Mi ha baciata e si è incazzato per averlo fatto: forse dovrei iniziare a prendere in considerazione l’idea che questo ragazzo abbia davvero dei problemi di testa.
Tramite le sue labbra, secche e caratterizzate da un leggero sapore di m*******a, mi ha trasmesso tutta la sua rabbia, la sua brama ma soprattutto la sua frustrazione. Il motivo di quest’ultima non l’ho capito ed è quasi diventata una di quelle domande fisse che mi pongo da giorni, da troppi giorni.
Novembre è arrivato già da una settimana, le temperature si sono abbassate ulteriormente ed io, come una patetica idiota, ho passato una buona mezz’ora ogni domenica mattina, avvolta come un bruco nel piumone, a sperare di sentire il campanello suonare accompagnato dal mio nome pronunciato da lui: il fatto di non dover più far fronte a seri problemi di vita, a parte la continua pressione per l’affitto della finta dolce proprietaria di casa, mi ha totalmente rimbambita. Per intenderci una volta dovevo continuamente fare i conti con il terrore di avere un attacco di panico in pubblico e di “giocare a nascondino”, ora invece si è pure aggiunto il pensiero fisso di per quale cazzo di motivo quel ragazzo è frustrato perché mi ha baciata.
Forse non è lui quello rincoglionito.
-Ciao Maya, buon fine settimana-
Alzo la mano e con un cenno saluto Maarten, che poi schizza via sulla sua bicicletta vintage color bordeaux. Althea non è venuta al lavoro negli ultimi due giorni per l’influenza e per di più Maarten ha avuto la bellissima idea di assegnare ad Abigaille i miei stessi incarichi così da poter “cercare di instaurare un decente rapporto lavorativo”.
Fanculo.
Faccio l’ultimo tiro di sigaretta e, con un enorme e sonoro sbuffo, butto fuori il fumo.
Spingo la porta del Trip ed il mio ingresso è accompagnato dal solito suono della campanella.
Alzo lo sguardo e sento le spalle cascarmi.
Alzo gli occhi al cielo per poi riportarli con un sospiro su Abigaille ridacchiante ed appoggiata al bancone, con la manica del maglione completamente tirata su, ed Elias le osserva il tatuaggio. Alza la testa e mi guarda ed io sento un brivido salirmi lungo la spina dorsale non appena i suoi occhi bicromici toccano la mia pelle scura.
-Mio, dio- la ragazza si volta verso di me e getta indietro la chioma nera -ti devo vedere anche qua? -
-Sei tu quella che sta rimpiazzando Althea, se mai dovrei lamentarmi io- le sorrido serrata mentre cammino verso di loro.
-Ciao Maya-
In queste ultime settimane ci siamo parlati pochissimo: “buon giorno”, “buona sera”, “avresti dello zucchero da prestarmi”, “hai la cassetta della posta piena” … insomma siamo due vicini in buoni rapporti che frequentano lo stesso gruppo di amici e che quindi si ritrovano costretti a stare a tavola insieme a scambiarsi occhiate fugaci, nel tentativo di capire cosa pensa l’altro. Eppure, la sua voce fa ancora un grande effetto sul mio corpo.
La sua mano molla l’avambraccio della mia collega e ruota le spalle nella mia direzione, come se volesse darmi tutta la sua attenzione.
-C’è Nash?-
-È di là con una cliente- si passa innervosito una mano tra i capelli -se vuoi glielo posso dare io- propone riferendosi al sacchetto del negozio in cui lavoro, che tengo in mano.
-Rubi dall’inventario? - Abigaille mi guarda con un sopracciglio alzato e la faccia corrucciata in una smorfia di disgusto.
-Oh, sì. Perché rubare se poi non si prende anche il sacchetto del posto che si sta rapinando, e si esce con quest’ultimo ben in mostra? - dico ironica per poi rivolgermi nuovamente ad Elias -posso andare di là? -
Fa spallucce e con un braccio mi da via libera.
-Prima o poi dovrò fare rapporto al capo-
-Come meglio credi- rispondo svogliata
Sposto la tendina ed entro nella zona in cui i ragazzi lavorano.
-Che bello vederti- mi sorride Nash alzandosi dal suo sgabello e gettando nel cestino l’ago che ha appena usato per fare un piercing alla ragazzina sdraiata sul lettino.
-Ti ho portato i tuoi pennarelli a punta fine-
-Sei un angelo- mi bacia la guancia e prende il sacchetto -Appena te la senti, ti puoi alzare e andiamo di là-
La ragazza gli sorride timidamente e scende dal lettino.
-Elias, un piercing navel per la ragazza- afferra da sotto il bancone il suo zaino ed estrae il portafoglio -a te quanto devo? -
-Quattordici euro-
Prendo i soldi e gli infilo in una tasca a caso della tracolla.
-Il tuo negozio costa troppo- si intromette Elias con voce beffarda.
-Se volete lavorare con materiale delle marche più buone, vi tocca sganciare tanti soldi- gli rivolgo un finto sorriso, talmente tirato che i miei occhi si socchiudono.
-Era da un po’ che non vi sentivo scambiare più di due parole- ridacchia il messicano -Maya, se aspetti cinque minuti che chiudiamo lo studio, ci fumiamo una sigaretta fuori-
Mi metto a ficcanasare in giro, sfogliando i vari album di tatuaggi e guardando i disegni appesi, mentre gli altri due passano a terra lo straccio ed igienizzano il lettino usato per ultimo.
Sbadiglio portandomi ed afferro la sigaretta che Nash mi porge.
-A me niente? - si lamenta il moro, intento ad abbassare le serrande.
-Te non te la meriti-
Ma io sono troppo stanca e smetto completamente di ascoltarli, disconnettendo la funzione “traduttore di olandese” e limitandomi a portare meccanicamente la sigaretta alla bocca.
-Ci troviamo sotto casa vostra alle nove-
Faccio l’ultimo tiro di sigaretta e mentre sbuffo fuori il fumo cerco di capire il senso della frase appena pronunciata da Nash.
-Perché non direttamente al bar di Jasper? -
-Cena tra maschi a casa di Elias-
-Oh, intrigante. Tenetevi pure i vostri segreti- li prendo in giro soffocando una risata con il sorriso.
-Potresti fare un salto se ti va
La proposta di Elias mi lascia totalmente di stucco e penso di essermi pure lasciata sfuggire un’espressione sbalordita.
-No, grazie- balbetto -vi voglio bene e tutto ma una cena “tra maschi” non la potrei reggere. Poi c’è Inge a mangiare da me: io metto la casa ed il vino, lei cucina e mi riempirà dei suoi drammi lavorativi-
-Be’, ragazzi- il messicano si infila il berretto di lana in testa e sale sulla sua bici -Vado prima che chiudano i tabaccai, ci si vede stasera- mi dà un bacio sulla guancia ed io lo guardo per qualche secondo pedalare verso la piazza.
-Beh, io devo andare al supermercato- mi dirigo imbarazzata verso la mia bici.
-Vengo con te- monta sulla sua ed infila le mani nel giaccone nero.
Io alzo gli occhi al cielo anche se gli sto dando le spalle e faccio scattare la serratura del lucchetto.
-Se proprio devi- piede sinistro sul pedale, quello destro da due spinte al terreno e, quando la bici inizia a muoversi, lo faccio poi passare dall’altro lato.
Pedaliamo in silenzio, come se quelle settimane in cui riuscivamo anche a scambiarci stupide ed insensate frasi non fossero mai esistite: siamo tornati ad essere due estranei, che non hanno niente in comune e neppure un argomento di cui parlare. Tutto questo per la mia nuova curiosità, per le sue stupide parole e per le infantili emozioni. Anzi, no, la colpa di tutto ciò è il fottutissimo bacio e la sua insensata frustrazione, ed io provo una rabbia immensa ogni volta che ci penso. Stringo forte le mani intorno al manubrio e digrigno i denti, cercando di bloccare l’impulso di urlargli contro quanto cazzo lo odi per avermi resa così sciocca. Di una cosa però sono sicura: io non lo inseguirò. Non sarò io la prima a cercare di recuperare quel rapporto, perché ho vissuto ventitré anni senza quelle emozioni che mi ha fatto provare e penso che potrò continuare a viverci senza: niente piagnistei, niente richieste d’aiuto ad Althea, niente film mentali. Non mi trasformerò in una di quelle ragazze protagoniste di quei libri d’amore per teenager, o almeno, se proprio dovrò diventare così posso stare certa che nessuno lo noterà perché, diamine, ho sempre una dignità.
Metto nel cestello di acciaio tre bottiglie di vino rosso frizzante ed un barattolo di cetriolini sotto aceto. Un altro aspetto che mi accomuna con Inge sono proprio questi cetriolini: una sera siamo riuscite a mangiarci un intero barattolo guardando “Il mio grosso e grasso matrimonio greco”.
Cammino fra le corsie con molta calma, sperando che il venticinquenne, si annoi e se ne vada: ma non succede. Sento il suo sguardo bruciarmi la nuca, percepisco i suoi occhi su ogni mio singolo movimento ma non fa nulla: mi segue e se ne sta zitto, strascicando i piedi sul lucido pavimento. Mi dedico anche ad un’accurata scelta di tamponi per le mestruazioni, nella speranza che sia uno di quei ragazzi che si imbarazza per queste cose e che si dilegui: inutile dire che non funziona neppure questo, anzi, afferra addirittura alcune scatole e se le rigira tra le mani incuriosito.
-Ok- sbotto esausta voltandomi verso di lui non appena usciamo dal negozio -mi stai facendo saltare i nervi-
-Che ho fatto? -
Inspiro sonoramente obbligandomi mentalmente a non uccidere questo ragazzo. Sento l’irritazione irradiarmi il petto fino a far contrarre le dita delle mie mani: sono nervosa, terribilmente nervosa ed irritata e non so se è dovuto al fatto che sono al quarto giorno di ciclo o se è per colpa di Elias, so solo che il suo solito tono stralunato in questo momento mi fa accapponare la pelle da quanto mi innervosisce.
-Mi hai seguita per tutto il tempo, trascinando quei dannati piedoni e non hai comprato nemmeno una minima inutile cosa! -
-Non ho i “piedoni”- increspa le labbra ed io emetto un inquietante verso a bocca chiusa, con tanto di occhi al cielo e di mani tese che si alzano ad altezza del mio volto.
-Tu hai una fottutissima cena stasera e pensavo di doverti sopportare per il semplice fatto che dovevi comprare qualcosa, non per ciondolarmi dietro e leggere i componenti degli assorbenti interni! -
-E’ stato molto interessante: in venticinque anni della mia vita non ho mai guardato quel reparto e devo dire che è straordinario come esistano così tanti modelli, tipi e…-
-Non me ne frega nulla delle tue teorie sugli assorbenti!- lo interrompo, legando la catena di sicurezza intorno al sellino della mia bici -perché se dovuto venire? -
-Perché mi eviti? -
Corrugo la fronte e mi blocco per un istante con la bocca semi aperta, sentendo le parole morirmi in gola.
-Io non ti evito- inizio a pedalare.
-Ah no?- mi raggiunge -E perché è da quand…-
-Elias- lo interrompo nuovamente -sta zitto un secondo e smettila di chiedermi il perché su ogni singola cosa. Quella sera abbiamo fumato qualche canna di troppo e bevuto qualche birra di troppo. Sono cose che succedono e che si possono cancellare-
Svoltiamo ed imbocchiamo la nostra via.
-Posso chiedere un’ultima cosa? -
Sospiro, lasciando che l’aria esca come un rumoroso getto dalle mie labbra.
-Che sia davvero l’ultima-
-Perché esistono così tanti tipi di assorbenti? -
Per la prima volta dopo settimane mi devo mordere il labbro nel tentativo di soffocare subito una risata: mi volto verso di lui e guardo il suo sguardo, la sua serietà mi fa così sorridere che scoppio in una sonora risata, seguita subito dalla sua.
Questo ragazzo mi sta letteralmente facendo impazzire.
Appendo la bici al solito gancio ed inizio a salire le scale, con il cuore che batte a mille e con lo sguardo che lo spia con la cosa dell’occhio. Arriviamo al secondo piano: percorro il pianerottolo mentre i suoi passi cessano.
-Maya-
Mi blocco con un piede sul quarto gradino della rampa.
-Dimmi-
Il mio tono non è duro come vorrei, sembra quasi avere una punta di speranza, speranza che mi chieda di entrare e chiarire, speranza di sentire nuovamente le sue labbra sulle mie e la sua mano sul mio volto. Forse l’unica speranza che dovrei avere è quella di ritornare ad avere un cervello.
Scuote la testa facendo ondeggiare le sue ciocche scure e pronuncia un “nulla”, seguito dal suo solito sorrisino timido a labbra strette.
Gli sorrido pure io, velocemente come se mi vergognassi e ricomincio a salire le scale, mentre lui si chiude alle spalle la porta.
Busso tre volte con il pugno sulla porta di Inge e poi vado ad aprire casa mia.
-Eccomi! - esce con il suo solito smagliante sorriso -Ho bisogno di un enorme bicchiere di vino- mi prende a braccetto ed entriamo nel mio monolocale, facendomi scoppiare a ridere.
Si mette subito ai fornelli mentre io stappo una bottiglia, riempio una ciotolina con i cetrioli sott’aceto e rollo una canna.
-Allora? - chiedo incuriosita, addentando un cetriolino -come stanno andando le prove per il prossimo spettacolo? -
Si volta e si appoggia al piano cottura, con il calice di vino appoggiato alle labbra.
-Stancanti però verrà davvero bene- sorride sorniona -verrai anche tu vero?-
-Certo- mi allungo per passarle la canna -sono proprio curiosa di vederti sul palco-
Applaude felice come una bambina e si gira verso la pentola, iniziando a raccontarmi ogni singolo evento di questa sua giornata lavorativa. Ha una voce bellissima ma il suo accento è molto stretto e devo ammettere che riuscire a starle dietro ogni tanto è difficile, soprattutto quando parla con molto entusiasmo ed aumenta la velocità, mangiandosi alcune finali.
-Ed ecco qua! - esordisce ponendo al centro del tavolo una ciotola con all’interno il Kibbeling: pezzi di merluzzo pastellato e fritto, accompagnati dalla knofook saus, una salsa all’aglio.
Con la forchetta infilzo subito un bocconcino e lo immergo nella salsa, per poi portarmelo alla bocca e liberare un verso di goduria.
-Questo è di gran lunga migliore di quello della pescheria di Konigsplein! - le sorrido sorniona, pensando tra me e me che forse è più buono anche di quello che faceva mia madre, ma non lo voglio ammettere perché farei di tutto per poterla vedere cucinare questo piatto, nella misera cucina dell’appartamento popolare in cui abitavamo: spesso onorava le origini di suo padre cucinando piatti tipici olandesi e per me, ogni volta che sentivo questi profumi, era una gioia immensa. Trascinavo con me le mie barbie e mi sedevo fuori dalla cucina, sulle mattonelle fredde, dove mi mettevo a giocare anche se in verità ogni tanto sbirciavo, come se volessi assicurarmi che davvero stesse cucinando quelle cose e che non fosse solamente un mio sogno. Era una donna bellissima dal corpo snello e la pelle di porcellana. Teneva i capelli, biondi e lisci, raccolti sempre in una treccia spettinata che le arrivava praticamente fino alla fine della schiena. Se la vedevi camminare per strada, con le spalle ben aperte ed i suoi vestitini color pastello, le sue gambe lunghe ed il volto giovane e struccato, era facile scambiarla per un’olandese pura. Inutile dire che molti degli uomini del quartiere non desiderava altro che una notte con lei e per questo mia madre era vista in malo modo dalle nostre vicine, giudicandola una prostituta e ritenendo me frutto di una svista mentre lavorava. Ma lei non si prostituiva ed amava davvero l’uomo con cui mi ha concepita: lui però non abbastanza ed è per questo che, non appena ha saputo della gravidanza, se ne è tornato in Brasile. La cosa che odio è che assomiglio totalmente a quell’uomo, di cui non so neppure il nome né il cognome. La fortuna ha voluto però che i loro geni si mescolassero in modo strano dandomi dei capelli castani, e non neri, ed occhi color miele. Mia madre aveva ereditato l’altezza da sua madre e sfortunatamente l’ha passata a me, anche se però non riesco a spiegarmi il perché io sia più bassa di lei anche adesso, a ventitré anni, due anni in meno di quando mi diede al mondo. Era una donna bellissima che poi però diventò solo un cumulo di ossa tenute insieme dalla pelle ormai lacerata dai suoi mostri, i suoi capelli diventarono fragili come paglia secca ed i suoi occhi azzurri divennero vitrei e contornati da occhiaie profonde e violacee.
La tristezza si va strada nel mio petto, saltellando a braccetto con l’imminente voglia di piangere. Ma la guardia delle mie emozioni li arresta ed io mi obbligo a cacciare quel velo di dolore che i miei occhi nascondono ed afferro la ciotola, riempiendomi il piatto con tre pezzi di merluzzo fritto.
-Alla faccia della loro “cena fra ragazzi”- aggiungo con tanto di sorriso smagliante mentre le riempio nuovamente il bicchiere di vino.
-Oh, sì. Al diavolo!- alza il calice e lo scontra delicatamente contro il mio.
Capisco di aver ripreso il controllo di me stessa perché mi metto a ridere spontaneamente e non per nascondere il vuoto che preme sul mio petto.
-Ma che cos’è una cena fra ragazzi, poi?-
-Una scusa per strafogarsi di schifezze e birra, e per strafarsi, raccontandosi inutili cose-
-Del tipo- bevo un sorso di vino rosso.
-Non me lo chiedere, perché la mia fantasia non arriva a tanto. Ma penso che di sicuro Axel si lamenterà di me, con il suo solito atteggiamento da macho che assume quando io non sono nei paraggi-
-Ah, smettila- le do un colpetto sullo stico con il piede -quel ragazzo è fin troppo cotto di te, non ha nulla di cui lamentarsi-
-Spero che tu abbia ragione- sorride socchiudendo gli occhi -anche perché se no lo prendo e gli tiro tante pedate nel sedere quanti sono i centimetri che distano da casa mia a casa sua-
Scoppiamo a ridere ed io mi porto un tovagliolo alla bocca.
-Come diamine hai fatto a non essere mai stata così curiosa da andarli a spiare?-
-Oh, l’ho fatto. Per i primi periodi che stavamo insieme io mi mettevo ad origliare alla porta di Elias, dato che la fanno quasi sempre là, perché ero sicura che la cena fosse solo una scusa per, non so, fare un festino illegale con tanto di prostitute e cocaina-
-E? -
-E nulla, nessuna v****a è mai entrata da quella porta-
Ridiamo nuovamente e finiamo di mangiare.
Mi accendo una sigaretta e sparecchio velocemente, posando i piatti nel lavello e lasciando i bicchieri sul tavolo che Inge è intenta a riempire: siamo riuscite a far fuori due delle tre bottiglie comprate ed ora abbiamo stappato la terza. Sento l’alcol mischiato all’erba di prima alleggerirmi la mente e gli arti, ma lasciandomi sentire ancora con i piedi ben saldi sul pianeta Terra.
-Ti dovrei far conoscere la mia migliore amica- dice scrutandomi -anche se caratterialmente non vi assomigliate per nulla, penso che potreste diventare molto amiche-
-Come mai? -
-Perché quando chiacchiero con te, mi sembra di stare con lei- ridacchia e si avvicina la sigaretta alle labbra.
-È da due mesi che sono qua e non ho mai visto la tua migliore amica? La tieni legata ed imbavagliata nell’armadio per caso? -
Scoppia a ridere.
-È in giro per l’Europa con altri ragazzi della compagnia teatrale, tornerà a dicembre, anche se non so quando-
-E perché tu non sei andata? -le chiedo sbigottita, immaginando quando possa essere bello girare l’Europa e vedere Parigi, Lisbona, Berlino, Praga, Barcellona, Oslo…
-È un progetto che stavamo organizzando da qualche anno, solo che la compagnia ha avuto dei problemi finanziari, per via della nevicata dell’anno scorso che ha fatto crollare il tetto del teatro. Allora i posti sono diminuiti ed il caso ha voluto che io e lei ci trovassimo in “competizione” per l’ultimo posto. Il direttore ha detto che siamo entrambe due “eccellenze” e che per lui era indifferente-
-E te l’hai lasciata andare perché non avevi voglia di creare casini tra voi due-
Annuisce silenziosamente, bevendo l’ultimo sorso di vino e riempiendo entrambi i bicchieri di nuovo.
-Ammetto che quando le ho detto “vai tu, tranquilla” mi aspettavo che iniziasse a dire di no e che mi proponesse a me di partire. Non lo ha fatto: mi ha sorriso come al solito e salterellando è scesa dal palco per andare a riferire la decisione-
-E non ce l’hai a morte con lei?- le lo chiedo per il semplice fatto che penso che lei voglia parlarne, i suoi occhi si sono rattristati e svuota in pochi secondi il bicchiere.
-Io penso che per la prima volta in cinque anni di amicizia di averla odiata: ho passato due mesi a rispondere a monosillabi durante le nostre videochiamate perché dentro di me sentivo che forse fosse mia amica solo per approfittarsi di me. Poi però ho capito che erano le sole paranoie alla Inge van Gaal- ritorna a sorridere e appoggia la testa alla mano -Poi scherzi? Ho conosciuto la mia nuova e fantastica vicina e tu hai conosciuto così anche i ragazzi! Poi non so quanto sarei riuscita a stare lontana da Axel…-
In questi miei mesi ad Amsterdam non avevo mai pensato che forse se non avessi incontrato Inge subito non avrei neppure conosciuto gli altri: avrei passato quattro mesi con chi? Solo con Althea e Maarten? Avrei fatto più amicizie o sarei rimasta sola? Rabbrividisco appena i miei pensieri si posano sul ragazzo con lo snake bite, non riesco a capire se lui sarebbe diventato mio amico o se ci saremmo limitati ai soliti convenevoli da vicini, com’è successo nelle ultime settimane. Fortunatamente il ricordo del bacio non riesce a dire la sua, grazie alla suoneria del cellulare della rossa.