Dal canto loro, Calcagnile e Gatto erano molto preoccupati per quanto accaduto perché non potevano escludere un possibile procedimento anche nei loro confronti. In difesa dei colleghi, i sindacati cominciarono a puntare il dito contro i vertici, unici responsabili ‒ a loro dire ‒ della fuga di Rizzello.
«Perché non si può organizzare la traduzione di un ergastolano senza scrupoli con due soli agenti. Perché l’amministrazione non può pretendere che le cose vadano sempre bene grazie allo spirito di sacrificio dei propri uomini. Perché non si può continuare a lavorare sotto organico e con mezzi di fortuna. Perché la situazione è insostenibile e il numero di colleghi che si tolgono la vita è sintomatico delle difficoltà immani in cui ci troviamo a lavorare».
Denunce che i sindacalisti facevano da tempo ma che nessuno aveva mai raccolto, immolando la sicurezza di agenti e cittadini all’austerity e ai tagli verticali.
Per tutto il giorno Lecce venne messa sotto assedio da volanti del 113, gazzelle del 112 e pattuglie del 117. Posti di blocco furono piazzati su ogni via di fuga, neanche si trattasse di checkpoint in zone di guerra, e uomini armati con addosso giubbotti antiproiettile testimoniavano la pericolosità del ricercato. Il traffico pareva impazzito e la città era paralizzata. Le zone particolarmente interessate dai controlli furono lo stadio e la relativa via che dal capoluogo porta alla Marina di San Cataldo e alle splendide Cesine, la via Vecchia Frigole, la strada per Melendugno e le sue marine, la diramazione per Porto Cesareo e i collegamenti per Brindisi e Casalabate. L’idea era che in quel periodo dell’anno Rizzello potesse scegliere un posto di mare poco affollato dove dare meno nell’occhio.
Il maresciallo Martella, dal canto suo, lasciò ai propri uomini il compito di sentire i testimoni e di torchiare i due agenti della penitenziaria, la cui complicità non poteva essere scartata a priori. Fece un giro in un paio di posti dove era sicuro che avrebbe incontrato alcuni confidenti, di quelli che le notizie le apprendevano per primi proprio mentre si svolgevano gli eventi.
«Marescià, te possu offrire nu cafè?»13 gli chiese Peppino u curtigianu, un uomo di bassa statura che giustificava il nomignolo che gli era stato affibbiato, nessuna confidenza con la bellezza, sessantatré anni, un passato nella Scu, molto vicino al fondatore Pino Rogoli. Dopo la pensione aveva chiuso con quella vita, ma l’ambiente lo conosceva ancora molto bene. Era sempre al corrente di ciò che accadeva e passava le informazioni a Martella. Tra loro c’era rispetto perché il maresciallo non solo era “persona seria e capace”, ma gli aveva anche salvato la vita. Era stato lui a sventare un agguato altrimenti mortale. Erano gli anni in cui i giovani fremevano dalla voglia di fare soldi facili con la droga e, pur di ottenere lo spazio che non era loro concesso, non esitavano a imbracciare le armi. Avevano messo a segno qualche colpo eclatante ammazzando un paio di uomini vicini al capoclan contrario a coinvolgere l’organizzazione nello spaccio degli stupefacenti. La stessa fine sarebbe toccata a Peppino se quella sera piovosa e fredda di fine gennaio una gazzella del Radiomobile non si fosse trovata in servizio dalle parti di Surbo, al confine con il capoluogo proprio dove ora sorgono la multisala e il centro commerciale. Due auto con a bordo uomini armati di kalashnikov avevano affiancato quella del curtigianu e cominciato a fare fuoco all’impazzata. Nonostante fosse stato ferito, l’obiettivo della spedizione di morte si era lanciato in una stradina di campagna e aveva tentato la fuga a piedi approfittando del buio. La sparatoria aveva attirato l’attenzione dei carabinieri che erano intervenuti prontamente facendo battere in ritirata il commando prima del colpo di grazia finale. I sanitari del Vito Fazzi avevano fatto il resto al termine di un delicato intervento chirurgico. Quel tentato omicidio aveva dato l’inizio a una guerra vera e propria, decisa durante un incontro tra il Rogoli e il suo pari grado Salvatore Buccarella. I due capi erano contrari allo scontro perché sapevano che avrebbero attirato i riflettori dello Stato con la conseguenza di ritrovarsi addosso le forze dell’ordine. Cosa che era effettivamente avvenuta, segnando lo sfacelo dell’organizzazione in seguito a vari blitz e arresti. Ai giovani rampanti, però, vennero tagliate le unghie e alcuni di loro caddero vittima della lupara bianca. Pur di ristabilire l’ordine e le gerarchie, i due boss fecero pagare caro il mancato rispetto estendendo la vendetta ai loro familiari fino al terzo grado. Fu una vera e propria mattanza finalizzata ad accrescere la paura intorno al clan e a spegnere eventuali velleità future. Lecce e le cittadine intorno al capoluogo, in particolare Surbo, Campi e Squinzano, divennero teatro di morti violente con il sangue che scorreva a fiumi.
«Nun’è u cafè ca oiu, lu sai»14 gli rispose Martella, lanciando a Peppino un chiaro segnale del motivo per il quale si trovava lì in quel momento. L’uomo lo sapeva benissimo, ma lasciò intendere che, sebbene le notizie stessero volando, non avevano ancora raggiunto le orecchie giuste. Solo a fine volo avrebbero trovato qualche lingua disposta a parlare.
Martella ricevette la stessa risposta da un altro informatore, a dimostrazione che era ancora troppo presto. A lui tuttavia interessava aver lanciato il messaggio e tenerli sotto pressione per ricordare loro chi in realtà avesse il controllo del territorio. Era certo che non appena avessero saputo qualcosa lo avrebbero informato, come era sempre accaduto.
In serata, il procuratore capo convocò un summit al palazzo di giustizia, in viale De Pietro, per fare il punto sul lavoro svolto in quella giornata e per delineare una strategia per i giorni a seguire. Al tavolo erano seduti l’aggiunto, il procuratore generale, il comandante provinciale dei carabinieri, quello della Finanza, il questore, il prefetto e anche il nuovo arrivato, il pm Federico De Bellis. Originario di Bologna, aveva chiesto il trasferimento a Lecce per fare una nuova esperienza lavorativa e di vita. Era giunto nel Salento come applicato alla Procura Generale, ma veniva pure impiegato per ‘tappare i buchi’. Pertanto quel giorno si era ritrovato come magistrato di turno e il caso era finito sulla sua scrivania. Tutti erano consapevoli dell’importanza di una risposta immediata di fronte a quel grave episodio. Era ormai evidente che si era trattato di una fuga organizzata e ben studiata. Rizzello non aveva approfittato soltanto di un momento di distrazione degli agenti, ma pareva averlo creato ad hoc per entrare in azione. Il primo ordine fu di verificare che l’esame medico al quale il detenuto doveva essere sottoposto quella mattina fosse davvero necessario. Avrebbero dovuto controllare la sua cartella clinica, fare accertamenti sul dottore del carcere che aveva prescritto l’endoscopia e vagliare le immagini delle telecamere a circuito chiuso dell’ospedale che avevano ripreso la fuga per tentare di identificare i complici. I posti di blocco e gli informatori, come c’era da aspettarsi, non avevano dato risultati per quel giorno. A scandagliare il territorio non era stato soltanto il maresciallo Martella, anche il capo della squadra mobile aveva ordinato ai suoi di sondare il substrato quiescente ma sufficientemente attivo che si muoveva appena sotto la linea della legalità.
L’ispettore Maurizio Bassi della sezione criminalità comune e rapine aveva già sentito un paio di informatori, ma non era stato fortunato. Sembrava che Rizzello fosse davvero sparito nel nulla. Nessuno, però, credeva che sarebbe stato trovato morto, almeno non nell’immediato. U masciu custodiva un segreto importante che di fatto rappresentava la propria assicurazione sulla vita: era l’unico a sapere dove fosse nascosto l’oro. Dopo quasi due anni nessuno era riuscito a trovarlo, neppure gli inquirenti nonostante tutti gli accorgimenti presi e i vari trabocchetti investigativi messi a punto. Da quando era finito in carcere, il detenuto aveva avuto numerosi colloqui con i parenti, eppure non aveva mai parlato del bottino. Era verosimile pensare che i complici avessero approfittato dei familiari per spillargli la preziosa informazione, ma nulla era mai trapelato. Ovviamente quegli incontri venivano intercettati, come disposto da un’ordinanza del pubblico ministero, ma fino ad allora la tecnologia si era rivelata inutile. Un uomo sospettoso di natura come l’ispettore Bassi aveva ipotizzato che Rizzello fosse a conoscenza delle microspie e di conseguenza non si facesse scappare niente, ma il suo dirigente aveva obiettato che era probabile che non parlasse proprio per garantirsi la vita. Finché fosse stato l’unico a conoscere il nascondiglio, nessuno avrebbe potuto pensare di farlo fuori. Farlo evadere, quindi, era l’unico modo per recuperare l’oro e questa era la pista investigativa seguita in quel momento. Se davvero le cose erano andate come sospettava il capo della squadra mobile, bisognava scoprire come era stata organizzata la fuga. Il detenuto era al corrente del piano per liberarlo e anche se non ne aveva parlato con nessuno, com’era emerso dalle intercettazioni ambientali, la comunicazione gli era comunque arrivata in qualche modo.
Nonostante la spietata concorrenza tra ‘cugini’, la collaborazione tra polizia e carabinieri in quella vicenda si rivelò massima. Il procuratore capo si era raccomandato che si scambiassero tutte le informazioni e doveva essere stato piuttosto convincente visto come stavano andando le cose.
Le ipotesi investigative formulate negli uffici di viale Otranto, sede della Questura, erano finite anche sul tavolo del comandante provinciale dell’Arma che una volta al giorno chiamava a rapporto i propri uomini per fare il punto della situazione. Lui e il questore, poi, si sentivano telefonicamente per valutare il lavoro svolto e decidere come procedere. Dopo cinque giorni, grazie a una segnalazione, l’auto usata per la fuga venne trovata da una pattuglia dei carabinieri. Era stata bruciata nelle campagne di Casalabate, in mezzo a un oliveto. Un residente aveva visto le fiamme e aveva allertato i vigili del fuoco, i quali a loro volta avevano chiamato i militari. Malgrado il pronto intervento, il fuoco aveva distrutto tutto, impedendo il ritrovamento di eventuali reperti utili alle indagini.
Martella continuava a torchiare i propri informatori alla ricerca di elementi che potessero aiutarlo nella cattura del fuggiasco. E la stessa cosa faceva Bassi. I parenti di Rizzello venivano costantemente pedinati, ma fino a quel momento nessuno di loro lo aveva incontrato. Gli stessi accorgimenti vennero adottati anche per i conoscenti e alcuni potenziali complici dei quali si sapeva con certezza che in passato avevano lavorato con lui.
«Curtigià, quarche cosa me l’hai dire sinò come nun campu buenu ieu mancu tie. Mo te l’aggiu titta»15 disse Martella all’informatore Peppino.
«Marescià, te giuru ca un sacciu nienzi. Pare ca u masciu s’è persu. Ma appena sentu quarche cosa te la ticu. Comu sempre»16 ribatté l’uomo visibilmente preoccupato di mantenersi in buoni rapporti col militare, non fosse altro che per tutte le volte che lo aveva tirato fuori dai guai.
Note Capitolo 11 I guai non vengono mai da soli
2 È brutto come la fame
3 Abbiamo un'amministrazione davvero disgraziata. A lasciarci da soli con un delinquente di quel calibro devono davvero essere balzani
4 Ti stanno chiamando, andiamo
5 Cosa è successo?
6 Capo, Rizzello è scappato. Ha scatenato l'inferno nell'ospedale e se l'è squagliata
7 Voi come state?
8 Io bene, ma Ronzinu ha avuto un colpo in testa e ora lo stanno sottoponendo ad accertamenti
9 Stiamo venendo
10 Figlio mio, mi sono spaventata
11 Giovine, ho ancora tante cose da raccontare
12 Figlia, è stato un inferno. Ho temuto di morire. Ho visto un tizio brutto come la fame. Sembrava un mostro. Ha levato la pistola a un agente e si è messo a sparare all'impazzata. Siamo vivi per miracolo
13 Maresciallo, ti posso offrire un caffè?
14 Non voglio il caffè, lo sai
15 Cortigiano, qualcosa me la devi dire altrimenti così come non vivo bene io vivi male pure tu. Adesso te l'ho spiegato
16 Maresciallo, ti giuro. Non so niente. L'impressione è che il masciu si sia perso. Ma appena sento qualcosa ti metto subito al corrente. Come sempre