E' tè o whisky?

3616 Words
La classica mattina di merda. Un sabato mattina di merda, iniziato alle cinque del mattino con il solito incubo, il solito attacco di panico e la solita canna, accompagnata dai miei fedeli ansiolitici. A tutto ciò ovviamente si dovevano aggiungere il mal di testa tipico di chi ha bevuto un boccale di troppo la sera prima, una di quelle piogge talmente fitte da farti pensare che il sole non sbucherà fuori mai più e il costante pensiero di aver baciato Elias. Per quale diamine stupido ed inutile motivo l’ho fatto? Più ci penso e più sento crescere la rabbia nei miei confronti: mi tiro il piumone fin sopra la testa ed urlo frustrata. Il suono viene attutito dalla coperta ed io urlo una seconda volta. Mi scopro nuovamente il volto e faccio cadere pesantemente le braccia sul materasso, ai lati del mio busto. Vorrei alzarmi e iniziare questa dannata giornata ma c’è una sorta di forza attrattiva che mi obbliga a starmene a pancia in su e gli occhi fissi sulla pioggia che sporca i vetri della finestra rettangolare. Quando sono ormai le dieci, decido che è ora di porre fine a questo teatrino di lamentele ed autocommiserazione, ma, non appena poggio un piede nudo sul parquet gelato, dalle labbra esce un mugolio sconfortato, che diventa un vero e proprio piagnucolio non appena sono in piedi e lontana dalle mie amate coperte. Zompetto sulle punte fino al bagno e, non appena l’acqua è bollente, mi ci fiondo dentro. Trascorro la mattinata avvolta nel caldo plaid bordeaux, seduta sul divano a leggere Kafka, fumando e bevendo tazze di tè allungate con del whiskey da sei euro. Dopo due ore di lettura mi rendo conto di non aver capito nulla delle ultime pagine lette: mi rendo conto di non aver letto affatto e di aver girato le pagine in modo meccanico. Semplicemente ho fatto scorrere gli occhi sulle lettere, senza preoccuparmi di dar loro un significato, per il semplice fatto che la mia mente era troppo occupata a ricordarmi quanto cretina fossi stata ieri sera, fuori dal bar di Jasper. Butto indietro la testa e dalla mia bocca esce il cinquantesimo ringhio incazzato. -No- raddrizzo la testa e porto gli occhi sul fuoco che crepita nel piccolo camino in pietra, posto vicino alla porta d’ingresso -non posso permettermi di dedicare a quell’insulso gesto un altro mio secondo di vita- Puntello il segnalibro tra le pagine e butto il libro di fianco a me: mi siedo al tavolo con la mia tazza, la sigaretta accesa fra le labbra, un foglio e la mia scatola di carboncini. Se voglio dimenticare quello che ho fatto devo disegnare e sperare che le mie emozioni non prendano il sopravvento, riportandomi nella mia stanza in Italia. Disegno, disegno così concentrata che il rumore della pioggia scompare, così come le voci di uno stupido programma pomeridiano trasmesso in tv: siamo solo io, il foglio e tutta la mia rabbia. Non capisco che però ora non sono incazzata per quel bacio, ma che lo sono pensando a quell’uomo: mi ha rubato l’infanzia, mi ha allontanata da mia madre ed è solo colpa sua se ora mi insulto per aver dato un semplice bacio ad un ragazzo, quando il mio cervello era inebriato dall’eccitazione e dall’alcol. Ci sono ragazze che baciano anche tre ragazzi diversi nel corso di una serata e che non si sentono in colpa, anzi, se ne vantano: come una ragazza del gruppo del quartiere, Sara, che ogni volta che andava in discoteca il giorno dopo ci faceva l’elenco dei tipi che aveva abbordato. Ho passato la mia vita a sentirmi in colpa per il semplice fatto che era quell’uomo a convincermene ed è per questo che non sono mai riuscita a fidanzarmi, che non sono mai riuscita a fidarmi e che soprattutto non ho mai avuto un orgasmo durante un rapporto consenziente. Non è colpa mia ed io lo so. Lo so ma non è facile. Sono quindi destinata a stare per sempre da sola? Ad aver paura delle mie emozioni? A fingere? A scappare? Il carboncino si muove frenetico sul foglio ed il suo rumore inonda le mie orecchie insieme alle urla delle mie domande, dei miei pensieri: il cuore pulsa ancora più veloce ed il fiato si affanna, ma la mia mano non smette di muoversi; i miei occhi sono sbarrati ed i miei pensieri fanno scorrere, come un film, una sequenza di scene della mia vita, dai primi ricordi a quelli più recenti, ma io non smetto di disegnare neanche quando inizio a sentire quel dolore al basso ventre, quelle pugnalate alla mia intimità che mi perseguitano da quando ero solo una bambina. Più voglio dimenticare e più il mio cervello mi obbliga a ricordare. Ma tutto questo enorme casino che c’è nel mio corpo finisce non appena sento alle mie spalle: “Bijtje”. Torno alla realtà bruscamente e sobbalzo presa alla sprovvista dalla sua presenza. -Tutto bene? - Lo guardo chiudersi la porta alle spalle ed inclinare la testa di lato, con un’aria che parrebbe preoccupata- -Sei cadaverica, sicura che…- -Ma che cazzo, Elias! - gli urlo addosso con ancora il fiato corto -esiste un dannato campanello- -Il dannato campanello l’ho suonato quattro volte- mi si avvicina ed io noto che non indossa nemmeno un paio di pantofole, oltre alle solite calze nere -che disegni? - Corruccio il volto rendendomi conto di non saperlo neppure io: non appena fa cenno di sporgersi per sbirciare, chiudo bruscamente l’album da disegno e ci poggio sopra il gomito. -Nulla- urlacchio imbarazzata -e non cambiare discorso- -Quale discorso? - alza un sopracciglio divertito e strappa da sotto il mio braccio il gruppo di fogli. Apre l’album ed il suo sguardo rimane impassibile: guarda loro poi scruta me, ritorna a fissare quei disegni, di cui non conosco neppure io l’aspetto, e ritorna a guardare me. -Oh, piantala- mi alzo indispettita e mi riprendo ciò che è mio. Li sbircio ed in effetti urlano proprio “aiuto, ho bisogno di sostegno psicologico”: sono grezzi, corpi femminili astratti, cupi, doloranti e privi di vita, come se fossero bambole. -Cosa ci fai qui? – parlo per prima, consapevole che il suo sguardo giudicante si sarebbe trasformato in una delle sue assillanti domande. Mi sembra di avere davanti quello psicologo a cui la mia maestra di italiano delle elementari mi aveva spedita, dopo che durante una sua lezione avevo disegnato sul libro di testo un omino stilizzato con tanto di pene e faccia cattiva. Convocarono persino lui, ma se la cavò inventandosi che il pene probabilmente lo avevo visto su un porno, che aveva lasciato incustodito sul computer, e la faccia cattiva poiché mi aveva spiegato che queste cose erano “brutte e cattive”. Questo ovviamente non era vero, perché due notti prima avevo conosciuto la versione più crudele e perversa del nascondino. -Nulla, mi annoiavo e piove troppo per andare da qualcuno- afferra la teiera e riempie una tazza, come se fosse a casa sua -È tè o whiskey? - chiede lasciandosi sfuggire una smorfia disgustata non appena manda giù la prima sorsata. Trattengo un sorrisino soddisfatto: così impara a non chiedere prima. Mi accendo una sigaretta e mi butto sul divano. -Possiamo parlare? - Il fumo mi va di traverso e tossisco. -E di cosa dovremmo parlare? - non oso neppure guardarlo e poso la mia attenzione su quello stupido programma in televisione, giudicandolo improvvisamente molto interessante. -Di quello che è successo ieri e di quello che è successo a casa mia…- -E che cosa sarebbe successo? - Solo il pensiero di essere stata io a prendere l’iniziativa… divento livida per la vergogna. Si piazza davanti al televisore ed io mi sporgo di lato per continuare a guardare quelle persone che cucinano con frenesia. -Maya…- -Ci siamo già chiariti mi pare - Sbuffo e mi porto la sigaretta alle labbra. -Mi hai baciato- -Che cosa? Tu mi hai baciata - salto sul posto e lui mi guarda con quello sguardo divertito tipico di chi sa benissimo che sto mentendo -o almeno, la prima volta- borbotto imbarazzata abbassando lo sguardo. Infila le mani nelle tasche della tuta nera che indossa e sposta il peso in bilico sui talloni, guardandomi dall’alto al basso. -Senti Elias, siamo ventenni e queste cose capitano, no? - mi affloscio sul posto, sognando che i cuscinoni del divano mi risucchino -facciamo finta che non sia successo nulla e amici come prima- Mentre pronuncio questa frase dentro di me si fa largo l’insolita sensazione di non credere a ciò che sto dicendo: sento che sono fisicamente attratta da questo ragazzo e che inizio pure ad esserlo psicologicamente, questo mi terrorizza ed il solo modo per non sembrare una cretina è quello di fare l’indifferente. -In verità volevo solamente chiederti di non raccontare agli altri di ciò- corruccia il volto perplesso dalle mie parole e per poco io non mi strozzo con il fumo che ho appena aspirato. -Mio dio, questo lo davo già per scontato- tossisco portandomi il dorso della mano davanti alla bocca -dopo la ramanzina che mi ha fatto la scorsa volta Inge, penso che se le dicessi una cosa del genere mi butterebbe nuda nel canale sotto casa- Serra la mascella e distoglie lo sguardo dal mio volto. Dopo qualche secondo di silenzio si siede a fianco a me e si accende una sigaretta, posando sul tavolino la tazza. -Senti Maia, non avrei dovuto dirti quelle cosa la sera a casa mia e penso che non avrei dovuto neppure baciarti- sento il mio stomaco attorcigliarsi e un macigno piombare sul mio petto: ci sto davvero rimanendo male per questo? Dopo tutto il dolore che ho subito nella vita, davvero queste stupide parole riescono a ferirmi? Faccio assumere al mio volto una smorfia indifferente mentre mi accendo a ruota un’altra sigaretta, giusto per trovare qualcosa da fare e non mostrarmi impietrita come una che ci sta rimanendo sotto -Penso anche che sedermi vicino a te ieri sera non sia stata una brillante idea e che il fatto di aver sperato che mi baciassi tu…- -Elias, te l’ho già detto: facciamo finta di nulla. Siamo giovani e succede, punto, non abbiamo mica ucciso qualcuno- Ride e scuote la testa. La stanza piomba in uno di quei silenzi per nulla piacevoli, di quelli che ti mettono a disagio e che ti fanno sentire fuori posto nonostante tu sia seduta sul divano di casa tua. Deglutisco e lascio che i miei pensieri accelerino, nel tentativo di trovare una qualunque frase che possa porre le basi per un dialogo. Con la coda dell’occhio gli lancio un’occhiata fugace e, diamine, se ne sta sbracato sul mio divano come se fosse perfettamente a suo agio, come se questo silenzio non gli stesse stritolando le viscere. Con la tazza stretta fra entrambe le mani, le gambe larghe e la testa piegata all’indietro, intento a scrutare la macchia di umido che dilaga proprio sopra di lui. Il suo sguardo è tranquillo, come quello di chi non ha da nascondere niente, oppure nasconde la sua tela nera così bene da apparire sereno all’esterno. Ecco, gli chiederò che cosa nasconde lui, gli chiederò qual è la tonalità di nero che macchia la sua tela… anzi, no, meglio di no. Porto le gambe al petto e stringo la mia tazza, non facendo caso al suo calore che mi infuoca i palmi della mano; mi concentro sulle voci che provengono dalla televisione per non sentire il rumore della pioggia, che sbatte contro i vetri della finestra, e del vento che ulula rumoroso tra i palazzi di Amsterdam. La paura dei temporali non è mai riuscita a passare: non so se si tratti davvero di una paura, ma quando scoppiano in me si genera quel senso di ansia che costringe le mie orecchie a tendersi, come un impala che bruca nella savana, consapevole di essere osservato dal suo assassino. Mia madre era solita a mettere il piumone su due sedie, creando una sorta di capanna: -Così abbiamo un doppio tetto- diceva -il temporale può colpire quello della casa ma questo no, questo è indistruttibile- Quella capanna era davvero indistruttibile, ma forse lo era in verità il profumo della sua pelle e le sue carezze. No, Maya, concentrati sulle voci della tv, chi sta vincendo? Chi è in dietro con il tempo di preparazione? Una folata di vento fa sbattere un antone ed io mi riconnetto completamente alla realtà sobbalzando per il forte rumore e facendo schizzare furi dai bordi della tazza gocce di tè ancora bollente. -Cristo- ringhio a denti stretti, posando a terra la tazza e tamponandomi la tuta con la manica della felpa. -Ei- si volta verso di me -ti sei fatta male? - -No, devo solo lavare l’ennesimo paio di pantaloni- cerco di trattenere il nervosismo dettato dall’agitazione che ho dentro. Quell’antone continua a sbattere alternandosi con il suo compagno ed il mio cuore inizia a battere seguendo quel ritmo. Il petto inizia a bruciarmi. -Vado a chiudere gli scuri della tua stanza, finirà che si spaccheranno se no- si alza dal divano ed una parte di me vorrebbe ordinargli di rimettersi immediatamente seduto e non lasciarmi da sola, di costruire la capanna con il piumone e di accarezzarmi fino a quando il temporale non se ne sarà andato via. -Elias- no, sarebbe stupido, nessuna ragazza di ventitré anni costruisce una capanna con il piumone. È voltato verso di me e con lo sguardo mi incita a dirgli che diamine possa volere da lui. -mi prenderesti il barattolo d’erba vicino al materasso? - Ritorna qualche minuto dopo con ciò che gli ho chiesto e si siede più vicino a me di quanto fosse seduto prima. -Diamine, spero che Nash abbia chiuso bene la serranda se no lunedì ci ritroviamo o la vetrina sporca o il negozio allagato- si passa una mano sul viso ed appoggia nuovamente la testa sullo schienale, con il volto rivolto verso di me. Lecco la cartina, ma la secchezza che ho in bocca mi obbliga a farlo una seconda volta prima di chiudere la canna ed accenderla. -Non hai ancora comprato un letto- sentenzia cambiando del tutto discorso e facendomi corrugare la fronte, perplessa. -Non ho ancora avuto il tempo di cercarne uno- trattengo il fumo nei polmoni per poi buttarlo fuori lentamente. -Sei qui da quasi tre mesi, sembra che tu non voglia mettere radici. Vuoi tornare in Italia? - Mi volto verso di lui, quasi inorridita da quella domanda. -Fanculo Elias- ritorno con lo sguardo fisso sulla televisione, nella speranza di poter ignorare tutto ciò che questo ragazzo mi sta provocando. -Perché ogni volta che parliamo finisce sempre con te che mi insulti? – Continuo a guardare la televisione mentre nella mia testa inizio a contare per mantenere la calma, non è colpa sua se sono nervosa, ho bisogno di dormire. -Ci vediamo quando ti sarai calmata- il suo tono secco e sprezzante mi fa irrigidire, ogni mio muscolo si mette in allarme e la mia testa inizia a cercare di capire il motivo per cui ora ho così tanta voglia di urlare contro a questo ragazzo dai capelli corvini. Abbasso lo sguardo frustrata appena sento il peso del suo corpo alzarsi ed avviarsi verso la porta: è così difficile dire “ho sbagliato, ti prego resta”? Ma proprio quando posa la tazza sul tavolo il frastuono di un tuono squarcia il silenzio, facendo sobbalzare entrambi. Il mio cuore comincia a martellare e la gola va a fiamme. Dopo neanche un minuto la luce si spegne e con lei anche il televisore. E’ buio ed io sento solo il mio respiro. -Merda- lo sento imprecare dall’altro lato della stanza -Maya il mio telefono è sul divano? O mi riesci a fare luce con il tuo? - Non gli rispondo perché sento di non poter sprecare l’aria che mi resta nei polmoni, come se fosse l’ultima boccata di ossigeno prima di scendere in apnea sott’acqua. -Maya? - Resto immobile con le gambe al petto e la canna quasi spenta sollevata a mezz’aria: sto scendendo sempre più in profondità, le orecchie cominciano a ronzare e gli occhi si spostano frenetici cercando di riuscire a riconoscere l’ambiente in cui mi trovo, ma vedono solo buio. Le mie orecchie si tendono e percepiscono il suono di passi pesanti ed incerti, non capisco da dove stiano arrivando ma so che quei piedi puntano verso di me ed io non posso scappare perché ho poca aria nei polmoni e perché sotto il letto è il mio unico nascondiglio. Magari con il buio non mi trova, magari rinuncerà a giocare per andare al contatore e riattivare l’elettricità. -Maya- no, mi sta cercando ed è vicino al mio nascondiglio, forse se ha lasciato la porta della mia stanza aperta posso sgattaiolare via, approfittando del buio ed uscire dal palazzo per chiedere aiuto. Ma se si accorge di me? Se mi scopre mentre tento di scappare? È troppo buio poi, dov’è la porta? Perché i miei occhi non si sono ancora abituati? -Maya- arriva dritto al mio orecchio destro, la sua mano mi stringe il braccio ed io reagisco divincolandomi, conficcando le unghie nel legno delle doghe. -Mollami- urlo con quell’ultima boccata di ossigeno. Sono stata stupida, ora potrei non avere più aria abbastanza per riemergere e poter vivere, potrei morire per la mia stupidità. Ecco, ho finito l’ossigeno. Il mio petto si contrae frenetico alla ricerca di aria con cui riempire i miei polmoni e farmi sopravvivere, ma sott’acqua l’ossigeno è irraggiungibile per noi umani. Ma sono sott’acqua o sotto il mio letto? Non riesco a capire, fa freddo, è buio e non c’è più aria. Sento qualche lacrima calda solcarmi lentamente le guance: si può piangere sott’acqua? -Cazzo, Maya- una luce di traballante si alza davanti ad i miei occhi, è una candela, una candela consumata che ho già visto -sono Elias, diamine sta ferma- Elias. Questo nome per un istante mi è totalmente sconosciuto perché lui non si chiama così e in classe non c’è nessuno con quel nome, ma poi la mia mente riesce a raggiungere quella luce e ad associare un volto a quel nome. Sono spaesata, non capisco più nulla: il petto mi fa male e la mia mano destra trema, l’unica cosa che è certa è che non c’è più aria. -Maya, che ti succede? - -Dove sono? - sussurro in tono spezzato, come se avessi quasi paura della risposta. -Sei a casa tua, ad Amsterdam, sei seduta sul divano e- un lampo di luce improvvisa mi costringe a chiudere gli occhi -ed è appena ritornata la luce- Non sono sotto il mio letto di Milano e non sono neppure sott’acqua, sono nella mia sala in un pietoso stato confusionario e davanti c’è un ragazzo che mi guarda con aria interrogativa. Il solo pensiero che lui abbia… mio dio, ora sa che sono una pazza, ora sa che cosa sono e questo mi fa incazzare, mi fa odiare la mia persona. Ho bisogno delle mie pasticche ma non posso ancora muovermi. -Vuoi un po’ di acqua? - con il pollice mi asciuga sotto gli occhi -respira piano, però ora- raccoglie da terra la canna che mi dev’essere scivolata fra le dita, se la porta alla bocca e la accende per poi incastrarla fra le mie labbra e permettermi di fare un tiro: quando smetto di aspirare la stacca, ed io soffio fuori il fumo con titubanza. Dopo qualche secondo, riesco di nuovo a sentire il mio corpo, sento i miei muscoli sciogliersi e riacquistare la loro capacità di movimento. -Che è successo? - la sua voce è calma e bassa ed io ho una gran voglia di scoppiare a piangere e graffiarmi la faccia per aver perso il controllo davanti ad una persona. -Io… io pensavo che…- borbotto abbassando lo sguardo -dovresti andare via ora- -Questa volta te lo puoi scordare- mi incastra il filtro tra le labbra e si solleva dal pavimento. Afferra la mia tazza e va verso i fornelli per scaldare dell’acqua, dopo qualche minuto ritorna e mi obbliga a spostarmi: si siede a fianco a me, poi mi solleva come se fossi una bambola e mi posiziona in modo tale da ritrovarmi con la schiena che poggia contro il bracciolo del divano, il sedere sul cuscinone e le gambe sulle sue. Con un braccio mi cinge la schiena e con l’altro mi passa la tazza per poi allungarsi per afferrare la coperta, con cui mi copre fino ai piedi. Sono immobile. Non capisco che cosa abbia in mente di fare, bevo un sorso di tè e lo guardo cambiare canale, mettendo su un film totalmente a caso. Il mio corpo è rigido, incapace di capire come reagire in una situazione del genere, una situazione che non ha mai vissuto in vita sua. -Staremo in silenzio- la sua voce è roca e bassa -non ti chiederò che cosa sia successo e che cosa hai visto, perché so che non è ciò di cui hai bisogno ora. Quindi guarderemo questo film e se vorrai parlarmi basta che tu lo faccia e sarai ascoltata- abbassa lo sguardo su di me -ok? - Annuisco titubante e gli passo la canna quasi finita: lascio che la mia testa si appoggi al suo petto e che le sue labbra si posino su di essa, mentre con una mano mi stringe la spalla, spingendomi verso il suo corpo, come se fosse un abbraccio. Non so che fare, non so che dire e non so cosa succederà quando lui se ne andrà o quando lo rivedrò nei prossimi giorni, però sento che questa cosa che sta facendo ora, per me, è dannatamente bella.
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