Chapter 2

1045 Words
PrologoL’idea, invero balzana assai, era frullata in capo all’editore. Consisteva in una serie di interventi per dare testimonianza, della propria esperienza di romanziere, ai giovani allievi del corso di Letteratura Moderna, su invito dell’Università degli Studi “Avalon” di Castellammare di Stabia. L’aereo era partito da Genova Sestri Ponente alle 17,35 e l’atterraggio era previsto per le 18,50 nell’aeroporto di Napoli Capodichino. Rispetto ai voli intercontinentali, ai quali Learco s’era abituato, quella era una passeggiata breve e rilassante: nei voli nazionali il panorama della bella Italia è visibile e tiene compagnia. Una considerazione era balenata in mente allo scrittore, mentre sorvolava il paesaggio della terra campana: «I campi ben coltivati e di colore differente, l’uno attaccato all’altro, sembrano una coperta patchwork .» Il panorama era diverso da quello offerto dalle grandi città viste dall’alto che, con i loro fabbricati svettanti protesi a mordere il cielo, parevano tanti presepi in chiave moderna. L’altoparlante di bordo stava annunciando l’arrivo: l’aereo era puntuale. Recuperata l’unica valigia consentita -peso tassativo: venti chilogrammi- Learco si diresse verso l’uscita. Una delegazione d’insegnanti lo stava attendendo: esibivano, per farsi riconoscere, un cartello col nome “Learco” scritto con caratteri di stampa, in bella vista. Lo scrittore si diresse verso di loro. «Benvenuto, benvenuto Learco Learchi!» disse una voce dal tono argentino, che poi proseguì: «...oddio che emozione! Sono una vostra lettrice ed ammiro il vostro stile ed il modo con il quale sapete dipingere le situazioni.» Quel “voi” datogli a posto del “lei” ricordò a Learco il vezzo, tipico dei campani, nell’usarlo nei confronti delle persone che ritenevano essere “di rispetto”. Chi parlava era una signora, bionda ed ancora piacente con due bellissimi occhi da Circe, che gli altri chiamavano, con molta deferenza “la preside”. Era la capo-gruppo di quella rappresentanza della “Avalon”, l’Università degli Studi di Castellammare di Stabia, accreditata presso quella Statale di Napoli “Federico II”. «Dice davvero? Le sono piaciuti i miei romanzi?» chiese Learco, un poco sorpreso che le sue cose scribacchiate, tanto per passare il tempo tra un quadro dipinto e l’altro, potessero destare l’interesse di una professoressa: addirittura quello della presidente di una università. «Mi sono piaciuti… eccome! Ho letto anche tutte le vostre poesie…» aggiunse con enfasi, quasi eccessiva. «Non sono poesie! Son versi liberi scritti a rotta di collo» volle sminuire lo scrittore, un poco rintronato da quelle lodi eccessive. «Ho letto quello che voi scrivete di voi stesso e del vostro lavoro: chiamatele come volete, ma a me hanno preso il cuore. La tristezza dei vostri versi denuncia brucianti esperienze vissute sulla pelle della propria anima, di fronte alle quali non si può restare insensibili.» Un’accoglienza del genere non se la sarebbe aspettata, davvero.. Era partito da Genova per compiacere l’editore ed incontrare dei giovani allievi della Università di Castellammare di Stabia. Durante il tragitto, sull’automobile della preside fino al Campus, questa gli confidò un’altra cosa. «Conosco il vostro editore e per mesi l’ho tempestato di telefonate perché voi poteste accettare l’invito a venire qui da noi a parlarci delle vostre esperienze, ma anche del vostro ultimo romanzo.» Learco cominciava a capire molte cose: l’insistenza dell’editore affinché partisse e la sua presenza avevano solamente lo scopo di promuovere la vendita dei suoi romanzetti e null’altro. L’incontro con i giovani allievi del Corso di Letteratura Moderna, altro non era che una scusa. «Bene! Visto che sono in ballo… non mi resta che ballare, giocando le mie carte al meglio.» si disse Learco, un poco indispettito dal tiro mancino giocatogli dal suo editore. In effetti aveva in mano un asso, due donne e due scartine di nessun valore. Poco dopo giunsero al Campusdel “R.A.S.” - la fondazione Restoring Ancient Stabiae - all’interno del quale si inseriscono: “L’Istituto Internazionale Vesuviano, ed un’altra Università locale, l’Oratorio Salesiano e le sue dipendenze, nonché la struttura alberghiera di accoglienza. Al bancone della reception, una volta registrati i suoi documenti, un’affascinante ragazza con i capelli neri e begli occhioni blu gli consegnò la chiave della sua suite. «La cena verrà servita alle venti» gli disse la ragazza, con un sorriso accattivante che pareva essere pieno di promesse. «Sarebbe bello cenare con te, mia giovane sirena, figlia di Poseidone» si sorprese a pensare, maliziosamente, Learco, mentre rimpiangeva di non avere trent’anni di meno. Guardando l’orologio da polso, calcolò d’avere giusto il tempo per disfare il bagaglio e prendere una doccia. Le strutture del Campus erano state proprietà dei Padri Salesiani, che le avevano volute quale centro di aggregazione ed insegnamento, fin dagli anni settanta. Cambiando, poi, la politica internazionale dell’istituzione religiosa, erano state cedute alla Fondazione italo-americana “R.A.S.” con il vincolo che l’oratorio, con annessa la cappella, gli impianti sportivi e le attività salesiane potessero proseguire immutate e che ai dipendenti, dell’intero complesso, fosse garantito il posto di lavoro. La parte alberghiera conta di 200 posti letto in 20 camere singole. 73 doppie e 5 multiple. Si aggiungono: un teatro con 300 posti, una sala conferenze da 200, 5 aule di studio, un’aula magna, una biblioteca, i laboratori, gli uffici amministrativi ed un ristorante con 160 coperti. Altri servizi quali quello di navetta -per e dalle Terme Stabiane- e quello di lavanderia oltre all’accesso rapido e gratuito ad Internet completano il complesso. Il tutto sorge sul pianoro del Solaro circondato dai monti Pendolo e Faito nonché dal monte Coppola, ai piedi del quale si trova la “Reggia di Quisisana” voluta, in quel paradiso delle acque curative, dai re Borbone. Learco gettando un’occhiata, dall’ampia vetrata della propria camera, non poté fare a meno di abbracciare la vista del parco fiorito e del sottostante porticciolo affacciato sul golfo dal mare color cobalto intenso. «Altro che dare spettacolo di me nell’aula magna! Questo è un luogo di meditazione e relax che ispira: ne profitterò per dare inizio alla stesura del mio prossimo romanzo.» Lo scrittore aveva deciso, così su due piedi, che il nuovo romanzo l’avrebbe titolato “Açúcar e Café”: i prodotti che avevano fatto, nei tempi andati, la ricchezza del Brasile. Con la narrazione di avvenimenti contemporanei in sovrapposizione a quelli antichi, avrebbe appassionato, ancora una volta, il lettore con altre interessanti vicende brasiliane.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD