Al che accettò e ballammo! Ballammo tutta la sera fin quando non fui esausto e lei raggiunse i suoi due bambini.
"Hanno sonno! Quindi io mi ritiro." Disse alle amiche prendendo la bambina che le somigliava molto in braccio. La piccola aveva degli occhi grigio scuri incredibilmente belli.
Si strusciava gli occhietti ed aveva la voce rauca dal pianto.
"Posso farla portare in camera da una balia." disse Amelie.
"Te ne sono riconoscente. Ma preferisco andare io, non posso delegare altri per i miei compiti di madre."
"Ti aiuto io." Intervenni, in fondo anche per me era il momento di andare, conoscevo i miei limiti ed era il momento di defilarmi. "Mi sono sempre piaciuti i bambini e ho fatto esperienza con la piccola di Jean Marie." Dissi prendendo il maschietto dalle braccia di Janine. Stranamente non assomigliava per niente a Sapphire, capelli neri, occhi castani, mulatto con un naso a patata.
Sapphire mi guardò titubante. "Grazie. Ci vediamo domani mattina nelle tue stanze." Disse a mia cognata. "In quel caso la balia è ben accetta, dobbiamo dedicarci solo a te."
Amelie annuì fissandomi pensierosa. "Se sei stanco puoi ritirarti. Ti voglio in forma per domani cognato." Lo sapevo solo io. Che noia!
"Tranquilla, accompagnerò Pierre fino a quando non gli avrai messo il cappio al collo." Scherzai fissando. "Andiamo mia dama."
Dissi avviandomi verso i piani alti. La sentii seguirmi al che buttò giù una conversazione fortuita.
"Ti ho fatto stancare." Disse durante il tragitto. Possibile le avessero detto della malattia?
"Mi hai permesso di fare tutto ciò che volevo. Mi voglio stancare, non si risolve nulla stando immobili in un luogo." Le risposi schietto. I miei familiari erano fin troppo opprimenti.
"Cosa hai fatto dopo il Rosey?" Chiese Sapphire facendo conversazione.
"Mi sono laureato in legge all'Università di Durham, poi come tutti i membri della mia famiglia sono entrato anche all'accademia reale Sandhurts." La informai.
"Sei stato in Inghilterra... tutti questi anni." Chiese sorpresa.
"Dovrei ritornare, ma sto rimandando." Le risposi.
"Quando ritorni passa da Londra per un the insieme." Mi propose arrivati alla sua stanza. "Grazie per averci accompagnato, non ti disturbo oltre."
"Non è un disturbo. Posso metterli a letto?" Le chiesi.
Corrucciata mi lasciò entrare anche se non mi diede molto modo di tenere i bambini. Infatti entrò nella nursery s preparare la bimba.
"Quanto tempo sei stato con la tua ex fidanzata?" Mi chiese
"Tre anni, avremo dovuto sposarci." Risposi evasivo intanto che io posavo l'altro bambino nella culla. Mi ci accovacciai vicino e presi a giocarci.
La vidi ricomparire, prendere la piccola e prendersi il piccolo
"Volevi mettere su famiglia." Affermò Sapphire consegnandomi un ciuccio rosa. "Ci sai fare con i bambini."
Le sorrisi e mentre andò a preparare l'altro bambino mi dedicai a quella bambolina.
"È ora di fare la nanna mia piccola principessa." Sussurrai canticchiandole la ninna nanna di Mozart.
Dopo un po' Sapphire tornò mise in culla il bambino dandogli il ciuccio proprio accanto a me.
"Perché vi siete lasciati? Non voleva dei figli?" Mi chiese.
Sospirai. Come potevo spiegare che era più complicato. "Domani! Sii la mia compagna e ti racconterò." Le promisi.
La cerimonia matrimoniale di Pierre e Amelie fu decisamente la più sfarzose di tutte nella mia famiglia. Gli sposi furono splendidi e dopo aver concesso un ballo a mia madre e a mia zia Mette, raggiunsi Sapphire per invitare a ballare. Non volevo ballare con nessun'altra, poiché Sapphire era l'unica a trattarmi come una persona.
Ballammo tutti i valzer in programma e dopo un po' la invitai ad allontanarci, ero stanco e necessitavo di riposo. Fortunatamente la mia famiglia non trovò da obbiettare, così con i bambini in spalla io e Sapphire scomparimmo dalla grande sala per dirigerci verso le mie stanze.
Adesso le dovevo la verità.
Una volta nella mia suite mi diressi in salotto e anziché sedermi in poltrona mi misi sul tappeto nella posizione del loro mettendomi il bambino che avevo scoperto si chiamava Samuel seduto tra le gambe.
"Prego, raggiungetemi." Le dissi.
Lei assentii sedendosi di fronte a me tenendo la piccola Diamond seduta contro il suo petto. Mi guardò in attesa per poi chiedermi informazioni.
"Cosa succede?"
Le sorrisi, era cambiata in quegli anni, in quel momento non mi ricordava più Marina. "Sei cambiata in questi anni. Sei più seria e prima di esprimere una tua opinione ci pensi due volte. A 18 anni ciò che mi piaceva di te oltre la tua bellezza, erano il tuo altruismo, la tua gentilezza e la tua intelligenza. Ovviamente c'erano anche i difetti, eri impulsiva e molto testarda. Ma mi piacevi anche per questo. Per questo dopo esserti diplomata chiesi a tuo padre di poterti frequentare." Le raccontai tornando indietro nel tempo. lasciandomi stupita. "Tuo padre mi disse che lui non avrebbe preso alcun impegno per conto tuo. Lui e tua madre ritenevano che eri giovane e che probabilmente avresti voluto fare l'università. Soprattutto mi disse che avresti dovuto fare tu questo genere di scelte poiché riguardavano la tua vita privata e futura. Ammetto che la sua risposta mi piacque. Decisi così di aspettare, tanto, studiavo in Inghilterra e speravo di incontrarti agli eventi sociali." Dissi sintetizzando. Sapphire era stata l'unica alternativa che avevo sempre puntato se non si trattava di Marina.
"Appena diplomata partii con andai con Janine a casa di Amelie, volevamo esserle vicino dopo la morte di Ralph. Tornai in Inghilterra a fine novembre." Mi disse ciò che effettivamente già sapevo.
"Non seppi quando tornasti. Ma appurai che ti eri fidanzata, fu pubblicato l'annuncio del tuo matrimonio con Andrew Davis. Fu un colpo al cuore per me, pensavo avessi grandi progetti, invece ti sposavi. Con un uomo che non ero io." Le dissi non rivelandole che la ciò che avevo pensato era, si sposa con un uno che non vale neanche un dito di Sapphire. Sicuramente era più vecchio di lei e lo sguardo sicuro di sé con quel sorriso cinico nella foto non mi era piaciuto ad istinto.
Intrecciò nervosa le mani, cosa avevo detto? Però non parlò così continuai.
"In queste due giornate insieme ho potuto notare che ancora hai questi pregi, se diventata addirittura molto più bella. Più matura, disponibile con tutti, sempre fine ed elegante. Inoltre sei una mamma splendida. Ad ogni occasione parli sempre dei tuoi figli, anche di chi non è qui. Nel farlo ti si illuminano gli occhi e diventi ancora più bella." Era sempre una ragazza alla mano nonostante l'ambiente in cui era cresciuta. "Quando ieri mi hai detto che sei separata ho gioito. Perdonami se sono stato egoista, eppure in quel momento ho capito che c'era l un sentimento latente nei tuoi confronti." Le dissi sincero.
"Io..." balbettò. "Avevo una cotta per te a sedici anni. Ma... ecco..."
"Ti capisco, sono passati sette anni." Le dissi. "Ti sei sposata, hai avuto quattro figli Abbiamo avuto entrambi esperienze importanti che ci hanno segnato." E il mio pensiero tornò a Marina. Erano già passati sette anni dalla nostra separazione. "Tre anni fa ho conosciuto Amanda, ci siamo frequentati e poi alla fine..." I miei genitori volevano ci sposassimo! "Noi avevamo progettato il nostro matrimonio. Lei era entusiasta di entrare a far parte della mia famiglia. Poi l'anno scorso mi sono sentito male."
Mi guardò esterrefatta. "In che senso ti sei sentito male?"
"Sono collassato e in pratica ho perso i sensi durante un viaggio." Le spiegai.
"Ti sei ripreso. Sei in forma." Affermò.
Sospirai. "Si! Sono in forma se pensi che rifiuto la chemioterapia." Rivelai spiccio, meglio non girarci intorno.
Lei non sembrò turbata, al contrario mi invitò a fare la terapia. "Hai ventisette anni dovresti fare le chemio."
"Il cancro riguardava un polmone e ho permesso che mi operassero per asportarlo. Preferisco stare così, con un polmone ridotto che mi tiene in vita e godermi ogni attimo, anziché diventare il fantasma di me stesso." Le dissi.
Fece per obbiettare ma alzai la mano autoritario. "Se decido di fare la chemioterapia non potrò più avere figli. Inoltre le cure mi indeboliranno, ho dovuto già rinunciare alla carriera militare e al tennis. Non voglio rinunciare a correre dietro un figlio." Le dissi spiegandole le mie ragioni, l'altra mano stretta in quella di Samuel sorrisi al piccolo.
Sospirò. "I bambini richiedono tante energie. Però..."
"Tu hai dei figli, sai cosa vuol dire averne." Io avevo appena potuto capirlo e mi era stato strappato via tutto. "Sai cosa fa la chemioterapia?" Le chiesi.
"Ti indebolisce, ho capito. Ma..."
"Perderei anche la possibilità di diventare padre. La chemioterapia influirà sul mio corpo, anche sul mio sistema genitale." Le rivelai, inoltre non avrei potuto adottare un bambino, mi ero informato. Era proprio come diceva zia Mette, un genitore ammalato non aveva possibilità di crescere nessun figlio, ne il suo, ne quello di altri.