Capitolo 1 – Nu masciu in fugaQuando la sveglia suonò gli pareva di essersi appena addormentato. Sarebbe stato disposto anche a pagare pur di poter restare a letto, ma gli toccava andare a lavorare. La giornata non stava cominciando nel migliore dei modi. Fuori pioveva a dirotto e in casa di certo non splendeva il sole. L’ennesimo litigio con la moglie a causa dei genitori di lei, con i quali non andava d’accordo, aveva trasformato in un inferno il weekend sottratto al lavoro. Per Antonio Calcagnile, detto Ntunucciu, la settimana non stava partendo con il piede giusto. E andare a ‘faticare’ non lo avrebbe aiutato a fare pace con la vita perché a Borgo San Nicola non era come stare a Eurodisney. Ma pur di non trascorrere altro tempo in compagnia di chi gli causava quella fastidiosa sensazione di malessere rinunciò anche alla colazione già pronta sul tavolo della cucina.
Ntunucciu Calcagnile era una guardia penitenziaria in servizio nel carcere di Lecce e il pensiero di non dover trascorrere tutto il giorno in quel girone dantesco era l’unico bagliore di luce che riusciva a intravedere. Il suo ordine di servizio prevedeva, infatti, la traduzione di un detenuto all’ospedale Vito Fazzi per un accertamento clinico. Ntunucciu non conosceva il nome dell’uomo che avrebbe accompagnato insieme al collega e amico Oronzo Gatto, detto Ronzinu, ma quando arrivò a lavoro ebbe la prova di come certe volte la vita ce la metta davvero tutta per farsi odiare. E il caffè della macchinetta, già cattivo di per sé, gli risultò ancora più sgradevole del solito.
U cane secuta proprio u strazzatu1, pensò tra sé quando sull’ordine di traduzione lesse il nome di Stefano Rizzello, detto Steu, un pericoloso ergastolano. Già affiliato alla Sacra corona unita, la cosiddetta quarta mafia, sin dai tempi del patriarca Pino Rogoli, negli ultimi anni si era specializzato nelle rapine ai portavalori. Stando agli elementi raccolti dagli investigatori, faceva parte di uno spietato gruppo di banditi che aveva la propria base operativa a Cerignola, in provincia di Foggia. Era stato arrestato dopo un sanguinoso assalto a un furgone blindato avvenuto due anni prima tra Santa Maria di Leuca e Ugento. Un commando di dieci persone aveva attaccato un mezzo carico di oro destinato al caveau della Banca d’Italia di Bari e nell’agguato erano morte tre guardie giurate e tre agenti di scorta. Lo stesso Rizzello era rimasto gravemente ferito e in seguito era stato incastrato dal Dna estratto dalle tracce di sangue repertate sul luogo dell’assalto. Non era stato facile, invece, risalire ai complici. Gli investigatori li conoscevano, ma le prove raccolte non erano state ritenute sufficienti per scrivere la parola fine alla loro carriera criminale. Prima di finire dietro le sbarre, Steu Rizzello era riuscito a far sparire il prezioso bottino, oltre duecento chilogrammi di lingotti d’oro. Per questo motivo era stato ribattezzato u masciu come uno dei tre Re Magi.
Nel suo mondo, quella terra di mezzo in cui comandava la mala ancora indomita nonostante i duri colpi ricevuti con le inchieste coordinate dalla Dda di Lecce, ormai lo conoscevano tutti con quel nome. Lo sapeva benissimo anche il maresciallo Pietro Martella del Reparto operativo del Comando provinciale. Neanche cinquant’anni, salentino, fisico asciutto e in forma grazie alle tante ore di allenamento in palestra, brizzolato, conosceva molto bene il proprio lavoro. La sua fama tra i delinquenti era inversamente proporzionale a quanto sapeva di lui l’opinione pubblica. Non amava i riflettori e le conferenze stampa le lasciava volentieri agli altri. Con i giornalisti non aveva un gran feeling proprio in virtù della tendenza a tenere sempre un profilo basso. Era il più anziano dell’ufficio e la sua lunga frequentazione del territorio gli aveva permesso di maturare una conoscenza abbastanza approfondita della realtà con cui faceva i conti ogni giorno.
Anche se masciu, Steu Rizzello non era un esperto di astrologia né un re, né tantomeno conosceva la filosofia. Tuttavia, avendo a disposizione tutto quell’oro, era stato facile associarlo a Melchiorre. Quel soprannome aveva anche un altro significato legato alla sua persona, un chiaro riferimento all’aspetto che di certo non lo faceva somigliare a un Adone. “Ete bruttu comu a fame”2, avrebbe detto un salentino verace rendendo bene l’idea. E la sua ferocia andava a braccetto con la bruttezza. Della Scu era stato il braccio armato e si vociferava che Rogoli gli commissionasse gli omicidi più importanti, soprattutto quelli più truci, che servivano a dare un segnale agli avversari o agli ‘sbirri’, come venivano chiamati i confidenti.
Rizzello era finito in carcere per colpa del maresciallo Martella che conosceva molto bene. Subito dopo il colpo al portavalori era stato naturale pensare a Steu e ai suoi compari foggiani. Poiché quest’ultimo sapeva che i complici non lo avrebbero mai portato in ospedale, con l’aiuto di alcuni confidenti aveva messo sotto pressione quei medici che avevano il ‘vizio’ di aiutare i malviventi rimasti feriti nei conflitti a fuoco con le forze dell’ordine. Un servigio che veniva ben remunerato. Durante la convalescenza, Rizzello si era nascosto in una masseria nelle campagne di Casalabate dove pensava di essere al sicuro, ma il maresciallo e i suoi uomini erano riusciti a scovarlo dopo un lavoro certosino di pedinamenti e intercettazioni ambientali.
Quella mattina, uggiosa e afosa come solo i primi giorni di giugno sanno essere, u masciu avrebbe dovuto sottoporsi a una visita endoscopica. Calcagnile e Gatto avrebbero voluto l’ausilio almeno di altri due colleghi per la traduzione, ma gli agenti in servizio erano pochi e così, nonostante il loro disappunto, furono costretti a svolgere il lavoro da soli.
«Tenimu n’amministrazione taveru discraziata. Cu ne lassane suli cu nu delinquente di quidda purtata anu gessere taveru varzani»3 si lamentarono Ntunucciu e Ronzinu con il loro comandante, il quale più che dare loro supporto morale e ragione non poteva fare.
Tra mugugni e raccomandazioni al Cielo salirono sul furgone blindato e si diressero al nosocomio leccese, situato a metà strada tra la statale per Maglie e quella per Gallipoli. Dopo essere rimasti imbottigliati quasi mezz’ora nel traffico del lunedì mattina, sotto una pioggia che non dava tregua, arrivarono in ospedale. Per non dare nell’occhio raggiunsero il reparto da un’entrata secondaria, con Rizzello sempre ammanettato e tenuto d’occhio.
«Ti sta chiamanu, sciamu»4 disse Ronzinu alzandosi dalla sedia sulla quale attendevano il proprio turno.
Il detenuto chiese di poter entrare senza le manette, richiesta che il medico stesso ripeté ai due agenti per poter svolgere al meglio il proprio lavoro. Accadde tutto in un attimo. Rizzello sfilò la pistola a Ronzinu e lo colpì in testa, stordendolo. Calcagnile non fece in tempo a estrarre la sua dalla custodia che venne raggiunto da una scarica di proiettili che riuscì miracolosamente a schivare riparandosi dietro le macchinette del caffè. Non se la sentì di rispondere al fuoco, temeva di colpire i pazienti in attesa nel corridoio. Il dottore si era nascosto nella stanza dalla quale era uscito poco prima senza poter lontanamente immaginare l’inferno che si sarebbe scatenato di lì a breve. Rizzello scappò approfittando del trambusto causato dalla sparatoria e dal panico generale, mentre la gente urlava e cercava riparo per sfuggire al fuoco. Una volta fuori, salì sull’auto dei complici che lo aspettavano nel parcheggio e fece perdere le proprie tracce.
Calcagnile telefonò prima al 112 e poi al 113 nel tentativo di bloccare le vie di fuga e si diede da fare per soccorrere il collega ferito e altri due pazienti che nella calca erano rimasti lievemente contusi. Per fortuna nessuno era stato colpito da proiettili vaganti. Dovette tirare qualche urlo per convincere medici e infermieri a uscire dalle stanze in cui si erano barricati e a prestare soccorso. Erano tutti in evidente stato di choc e l’atmosfera che si respirava sembrava quasi surreale. Le centrali operative dei carabinieri e della polizia lanciarono l’allarme immediatamente, ma il pronto intervento delle pattuglie sul territorio non fu sufficiente a impedire all’ergastolano di guadagnare la libertà.
«C’è successu?»5 chiese il comandante a Calcagnile non appena ne lesse il nome sul display del cellulare.
«Capu, u Rizzellu jete scappatu. Aie scatenatu l’infiernu intra l’ospetale e se l’è scuajata»6.
«Ui comu stati?»7.
«Ieu buenu, ma u Ronzinu aie utu nu corpu a ncapu e moi sta ne fannu l’accertamenti»8 gli spiegò Ntunucciu.
«Sta binimu»9.
Martella giunse sul posto insieme ai propri uomini e raccolse le prime testimonianze. Dopo aver sentito Calcagnile, interrogò i pazienti, spaventati ma incolumi. Il corridoio di fronte all’ambulatorio di chirurgia, già di per sé per nulla accogliente, pareva ora una viuzza di Mostar dopo i bombardamenti dei Serbi durante la guerra nei Balcani. Il paragone parve inevitabile per il maresciallo che quelle immagini le aveva ben stampate in mente dopo anni di servizio in quelle terre martoriate dall’odio razziale. Si fece raccontare con dovizia di particolari quanto era accaduto e ordinò ai colleghi di recuperare i filmati delle telecamere a circuito chiuso per capire chi aveva aiutato il fuggitivo.
«Fiju meu, m’aggiu sciuntata»10 disse una signora sui settant’anni che dal suo paesino, Felline, aveva raggiunto il capoluogo per una visita prenotata da tempo. Non conosceva bene l’italiano, ma ci teneva a non passare per un’analfabeta perché, a suo dire, “so comunicare e sono brava a esternare i miei pensieri e a farmi capire”. Dopo essersi ripresa dalla paura, sembrava quasi eccitata per la scena alla quale aveva assistito. Fino a quel momento le aveva viste solo in TV, l’unica compagnia ‛esterna’ delle sue giornate che di solito trascorreva insieme alle vicine di casa. Probabilmente la paura le aveva iniettato in vena talmente tanta adrenalina che fu necessario un calmante per arginarla. Dopo averla ascoltata per un po’, Martella capì che l’arzilla vecchietta nulla avrebbe potuto aggiungere a quello che già sapeva se non un resoconto romanzato infarcito del meglio che la signora aveva visto nelle sue serie poliziesche preferite. Perché Filomena Santantonio, detta Nena, non era solita guardare le telenovelas come la maggior parte delle sue coetanee. Lei adorava Ncis, Csi, Bones e, se proprio non c’era altro da vedere, l’ispettore Colombo.
«Giovine, tengu tante cose te tire ‘ncora»11 disse inseguendo il maresciallo senza alcuna intenzione di mollare la presa.
«Signora, per cortesia mi lasci lavorare. Ho già messo a verbale le sue dichiarazioni» provò a risponderle con educazione Martella senza però ottenere alcun risultato. La Nena, infatti, amava essere al centro dell’attenzione e quella era l’occasione della vita. La speranza a quel punto era di finire in televisione, così avrebbe fatto crepare di invidia qualche amica gelosa delle sue capacità comunicative. Il sogno si materializzò di lì a qualche ora quando i giornalisti si presentarono in ospedale. Le prime agenzie di stampa avevano già battuto la notizia della sparatoria al Vito Fazzi grazie allo scanner sintonizzato sulle frequenze delle forze dell’ordine. Martella non avrebbe dato loro alcuna soddisfazione, ma la Nena si dimostrò più che felice di farlo. Fece in modo di ritrovarsi a tu per tu con un microfono e una videocamera, adottando però la tecnica dell’indifferenza e assumendo l’aria di chi non ha voglia di parlare con i cronisti. In realtà, prima di farsi riprendere, si era recata in bagno per controllare che nel trambusto la messa in piega del giorno prima fosse ancora impeccabile.
«Signora, lei era in ospedale al momento della sparatoria?» le domandò una giornalista di un’emittente locale.
«Fija, è statu n’infernu. Me critia ca moriu. Aggiu vistu unu bruttu comu la fame. Paria nu masciu. Aie lavata a pistola a na cuardia e sa misu a sparare come nu pacciu. Simu vivi pe miraculu»12 raccontava spigliatamente la Nena davanti alle telecamere. E più i microfoni si moltiplicavano attorno alla sua bocca, più enfasi metteva nel racconto, rigorosamente in dialetto. Per tenere incollati a sé i giornalisti aggiungeva altri particolari alla storia che pareva ormai la trama di una puntata di una delle sue serie televisive preferite. I cronisti capirono che stava gonfiando un po’ l’accaduto ed ebbero la sgradevole sensazione, avendole ormai dato corda, che non sarebbe stato facile sfuggire alla sua morsa.
«Maresciallo, per cortesia, ci rivela l’identità dell’uomo in fuga?» chiese un giornalista a Martella.
«Si tratta dell’ergastolano Stefano Rizzello detto u masciu» spiegò l’interpellato scatenando tra i presenti una spasmodica ricerca di dettagli. C’era, infatti, chi chiamava la propria redazione per un controllo in archivio e chi dava una scorsa sui motori di ricerca per inquadrare meglio il personaggio. Man mano che giungevano le conferme, si delineava il profilo del temibile assaltatore di portavalori e in particolare emerse la sanguinosa rapina di alcuni anni prima che gli era costata l’ergastolo.
Nel corso del telegiornale dell’ora di pranzo, il procuratore capo della Procura di Lecce lanciò un appello ai cittadini. Da una parte si raccomandò di fare attenzione perché l’uomo era molto pericoloso non avendo nulla da perdere, dall’altra rivolse loro l’invito a fornire elementi utili alle indagini e alla sua cattura.