei su quel treno affollato? Perché tutti sembrano congiurare contro di lei? Prova d'autore di Ethel Lina White, il romanzo dal quale Alfred Hitchcock trasse l'omonimo famosissimo film.

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1. Senza rimpianti
1. Senza rimpianti Il giorno che precedette la tragedia, Iris Carr avvertì il primo presentimento del pericolo che l’avrebbe assalita. Era abituata a sentirsi come protetta da individui che, con inavvertita adulazione, definiva "i suoi amici". Orfana, di bell’aspetto, economicamente indipendente, aveva trascorso i suoi anni sempre attorniata da gruppetti di persone. Queste pensavano per suo conto, o meglio, lei accettava le loro opinioni, e loro si impuntavano in vece sua, dato che la sua voce era troppo bassa di tono per permetterle di sostenere relazioni rivolte a grandi folle. La costante presenza di questi “amici” finiva per restituirle l'illusione di muoversi in un'ampia cerchia, malgrado la circostanza che gli stessi volti riapparissero con regolarità stagionale al suo cospetto. E le avevano anche fatto conoscere il brivido della notorietà. Una sua fotografia era apparsa sui giornali illustrati grazie alla richiesta di un fotografo, dopo l'annuncio del suo fidanzamento con uno del gruppo. Questa si poteva chiamare, probabilmente, celebrità. Poi, dopo non molto, il fidanzamento era stato interrotto, di comune accordo, e questa era stata un'occasione adatta per la pubblicazione di un altro ritratto sulle riviste. Nuovo momento di celebrità. E sua madre, che era morta mettendola alla luce, forse avrebbe pianto o sorriso di questi intensi soprassalti di vanità, che si alzavano, come bolle di gas di palude, dall'oscurità sottostante. Il giorno in cui avvertì per la prima volta il segnale minaccioso dell'insicurezza, Iris si sentiva particolarmente lieta e soddisfatta dopo una vacanza salubre e per nulla convenzionale. Con l'entusiasmo e la baldanza che appartengono ai pionieri, la combriccola era piombata su un sorprendente villaggio di pittoresco squallore, seppellito in un remoto angolo d'Europa, e se ne era impossessato con il semplice gesto di apporre le firme sul registro dei visitatori. Per circa un mese, con il compiaciuto disagio del proprietario e del personale, avevano invaso l'unico albergo del posto. Scalavano le montagne, si tuffavano nel lago, e si stendevano al sole su ogni angolo di terreno disponibile. Quando tornavano, riempivano il bar, borbottavano chiassosi contro la radio, ed elargivano mance per ogni insignificante servizio. L'albergatore li guardava raggiante da sopra il registratore di cassa intasato, e i camerieri gaudenti riservavano loro un trattamento esclusivo, suscitando la comprensibile irritazione degli altri ospiti inglesi. A queste persone Iris appariva unicamente come una del gruppo, cioè la tipica ragazza della media-società: vanitosa, egoista, e inutile. Naturalmente, non sapevano nulla delle qualità che invece la risollevavano: una generosità che le faceva accettare il conto come un dato di fatto, quando pranzava con i suoi "amici", e una sincera compassione per quei casi d’indigenza che le si accalcavano sotto gli occhi. Ma se era solo vagamente consapevole di qualche leggero momento di scontento e di disprezzo di se stessa, conosceva poi invece molto bene il lato schizzinoso del suo carattere, che le impediva di abbandonarsi a saturnali. Nel corso della vacanza le era parso di ascoltare, per così dire, i flauti di Pan, ma non aveva provato quella che si poteva chiamare l’esperienza dei suoi irsuti quarti posteriori. Le deboli regole sociali della combriccola si erano presto attenuate. Si abbronzavano al sole, bevevano ed erano totalmente ebbri, mentre i confini matrimoniali si facevano sempre piacevolmente sfumati. Attorniata da una promiscua allegrezza di svagate coppie di coniugi, fu un brutto colpo per Iris quando una delle signore, Olga, improvvisamente manifestò un tardivo senso della proprietà, e l’accusò di averle portato via il marito. A parte lo sconforto per l’insulsa scenata, aveva trovato l’accadimento assai ingiusto e oltraggioso. Si era semplicemente limitata a compatire e ad ascoltare un uomo trascurato, trattato come un inutile sovrappiù nella caotica baraonda domestica. Dopo tutto, non era colpa sua se l’uomo aveva perso la testa. A complicare la situazione contribuì il fatto che in quel momento di crisi non era proprio riuscita a scorgere alcun segno di pur minima lealtà fra quelli che dovevano essere i suoi amici, che avevano trovato invece motivi di ilarità da siffatta agitazione. Di conseguenza, per attenuare l’ansia, aveva deciso di non tornare in Inghilterra con i suoi compagni di viaggio, ma di trattenersi ancora un paio di giorni e, importantissimo, da sola. Si sentiva ancora desolata, il giorno successivo, quando accompagnò il gruppetto alla minuscola e antica stazione ferroviaria. L’idea del ritorno alla civiltà aveva già esercitato il suo effetto su di loro. Indossavano nuovamente abiti alla moda, e, come conseguenza alla necessità di identificare bagagli e prenotazioni, erano più o meno raggruppati in coppie legittime. Il treno era diretto verso Trieste, una località riportata davvero in grande sulla carta geografica. Un treno stracarico di turisti, tutti di ritorno alla quotidianità rappresentata da marciapiedi e lampioni illuminati. Una volta dimenticate le colline e il chiarore di stelle, il gruppetto si uniformò al sonoro chiacchiericcio dei viaggiatori. Sembrò ritrovare la smarrita fedeltà mentre si avvolgeva attorno a Iris. - Sicura che non ti annoierai, tesoro? - Cambia idea e salta su. - Devi venire assolutamente. Quando suonò il fischietto, tentarono di trascinarla nel loro vagone, così come si trovava, in calzoni corti, scarponcini chiodati, e con il viso senza cipria che lasciava intravvedere chiaramente l’abbronzatura del sole. Iris si contorse come un leone per sottrarsi alla loro stretta, e riuscì a balzar giù che già la banchina cominciava a scivolare via sotto al finestrino. Nell’affanno e tra le risate della lotta, rimase lì a sventolare la mano dietro al treno che si allontanava, finché questo non scomparve oltre la curva della grande gola. Si sentì quasi in colpa nel provare sollievo per la partenza dei suoi amici. Eppure, per quanto la vacanza si fosse svolta come da copione, aveva tratto godimento quasi esclusivamente da fonti primordiali: il sole, l'acqua, la brezza montana. Circondata dalla Natura, l'intrusione umana le aveva creato un vago disturbo. Erano stati insieme troppo tempo e troppo intimamente. A volte Iris aveva avvertito delle tonalità discordanti tra i membri di quella combriccola: la risata acuta e stridula di una donna, il profilo tarchiato di un uomo in posa per un tuffo, un continuo superfluo invocare "Mio Dio" da parte di quasi tutti. Tuttavia, pur cominciando a diventare critica nei confronti dei suoi amici, si era lasciata andare. Come loro, anche lei era andata in visibilio per il meraviglioso panorama, al contempo accettandolo come un punto fermo. Era nell'ordine naturale delle cose che, viaggiando al di fuori dei percorsi consueti, il paesaggio si facesse sempre più maestoso via via che si abbassava il livello dei servizi igienici. Finalmente si trovava sola con le montagne e con il silenzio. Dinanzi a lei si stendeva un prato maestoso di erba verdissima, innervato di riflessi diamantini sotto i raggi del sole. Le vette innevate di lontane catene montuose si stagliavano contro un cielo dalle tonalità azzurro-fiordaliso. Su una collina si ergeva il tetro edificio di un antico castello, con le sue cinque torrette svettanti verso l'alto, come le dita protese di una macabra mano. Dovunque era un'orgia di colori. Il giardino della stazione trionfava di fiori esotici, spumeggiava di toni fiammanti e gialli che si facevano spazio fra ciuffi di foglie dai riflessi intensi. Più su sul pendio, il piccolo albergo di legno era tinteggiato di ocra e rosso lacca. Contro la parete verde della gola si levava l'ultima spirale di fumo, che ondeggiava simile a una serpentina di fluttuanti piume bianche. Quando si separò dal gruppo, Iris sentì che l'ultimo legame fra lei e la combriccola era stato tagliato. Lasciando scivolare in aria un bacio beffardo, si girò e s’incamminò di buona lena per il ripido sentiero di sassi. Giunta al torrente alimentato dal ghiacciaio, rallentò sul ponte, per assaporare l'aria gelida che saliva dalle sue torbide acque bianche e verdastre. Ripensando alla scenata del giorno prima, giurò che non voleva mai più rivedere nessuno del gruppo. Erano legati a un fatto che offendeva la sua idea di amicizia. Aveva nutrito una certa simpatia per Olga, che aveva compensato la sua lealtà con una volgare manifestazione di gelosia. Scacciò via il ricordo. Lì, sotto l'azzurro immenso, le persone apparivano così minuscole, e le loro passioni davvero meschine. Erano unicamente accessorie al transito dalla culla alla tomba. Nella vita di quelle persone meschine, ci si incontrava e ci si allontanava, senza alcun minimo rimpianto. Istante dopo istante, la distanza fra lei e i suoi amici si faceva via via più profonda. Se ne stavano andando, lontani dalla sua vita. A quel pensiero si sentì attraversare da un'inebriante sensazione di nuova libertà, come se il suo spirito fosse stato salvato dal silenzio e dalla solitudine. Ciononostante, di lì a poche ore, avrebbe barattato tutte le meraviglie della Natura per averli ancora vicino.

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