28 - Stephan

1017 Words
Feci per parlare, ma la zia Mette cambiò argomento. "Avete visto la nostra regina ha conferito un titolo nobiliare alla prima ballerina dopo il balletto. Marina Rossi baronessa di Dragør, un grande onore per quella donna. Ne sei orgoglioso Stephan?" Mi chiese la zia Mette. Al che freddo e distaccato la fissai attentamente. Ovvio che ne ero orgoglioso, anche se lei sembrava saperne più di me. "Chi ti ha parlato di Marina? Cosa sai di noi?" Le chiesi, stavamo mettendo le carte in tavola a questo punto volevo sapere perché si batteva tanto per me, se poi non mi dava ciò di cui avevo più bisogno. Mette, mai aveva conosciuto la mia Marina, ne gliene avevo parlato. "Me ne ha parlato tua sorella." Rispose lei tranquillamente quasi a leggermi dentro. Un sorriso sereno in viso continuò. "Circa qualche anno fa, durante il compleanno dei miei nipoti, sia lei che tua madre si sono presentate a festeggiarli e tua sorella mi parlò di te e di Marina, dei gemelli che avreste dovuto avere." Rispose più esaustiva. Parlava dei miei figli come se fossero i suoi nipoti estranei a me . A rigor di logica era vero. Lei era la loro nonna, li aveva cresciuti dalla nascita, ma... mi guardai intorno. "Dove sono adesso i tuoi nipoti? Non li vedo qui con noi." Le chiesi ancora più diretto. Notai che mia madre nervosa si muoveva sul posto, ma la zia restava tranquilla sul suo posto. "Hai presente i due bambini che hanno portato i fiori a Marina?" Annuii col cuore in gola. "Bene, erano loro, ma vanno a scuola e dovevano rientrare." Mi informò. "Sono iscritti a una bellissima scuola, li possono circondarsi di altri bambini, come puoi vedere nel nostro palazzo non ce ne sono. Così frequentano un rinomato collegio privato, dove risiedono durante l'anno accademico. Il più delle volte io e Alice andiamo a prenderli, anche quando Eliah, figlio di Alice, ci chiede di tenergli la figlia Giaele. Andiamo a prenderli il venerdì e passiamo il week end con loro. Purtroppo non li incontrerai oggi mio caro, mi dispiace." Concluse sinceramente dispiaciuta. Quindi i miei gemelli svolgevano una vita normale? Avevano una cugina e frequentavano una scuola privata. "Sono abbastanza grandi per una scuola privata?" Chiesi pensando che i gemelli avrebbero compiuto sei anni ad aprile. Non erano grandi. "Questa scuola abbraccia anche la materna. Eliah e sua moglie sono archeologhi e viaggiano molto. Quando hanno deciso di mandare Giaele a scuola nonostante avesse tre anni, abbiamo pensato. Se può lei, possono anche gli altri due." Mi informò alzandosi dal suo posto. La seguii con lo sguardo intanto che l'inserviente la raggiunse. Gli sussurrò qualcosa dopodiché si voltò verso di noi sorridendo. "Venite, Franz ha preparato nel salottino della musica del te per allietare il nostro sonno." Ci disse. Sbuffando mi tirai su, seguii sia lei che i miei genitori che si guardavano di sottecchi. Temevano che la zia mi dicesse dei miei figli? Entrato nel salottino mi diressi al primo divano libero. Franz l'inserviente era lì e versava dello scotch ai miei genitori, fece lo stesso con i miei fratelli. Al contrario una donna versò a me il famoso te. "Vi faccio compagnia cari!" Disse Mette a me e ad Helena che in dolce attesa con Mirelle evitava alcolici. Venne a sedersi accanto a me e prese dalle mani di Franz un quadretto che mi mostrò orgogliosa. "Eccoli Stephan, loro sono i miei nipoti." Mi annunciò sorprendendomi. "Sono gli stessi bambini che erano paggetti al matrimonio di Helena. Omisi di dirlo all'epoca." Gli stessi paggetti di Helena? Le presi il quadretto dalle mani fissandolo avido. Nella foto c'erano tre bambini che sorridevano felici. I primi due più grandi erano identici, con la differenza che la bambina aveva i capelli scuri lunghi sulle spalle. Viso a forma di cuore come il mio, pelle olivastra della madre e stesso taglio degli occhi che erano di un colore verde nocciola. Entrambi i bambini avevano delle belle bocche piene a forma di cuore, sempre come Marina. Quelli erano i miei gemelli! Abbracciavano e tenevano stretta una bambina mulatta, dai capelli neri e gli occhi castani. Un sorriso raggiante le illuminava il volto e formava due fossette sulle guance. "È splendida questa bambina." Dissi a Mette rivolgendomi alla più piccola. "È anche molto vivace. Si chiama Giaele!" "Trasmette molta gioia, complimenti zia Mette." Le dissi passandole il quadro. "Posso vedere anche io?" Intervenne mamma. "Dovrei dirti di no! Ma sono così orgogliosa di loro che posso concedervi qualche sguardo veloce." Disse a entrambi i miei genitori dando la foto a Franz che la passò al resto della mia famiglia. "Chissà che un giorno quando tu starai meglio, non potrai incontrarli Stephan." Mi disse intanto Mette. "Indosserai la divisa ufficiale e ti presenterò a loro come il principe più bello del mondo." Mi sussurrò dolcemente. "Posso?" Le chiesi nello stesso tono. Lei annuì. "Devi." "Sono stupendi." Disse entusiasta Mirelle consegnando la foto a Franz e facendoci tornare alla realtà. "Sono stati scelti dalla regina per portare i fiori a Marina?" Chiese. “Effettivamente il ramo degli Shuber ha dei legami parentali con il principato di Danimarca e con i conti svedesi di Shuber.” Affermò papà. Forse per cambiare argomento o per farmi notare che i Keller Shuber erano molto di un rango altisonante nonostante fossero marchesi. Mette rise. "No! La mia nipotina adora il balletto, abbiamo chiesto di poterle consegnare dei fiori e hanno accettato." "I bambini seguono il balletto?" Chiese papà. "Si! Andiamo sempre a vedere qualsiasi opera al teatro reale, che sia un balletto o l'opera, o altro." Ci informò. "Poi ovviamente dipende dalle opere. Siamo stati anche a Vienna e all'opera di Parigi a vedere dei balletti interessanti." "Non dovresti...." Iniziò papà. "Sono i miei nipoti." Disse subito perentoria Mette. "Non dovreste intromettervi." Concluse battendo le mani. "Bene, se mi permettete vorrei ritirarmi nelle mie stanze." Ci disse. "Anche io andrei a dormire." Dissi effettivamente stanco. Alle mie parole tutti assentirono, avevo acquisito un potere che non mi piaceva molto, far capitolare le persone con una sola parola.
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