Vermeer o Pieter

3058 Words
Verso le sette e mezza arrivo a casa ma la voglia di cenare non si fa proprio viva: decido di aprire una bottiglia di rosso frizzante ed accendermi una sigaretta, per poi sedermi sul divano e fissare il caminetto di pietra. Dovrei comprare della legna per accenderlo, un fuoco fa sempre atmosfera. Penso a qualsiasi cosa, permettendo alla mia mente di sfuggire ogni volta che si avvicina al ragionare su perché quel ragazzo voglia vedermi: so che se mi metto a scervellarmi il mio cuore inizierà a battere sempre più veloce, la mia mano destra comincerà a tremare ed entrerò in quel vortice di panico che mi bloccherà su questo divano. No, io non voglio più bloccarmi: ho cambiato vita, no? Allora devo mettere da parte tutti i miei problemi e far sì che lo sia davvero, perché il mio più grande desiderio è riuscire a trovare il solvente giusto per la mia tela nera e dimenticare tutto quello che ho vissuto fino a quasi un mese fa. Il mio dito esita un attimo prima di premere due volte sul tasto del campanello. “Elias Mulder”, leggo sulla targhetta: che strano cognome. -Sei davvero venuta? - le sue labbra si piegano in un lieve sorriso ed io faccio scorrere i miei occhi dai suoi capelli, totalmente spettinati, facendoli scendere lungo la felpa grigia, senza cappuccio, fino alla tuta larga e nera: sì, è davvero un bel ragazzo. -Ogni volta te ne stupisci- sorrido pensando a quando sono entrata per la prima volta al Trip. -Ho portato delle birre- sorrido a bocca serrata ed alzo il cestello di cartone contenente sei bottiglie, che vado a posare sul tavolo; ho bevuto un’intera bottiglia di vino in un’ora ma in questo momento vorrei scolarmi tutte e sei le birre -Allora, di che hai bisogno? - -Perché dovrei aver bisogno di qualcosa? - abbassa le sopracciglia, corrugando la fronte. -Perché hai il vizio di rispondere alle domande con le domande? - Incrocio le braccia al petto e mi mordo leggermente il labbro inferiore, per evitare che i miei muscoli facciali riescano a far sorridere troppo le mie labbra. Il suo occhio ambra si illumina per un istante, poi infila le mani nelle tasche della tuta e volge lo sguardo ai suoi calzini bianchi, scuotendo divertito la testa. -Sul primo danno un film che, se non hai già visto, ti potrebbe piacere- Mi ha invitata per un film? Maarten e il suo borbottare si sbagliavano su questo ragazzo ed io mi sento come se lo avessi sempre saputo. Sono… sono felice? -E che film sarebbe? - mi mordo nuovamente il labbro per bloccare il mio sorriso che minaccia ancora di ingrandirsi troppo ed inizio a frugare nei cassetti della sua cucina, alla ricerca di uno stappa bottiglie. -Un film su un quadro- Sussulto visibilmente quando sento la sua voce, a pochi centimetri dietro di me: si piega leggermente sul mio corpo, irrigidito e che non osa voltarsi, e il suo braccio si tende fino ad aprire un cassetto che avevo totalmente saltato; lo apre ed io afferro il cavatappi dal manico di legno grezzo, che spunta in cima ad un cumulo di cianfrusaglie da cucina. -Un quadro di? - mi riprendo dal mio momentaneo stato di congelamento e mi volto: gli poso una mano sul petto e lo spingo leggermente, senza neanche avere il coraggio di alzare lo sguardo, e sguscio verso il tavolo. -Johannes Vermeer- - Facile, “La ragazza con...- mi blocco e mi giro verso di lui con le due bottiglie appena stappate -come si dice questo? - gli indico il cerchio che porto all’orecchio destro. -Con l’orecchino di perla- conclude la mia frase ridacchiando -lo hai già visto? - -No, ma sono andata per esclusione: è il suo quadro più famoso ed ho letto un romanzo che parlava di questa ragazza. Mi sono promessa più volte che avrei visto il film ma me ne sono sempre scordata- Sul divano ci sediamo ai due lati opposti ma, date le sue dimensioni, ci ritroviamo ad un braccio di distanza; mi sistemo una coperta sulle gambe piegate di lato e poggio il gomito sul bracciolo, appoggiandoci poi la testa. Il film inizia e con la coda dell’occhio lo guardo leccare la colla della cartina lunga, sento la mia v****a contrarsi per una frazione di secondo: meglio concentrarsi sul film. -Perché in inglese? - rimango piuttosto spaesata quando sento parlare una lingua diversa dall’olandese. -Non doppiamo i film o i programmi stranieri, così il nostro orecchio si abitua all’inglese e grazie ai sottotitoli impariamo più facilmente la lingua- Tutto ciò è semplicemente geniale, diamine, pure l’Italia dovrebbe fare così: è un perfetto modo per aprire le persone alle lingue straniere, mentre i doppiaggi non fanno altro che rallentare l’apprensione di una lingua. Ecco perché nei Paesi Bassi si parla bene l’inglese mentre in Italia, soprattutto tra gli adulti, questa lingua è ancora balbettata. -Riesci a seguire lo stesso? - -Oh, l’inglese è assai più facile della tua lingua senza vocali- scherzo allungando il braccio per afferrare la canna che mi sta porgendo. Il film è molto simile al libro anche se alcuni personaggi me li immaginavo completamente diversi: è una storia affascinante che ritrae un pittore olandese, maniaco della perfezione, costretto ad una dura lotta interiore, causata dall’attrazione verso la giovane Griet, protagonista del quadro. Un’attrazione destinata solamente ad irradiare di dolore il corpo di Vermeer, poiché è marito e padre. C’è qualcosa dentro di me che mi fa pensare che Elias mi abbia chiesto di vedere questo film non solo perché parla di uno dei pittori da me più ammirati: è come se volesse dirmi indirettamente qualcosa. Non so se è così o meno, ma sento dentro di me questa sensazione, alimentata anche dai suoi occhi che mi spiano per poi fuggire. Ho la sensazione che mi stia esaminando, che voglia cogliere una mia specifica reazione: ma su cosa? Che cosa dovrei capire su di lui da questo film? In chi si sta personificando? In Vermeer o in Pieter? In un artista a cui non è concesso toccare il sentimento verso qualcuno o in un giovane perdutamente passionale, che può permettersi il privilegio di palpare l’amore in ogni sua sfumatura? Corruccio leggermente il volto ed inizio a chiedermi se Maia Sturm stia impazzendo o se sia il normale effetto della cannabis mischiata con la birra. Scuoto le spalle e mi obbligo ad ignorare i suoi sguardi, concentrandomi a pieno sul piccolo televisore appeso al muro. Fino a poco tempo fa la mia maggior preoccupazione era quella di non riuscire a sopportare la vita che conducevo e di finire come mia madre: ora mi faccio trip mentali su perché un ragazzo abbia voluto semplicemente vedere un film in mia compagnia. Perché non riesco ancora a convincermi che magari a qualcuno piaccia la mia presenza e che forse io possa essere mentalmente e fisicamente attratta da un ragazzo, che possa provare il brivido di un flirt o avere la pelle d’oca ogni volta che sento la sua voce, il suo profumo, e che io possa bramare, desiderare le sue mani sul mio corpo, anche per una semplice carezza? Sinceramente? Non lo so e questo mi terrorizza. Il film finisce e subito scatta l’allegra pubblicità degli Knak Worst. -Würstel in lattina? - gli chiedo accigliata con tono divertito, cercando di rompere subito il silenzio imbarazzante che si sarebbe andato a creare. -Noi olandesi abbiamo una segreta passione per i würstel, non come i tedeschi, ma li apprezziamo in tutte le forme- si china verso il tavolino davanti al divano e si blocca con il braccio a pochi centimetri dal vetro di una bottiglia -nella mia testa non suonava così…ehm…perversa- Guardo la sua chiara pelle arrossire ed io non riesco a trattenere una risata accompagnata con tanto di sorriso. Mi passa la birra ed io mi accingo ad accendermi una sigaretta, mentre lui ne stappa una per sé. -Sei un neonazista? - lo chiedo così all’improvviso, ricordando una delle tante ipotesi di Althea. -Che cosa? - strabuzza gli occhi preso alla sprovvista da quella domanda totalmente fuori argomento -Perché pensi che io lo sia? - -Lo sei? O forse sei un narcisista psicopatico o un serial killer…- sono agitata, conosco la risposta ma dentro di me sta crescendo la curiosità sul perché io debba stare lontana da un ragazzo che ha appena guardato un film “romantico” senza sfiorarmi neppure per sbaglio. -Diamine Maia- sembra quasi sgridarmi -pensi che se lo fossi avrei invitato una straniera e perfino mulatta a casa mia? Che avrei passato un’intera domenica, una delle più belle, insieme a lei?- “Una delle più belle”… rabbrividisco. In effetti no, Althea era totalmente fuori strada e la mia mente frulla pensieri disconnessi. Mi mordo il labbro inferiore e mi alzo innervosita per andare a svuotare il posacenere stracolmo nella spazzatura: incastro la sigaretta accesa fra le labbra e mi prendo quei tre secondi in cui butto i mozziconi per obbligare il mio cuore ed i miei pensieri a rallentare. Mi volto e sussulto visibilmente, trovandomelo dietro di me, a qualche passo, vicino al tavolo rotondo. -Che cos’hai? - piega la testa di lato e le due palline del piercing al sopracciglio riflettono per un istante la luce. Non lo so, caro Elias, e la cosa che mi fa più incazzare è che mi sto comportando così: come se ci fosse qualcosa che mi preoccupa. Ho tante cose che mi preoccupano, cose più serie di stupide farfalle nello stomaco, eppure il fatto di essere da sola con te, in un luogo chiuso mi terrorizza perché so che sotto c’è qualcosa e non voglio stare male per un ragazzo. Non voglio perché ho passato gli ultimi quindici anni ad aver paura di un uomo che aveva promesso di prendersi cura di mia madre, quando non riusciva neppure più ad alzarsi dal letto, e di me che stavo vedendo l’unica persona più importante della mia vita marcire ed essere divorata dalla sua oscurità interiore. Ho che non voglio soffrire per cose banali e futili. La bella vita che sto facendo qui mi ha resa più felice, ma anche più debole ed esposta ai suoi sguardi: mi studia, mi guarda ed io sento la mia pelle lacerarsi sotto le sue iridi, esponendo tutto di me. Mi sento sporca. -Lascia stare, sto cercando risposte al comportamento di Inge di questi giorni. È meglio che io vada- non so come riesco a stamparmi un lieve sorriso, accentuato anche dagli occhi che si socchiudono leggermente -domani si lavora- Mi porto la sigaretta alle labbra e senza guardarlo indirizzo i miei piedi verso l’uscita, o così vorrei: faccio a malapena due passi prima di sentirmi afferrare per un braccio. Il mio istinto porta il mio corpo ad irrigidirsi, sentendosi in pericolo e minacciato da quel gesto così improvviso, poi bruscamente alzo il braccio così che la sua presa svanisca. -Non devi toccarmi così- sibilo fra i denti, arrabbiata. Non so neanch’io perché sono arrabbiata con lui. Mi guarda impassibile e fa un passo verso di me. Odio la calma che traspare dal suo volto, odio come mi sta guardando e odio il suo respiro così silenzioso e regolare: odio perché dentro di me impersonifico l’opposto di tutto ciò. -Maya…- fa un altro piccolo passo verso di me, come se fossi un cane randagio e lui abbia paura di avvicinarsi. -Perché ti devo stare lontana? - chiedo in un unico sussurro, forse talmente lieve che non ha neppure sentito -Perché ti devo stare lontana e perché tu sembra fare di tutto per vedermi? - Corruccia il volto in una smorfia spaesata. -Chi te lo ha detto questo? - -Inge- dico con ovvietà -e mi fido più di lei che di te, quindi, voglio sapere perché devo starti alla larga e perché oltre ad essere vicini non possiamo essere…ehm… conoscenti che si conoscono un po’ di più- -Conoscenti che si conoscono un po’ di più? -chiede ironicamente, sollevando gli angoli delle labbra in un sorriso serrato, intento a bloccare la risata che cresce dentro di lui. -Sì, e non è questo il punto- cerco di apparire il più seria possibile. -Non hai nessun motivo per cui tu debba stare lontano da me- la sua voce torna bassa e seria, così come il suo volto. -Perché allora lei dice così? - Che stia nascondendo qualcosa lo capirebbe anche il più ingenuo dei bambini: stringe il pugno lungo il suo fianco e digrigna i denti. Vederlo così mi destabilizza, ero quasi sicura che Inge avesse reagito così quel giorno per via di come era andato quel pranzo ed invece quella piccola parte di me che mi suggeriva di ascoltarla aveva ragione. -Non lo so- mente -non lo so- ripete con tono di voce sensibilmente più alto e fa un altro passo. Il mio cervello ordina al mio corpo di indietreggiare subito e di darsela a gambe, ma i miei muscoli non reagiscono; penso che forse sarebbe stato meglio porre quella domanda direttamente a lei, ma ora credo che sia meglio rimanere con il dubbio. Il suo corpo è rigido e teso, le sue narici sono dilatate e i suoi occhi bicromici rispecchiano tutta la sua voglia di urlarmi contro chissà quali tormenti che sta cercando di tenere sottochiave. Deglutisco e decido di incastonare le mie iridi nelle sue, voglio tenergli testa e fargli vedere che non mi fa paura, che non sono una debole, anche se dentro di me sto urlando. -Sei Vermeer o Pieter? - Il suo sguardo è la mia conferma che mi ha fatto vedere quel film per mostrarmi qualcosa. -Inizio a odiare le tue fottute domande- il suo tono è basso e duro, mi colpisce al petto andando ad aumentare il peso che grava su di esso. -Vermeer o Pietre? - questa volta sono io a fare un passo verso di lui -pretendi che io risponda sempre alla tua valanga di domande e ti permetti anche di stabilire quando mento e quando dico la verità, lo fai dal giorno in cui mi sono trasferita; però, appena sono io a chiederti un minimo di chiarezza, perché ho bisogno di sapere che il mio vicino sia una persona a posto, tu fai il duro ed urli che “non lo sai” – Santo cielo, discutere in una lingua diversa dalla propria è davvero complicato. -Vuoi chiarezza, Maia? Benissimo allora ti dico cosa so- mi guarda dall’alto in basso con sguardo severo -so che ogni momento che ho passato da solo con te non sono altro che un cumolo di errori avvenuti per colpa tua: ti introduci nella mia vita, vestita da pezzente e con un sacco della spazzatura come valigia, poi ti insinui sempre di più con il tuo cazzo di accento italiano, con i tuoi tatuaggi, con la tua ostinazione a far sembrare che la tua vita sia una favola e con i tuoi fottuti occhi che mi urlano tutt’altro. Ma questo non ti basta, perché devi anche entrarmi nella testa con il tuo cazzo di profumo, con i tuoi insulti italiani e con quello sguardo da bambina che hai solamente quando guardi anche un misero schizzo a china- si accende velocemente una sigaretta e mi sbuffa il fumo in faccia -e tutto queste cose sarebbero stupende ma non lo possono essere perché il tuo posto non deve essere nella mia testa- -Perché diamine mi obblighi a venire da te, allora?! - quasi urlo, ormai esausta. Le sue parole mi pugnalano il petto e fanno dannatamente male, mai quanto le sue labbra. Si avventa sulla mia bocca ed afferra il mio volto fra le sue mani. Mi irrigidisco e spalanco gli occhi, sentendo il panico iniziare a ribollire nel mio ventre, ma non è solo panico: è anche rabbia, frustrazione ed eccitazione. Assecondo le sue labbra e con le mani vado a stringergli la felpa, sentendo il suo petto alzarsi ed abbassarsi freneticamente. La mia testa inizia a ragionare e cerca di capire disperatamente cosa il mio corpo stia provando, ma non riesce a trovare una giusta risposta. Il bacio diventa sempre più famelico e le sue mani sono bollenti in confronto al mio viso. I nostri busti si scontrano ed io vengo invasa da un estranio formicolio al basso ventre e dalla crescente voglia che le sue mani mi stringano di più a sé. “Il tuo posto non deve essere nella mia testa” Questo bacio è sbagliato ed entrambi lo realizziamo nello stesso momento: premo le mani sul suo petto e controvoglia lo spingo via da me, rimango quasi delusa nel non sentire neanche un minimo di resistenza. Si porta un pugno alla bocca e si volta, ringhiando una qualche parola di cui non conosco il significato. Il mio respiro è affannoso, il mio cuore batte troppo veloce, le mie labbra rivogliono le sue e la mia mano destra inizia visibilmente a tremare; il petto mi fa così male che temo che le ossa dello sterno si frantumino. -Io…- il fiato mi manca, così come la lucidità di parlare una lingua straniera. Lui si volta verso di me e noto i suoi occhi esausti e lucidi -Io me ne sono andata dall’Italia per fuggire dai miei cazzo di casini e non ho nessuna intenzione di averne di nuovi- la mia voce trema e sento il panico salire lungo le gambe -Desiderare una vita senza problemi è una cosa da bambini ma desiderarne una senza problemi del cazzo non lo è. Ho visto quello sguardo che hai scambiato con Inge e qualunque cosa ci sia sotto io non ci voglio entrare: quindi tienimi lontana dai tuoi casini se non sei capace di spiegare- Il mio corpo trema come una foglia secca attaccata ancora ad un ramo, i miei occhi sono lucidi e sono puntati su di lui perché ora sono io a voler scavare la sua pelle. Me ne vado, sbattendomi alle spalle la porta d’ingresso e mi fiondo a casa mia: afferro un ansiolitico e, nonostante la mia mano destra tremi, riesco a tirare su una canna che mi accendo subito nervosamente. Mi rendo conto che finalmente sono sola: mi accascio a terra e lascio che la paura di morire schiacciata, per l’immenso dolore che sto provando in questo momento, mi travolga del tutto abbandonando il mio corpo sul pavimento, scosso da singhiozzi.
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