In canna veritas

2624 Words
-Amore, dimmi- Mi accendo un’altra sigaretta e posto lo sguardo sulle mie dita, che giocherellano con la cera morbida della candela arancione. -No, non siamo ubriache cretino- mi lancia uno sguardo d’intesa, facendomi scoppiare a ridere silenziosamente. -Sì, Sì- sventola la mano in aria -ora scendiamo, tirateci giù le bici- Spegne la chiamata e posa il telefono sul tavolo. Svuotiamo l’ultimo bicchiere e ci alziamo: solo ora capisco quanto davvero abbiamo bevuto. Non sono ubriaca da fare cazzate ma posso dire di sentirmi brilla. Scendiamo chiacchierando arzillamente ed in tanto mi chiudo il giaccone, tenendo la sigaretta ancora accesa fra le labbra. Rido ad una sua battuta, mentre apro il portoncino di legno. Lei si fionda subito a dare un bacio al biondo, che le sta tenendo la bici, ed io vado a recuperare la mia, sorretta da Jasper. -Ti sei fatta vedere poco questa settimana- mi da un bacio sulla testa, come al solito, come se volesse ricordarmi ogni volta quanto sono tappa. -Althea è malata e Maarten ha dovuto fare ancora di più il lecchino con il capo- sbuffo lasciando che il mio fiato caldo si scontri con l’aria gelida, disegnando una densa nuvoletta biancastra. Quando arriviamo il l’Andere Dimensie è pino come ogni venerdì sera, ma noi abbiamo sempre assicurato il nostro solito tavolo: senza farmi notare aspetto che i ragazzi si sistemino per riuscire a sedermi lontana dal radar di Elias. Così adocchio la sedia vicino cui Nash si sta per sedere ma, non appena mi sto per accomodare lui si scambia un’occhiata con il ragazzo dalle iridi bicromie, e si alza, passa dietro di me e si siede all’altro mio fianco, dove in teoria si sarebbe messa Inge. Inutile dire che lei silenziosamente lo fulmina con lo sguardo prima di ritornare a chiacchierare con Axel e prendere posto a capotavola. Sento il suo profumo arrivare alle mie narici con una folata. Chiudo per due secondi gli occhi e lascio che quella fragranza di m*******a, muschio e caffè si faccia strada nel mio cervello, inibendolo. Li riapro e con la coda dell’occhio lo guardo sedersi al mio fianco, levandosi il giaccone nero ed appoggiandolo allo schienale. -Maya, birra rossa?- mi chiede Daniel, uno dei ragazzi che lavora al locale nei turni serali. -Segnamene già due- E quando arrivano i boccali la serata inizia: Jasper si asciuga il baffo di birra e si avvicina al microfono per presentare Axel, che, come al solito, apre la serata di poesie recitando alcune delle sue. Il tono caldo e profondo del biondo invade l’intero locale, caduto nel silenzio non appena si è schiarito la voce ed ha aperto il suo solito quadernino. La mano di Elias però ha deciso che questa sera io, di poesia, non avrei ascoltato un bel niente. Mi sfiora timidamente la gamba ed io trasalisco bloccando un colpo di tosse e rischiando di spruzzare il sorso di birra, che avevo in bocca, dal naso. Lo fa di nuovo, un tocco così leggero da essere quasi impercettibile ma abbastanza potente da far increspare ogni singolo millimetro della mia pelle. Stringo le mani attorno al boccale di vetro freddo, come se stessi sorreggendo una tazza di tè, e piego il busto in avanti, appoggiandomi con entrambi i gomiti sul tavolo di legno colorato. D’istinto mi lascio sfuggire un’occhiata verso Inge, ricordandomi di quella domenica sera di qualche settimane fa. Le carezze di Elias smettono, sostituite direttamente dalla sua mano che si poggia statica sulla mia gamba, riscaldandomi quella porzione di pelle grazie al suo palmo caldo: però io non la levo. Non la levo perché non mi fa così paura come prima, perché sento il cuore battere forte, ma non per un attacco di panico, e perché provo delle belle sensazioni al basso ventre, che mi portano a sognare nuovamente quel bacio. Un bacio che ha rovinato tutto tra di noi, o forse no. Mando giù un altro sorso di birra e rischio nuovamente di strozzarmi sentendo il gomito di Nash colpirmi leggermente il braccio: mi volto verso di lui e con i suoi occhi leggermente a mandorla mi indica la canna che mi sta porgendo. Entro in un momentaneo panico mentale e mi meraviglio del fatto che la mano del venticinquenne sia ancora sopra i miei jeans, non se ne va neppure quando d’istinto, come se avessi paura che Nash la possa vedere, scuoto bruscamente la gamba. Gli sorrido ed afferro la canna, appoggiando per tre secondi la mia testa sulla sua spalla, come per ringraziarlo: lui sorride a sua volta, mi bacia la testa ed io sollevo quest’ultima, affrettandomi ad aspirare fino a riempire totalmente i miei polmoni. Le dita di Elias tornano nuovamente ad accarezzarmi da sopra il tessuto ed io mi lascio sfuggire un sorriso insieme ad un silenzioso sospiro. Mi picchietta sulla rotula, come se volesse richiamare la mia attenzione e io gliela do: piego la testa di lato, nell’angolazione giusta per poter incrociare il suo sguardo e adesso capisco. Capisco il motivo della sua scioltezza nell’avere un contatto fisico con me: è totalmente fatto. I suoi occhi sono leggermente socchiusi, in una smorfia sorniona e serena, il bianco di bulbi oculari invece è sostituito da un rosso sfumato che risalta ancor di più la sua iride grigia e quella ambra. Il piercing al sopracciglio riflette la tremolante luce di una delle candele ancorate al tavolo, bloccate ad esso dalla loro stessa cera sciolta e poi solidificata. Con lo sguardo gli chiedo che cosa voglia ma lui scuote leggermente la testa e piega in su gli angoli delle labbra screpolate. La voce di Axel scompare ed al suo posto il solito scroscio di applausi con tanto di fischi d’approvazione di Jasper e urletti di Inge; porto la mia attenzione al biondo che si avvicina al nostro tavolo sorridente ed incastro il filtro della canna fra le labbra per liberare le mie mani ed applaudire. La prossima autrice è una ragazza dai tratti somatici coreani ma io mi arrendo all’idea di prestare l’attenzione che questi artisti meriterebbero e mi abbandono alle carezze di Elias. Le sue dita salgono lungo il profilo esterno della mia coscia, percorrendo la cucitura laterale dei miei jeans. Arresto la loro passeggiata, bloccandole con la mia stessa mano che si va a posare sul dorso della sua. Non so perché lo faccio, le due bottiglie e mezzo di vino o la favolosa m*******a che vende Jasper al negozio affianco o semplicemente perché mi va. Sì, per la prima volta, alla matura età di ventitré anni sento questo naturale impulso nel basso ventre, che mi porta a voler ricercare un fugace ed eccitante contatto fisico. E’ proprio in questo momento, con di sottofondo la struggente poesia della ragazza che sta recitando, che riesco a realizzare che non sono un caso perso come internet sostiene, che non ho bisogno di psicologi e spendere soldi in cure strane per riuscire a diventare meno matta. Semplicemente dovevo allontanarmi da quell’ambiente malsano ed iniziare a vivere come mi merito. La sua mano si stacca dai miei jeans ed avvolge totalmente la mia, riscaldandola e percorrendo con le unghie corte il metallo dei miei anelli. Rimaniamo così guardando diversi ragazzi parlare al microfono e perfino mentre scambiamo qualche chiacchiera con i nostri amici. Ogni volta che qualcuno mi rivolge la parola lui me la stringe un po’ più forte, come se avesse paura che io possa rompere questo contatto. Sta flirtando con me. Flirta con me dopo avermi baciata, dopo avermi descritta come un fottuto errore che è entrato con un sacco della spazzatura nella sua vita, e dopo avermi ignorata per tutte queste settimane. Ha davvero il coraggio di sbattermi in faccia il suo sorrisino strappa mutandine e flirtare con me, ed io come una stupida ci casco anche! Ci casco al punto da desiderare quel tocco, le sue labbra e perfino al punto di poter illudere me stessa che mi basta un po’ di eccitazione nel sangue e la v****a che fa le capriole per superare tutti i miei problemi. Con uno strattone mi libero dalla sua mano, anche se è l’unica cosa che vorrei fare, e mi alzo con tranquillità sotto il suo sguardo perplesso. -Dove stai andando? - mi chiede Inge a bassa voce, non appena passo dietro la sedia di Nash con l’intento di scappare a gambe levate. -Mi è arrivata una telefonata- mento -ci metto due minuti- Lei mi sorride ed alza il pollice, per poi tornare ad ascoltare l’ultimo poeta emergente. Sgattaiolo verso l’uscita del locale con il telefono stretto nella mano, un telefono che ormai accendo solo per controllare che uno dei musei a cui ho fatto domanda non mi abbia finalmente inviato un’e-mail di risposta. Di messaggi ne scrivo pochi, poiché i ragazzi che frequento li vedo ogni giorno e l’unico gruppo che abbiamo creato lo usiamo raramente; in Italia non ho nessuno, sia che sappia che me ne sono andata, sia che conosca il mio nuovo numero. Per dirla tutta odio i cellulari ma in questi casi bisogna ammettere che parano sempre il culo. Spingo la porta di legno ed esco dal locale. Guardo la mia bici e mi viene una gran voglia di fuggire, ma ho lasciato dentro la giacca e la mia tracolla. Nascondo subito le mani nelle maniche del maglione di lana e mi accendo una sigaretta, sentendo subito tutto il mio corpo irrigidirsi per il freddo. Mi sistemo meglio la sciarpa e mi stringo nelle spalle maledicendomi mentalmente per non aver pensato a prendere almeno qualcosa con cui coprirmi. Salgo i tre gradini, per ritrovarmi nuovamente sul livello della strada e mi dirigo dall’altro lato della via, avvicinandomi al bordo del canale ed allontanandomi da quel piccolo gruppo di ragazzi intenti a chiacchierare fra di loro. Aspiro un po’ di fumo, lentamente, come se volessi godermi ogni singolo secondo di questi minuti che mi sto concedendo: il tempo di una sigaretta e dovrò tornare dentro ed inventarmi una qualche persona che aveva urgenza di chiamarmi. -Molto urgente la tua telefonata- La sua voce interrompe il silenzio alle mie spalle ed io rabbrividisco per una folata di vento gelido, alzando gli occhi al cielo, consapevole che lui non possa vedere la mia scocciatura. -Allora?- si ferma al mio fianco e lo sento accendersi una sigaretta, mentre io porto la mia nuovamente alle labbra. -Cosa c’è? -lo guardo svogliata. -Che è successo là dentro?- Rido sarcastica scuotendo la testa e volgo il mio sguardo sulla punta dei miei piedi. -Sai, le nostre conversazioni tendono ad essere un botta e risposta di sole domande- -Volevo semplicemente capire che cosa ti fosse successo per cambiare atteggiamento così velocemente- alza le spalle -tutto qua- -Tutto qua?- trovo il coraggio di voltarmi e guardarlo. Inutile dire che la luce notturna delle luminarie che si infrangono sull’acqua lo rendono più bello del solito -Che stavi facendo prima? Che cercavi di ottenere?- Lui in risposta sbuffa e porta indietro la testa, chiudendo per un’istante gli occhi. -Mi sei mancata in questi giorni- ammette, ignorando volontariamente la mia domanda. Anche lui mi è mancato ma non glielo dirò, perché qualsiasi sia il suo problema io non ne voglio sapere. -Sai, Elias, sono un tantino confusa dal tuo comportamento. Mi baci, mi insulti, mi ignori, mi accarezzi la gamba sotto il tavolo e poi mi dici che ti manco- ridacchio nervosa -Ti giuro, non riesco a capire cosa tu voglia da me- -Non ti ho mai insultata- -Mi hai semplicemente dato del fottuto errore e del parassita che si insinua nella tua sacra vita. E’ un insulto elegante, ma è pur sempre un insulto- arriccio il naso egli rivolgo un’occhiata divertita -Poi ti fai una bella cena fra ragazzi, lanci occhiate strane a Nash, ti strafai e improvvisamente torni quasi l’Elias Mulder che mi ha portata a vedere uno dei musei più belli che io abbia mai visitato- Mi guarda ed il suo occhio grigio mi implora di cercare di capire da sola la situazione: ma io non riesco ad arrivarci. O meglio, io non voglio arrivarci perché non mi deve importare, è solo la sua incoerenza che mi obbliga a chiedergli costantemente “perché, perché, perché”. Si gira con il corpo verso di me ed io faccio lo stesso, afferrandomi con una mano il braccio per stringere la lana con le mie dita, cercando di nascondere il mio nervosismo. Mi sistema dietro l’orecchio una ciocca di capelli rosa per poi percorrere il profilo della mia mascella sinistra. Rabbrividisco visibilmente e questa volta non è il freddo il colpevole, ma le sue dita calde ed il suo lieve e solito sbuffo di frustrazione. E’ così difficile dire che cosa c’è che non va? Sì, lo è, ma è più facile nascondere i propri segreti che sopportare l’idea di non sapere quelli degli altri, una volta che si sa per certo che esistano. -Sei congelata- -No, sono confusa Elias ed il tuo essere strafatto non mi aiuta- -Vorrei così tanto tornare a quella sera- continua come se io non avessi detto nulla. La sua voce è tremolante e terribilmente bassa, afflitta e sovrappensiero. Si avvicina a me quel tanto che bassa per sentire il suo respiro caldo sulla testa. -E guardarti quel film da solo?- -No- sorride, lasciandosi sfuggire una risata silenziosa -perché avrei voluto godermi meglio le tue labbra- Deglutisco a disagio ed il cuore manca un battito, oppure ne fa uno di troppo. -Smettila- rido nervosa e poso una mano sul suo petto per spingerlo lontano da me, ma lui mi afferra il polso e mi attira ancora più a se, quanto basta per far aderire il mio seno la suo petto. -Vieni ad un museo con me? - -No- -A te piacciono i musei- mi guarda contrariato -dovresti saltarmi addosso e dirmi “Oh, Elias sì!”- imita la mia voce con tanto di tentativo di imitare il mio accento italiano. Gli tiro una manata sul braccio. -Non parlo così e ai musei ci posso anche andare da sola- mi lascio andare ad una risatina come una stupida. -Sì ma con me è più divertente- -Smettila, hai fumato troppo e non sai quello che dici- -Io so sempre quello che dico, anche da fatto- Mi mette due dita sotto il mento e me lo alza. Io fremo quasi come fossi eccitata da quel suo gesto, e lascio che i miei occhi si perdano nei suoi: l’ambra lotta contro il grigio, ancora una volta vuole farlo ma qualcosa lo obbliga a bloccarsi, a pensarci su più del dovuto. Così sono io. Mi alzo leggermente sulle punte, e lascio che la mia testa, offuscata dalla birra, dall’erba e dal vino, ordini alle mie mani di infilarsi nella tasca centrale della sua felpa ed alle mie labbra di baciarlo. Sì, lo bacio. Lo bacio di mia iniziativa perché lo voglio. Semplicemente decido di non pensare per una volta e di seguire il mio istinto, per quanto illusorio e sbagliato sia. Lui però non mi allontana: si irrigidisce per un istante, colto alla sprovvista, ma poi mi posa una mano sull’incavo della schiena e decide di assecondare le mie labbra. Dura poco, una manciata di secondi, il tempo di riconoscere il sapore della birra e del fumo che impregna le sue labbra. Il tempo di chiudere gli occhi e sorridere sulla sua bocca, felice che lui superi il suo blocco e che mi stringa più a sé. Poi mi allontano e gli sorrido timidamente. -Ora possiamo dimenticare tutto quello che è successo da quella sera a questo preciso istante ed entrare che sto congelando- Lui scoppia a ridere ed infila le mani nelle tasche dei pantaloni. -Sì- cammina verso di me e mi supera -però tu dimentica pure quel che vuoi, io sto bene così-
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