Italia – Castellammare di Stabia (Na). Campus della Fondazione R A S, Venerdì 18 maggio 2012. “Nel parco”Per scrivere, non disturbato, aveva scelto un angolino del parco dove aveva scovato una presa di corrente elettrica per l’alimentazione del suo computer portatile. Learco aveva innanzi lo splendido scenario che il Mar Tirreno gli regalava con i suoi colori sempre cangianti a seconda dell’inclinazione dei raggi del sole. L’aria era tiepida rendendo piacevole il bearsi di quel dono del creato.
«Anche nelle cose semplici, il Signore dell’Universo ha voluto infondere la propria grandiosità» si disse, mentalmente, mentre cercava di raccogliere le fila di quel nuovo romanzo che aveva deciso di scrivere.
«Vediamo un po’! Di che cosa scriverò, questa volta?» era una domanda fin troppo scontata: il tema stava inserito, tutto, nel titolo da lui già scelto.
«Açúcar e café: zucchero e caffè, parole che richiamano alla mente molte cose.»
Learco cominciò a vivere nella fantasia l’epopea brasiliana delle immense fazendas dei Baroni dello zucchero e dei Colonnelli del caffè. Già le sue orecchie parevano sentire una lontana musica afro-brasiliana scandita al suono dei tamburi. Le vibrazioni di quel ritmare di strumenti, tribali, a percussione prendevano il plesso solare: era la “musica Axé”! Cosa vuol dire “Axé”? Axé è energia: la forza vitale dell’essere e delle divinità, che scioglie i sensi che esprime l’augurio dal quale una persona attinge energia vitale. Nel linguaggio popolare Yoruba sta ad indicare “buona energia”. Nella filosofia del Candomblé indica il potere di far accadere le cose. Rappresenta il comando spirituale, il potere dell’invocazione, la preghiera, il ringraziamento e la luce della Deità che, in tal modo, diventa accessibile agli uomini.
«Per la verità, la manifestazione più popolare della Cultura Axé è proprio la sua musica. La musica popolare brasiliana che è un sound ispirato alle religioni africane, nato circa una ventina d’anni fa…» si disse lo scrittore che poi continuò a considerare: «…essa fonde insieme samba, reggae, funky, rock e pop. Si è sviluppato nello Stato di Bahia, nella generale confusione degli stili ritmici e musicali del grande calderone culturale baiano. “Musica Axé” rappresenta una definizione per gli stili suonati principalmente nelle strade con il pandeiro e il caxixi; due tipici strumenti. È suonata da gruppi come: “Companhia do Pagode” e “Harmonia do Samba”. Mescola il ritmo, accelerando la musica axé, con lamelodia della pagode. Il samba-reggae, origine della musica axé, è caratterizzato dalla tipica batucada, un ritmatissimo concerto di percussioni.» Anche se -ai tempi in cui i fatti che voleva descrivere- ancora, non esisteva quella musica, a Learco piaceva immaginarsela, quale sottofondo di percussioni, a commento delle sue descrizioni. Stava ancora digitando sulla tastiera del computer portatile, quando venne distolto da una voce che non gli era del tutto sconosciuta: era quella de “la preside”.
«Che cosa state scrivendo di bello?» chiese la docente di una delle due Università locali.
«Sto abbozzando un nuovo romanzo» rispose Learco senza distogliere lo sguardo dal monitor.
«Un nuo-o-o-vo romanzo scritto qui, a Castellammare di Stabia? Oddio che emozione!» esclamò la donna che subito dopo, chiese con un poco di timidezza: «scusate, Learco, mi consentite di dare un’occhiata… posso leggere ciò che avete scritto?» Lo scrittore annuì col capo, ruotando verso di lei il computer e contemporaneamente facendole cenno di sedersi su una sedia, lì accanto.
Mentre la preside leggeva, lo sguardo dello scrittore era intento a registrarne le espressioni del viso. Voleva, forse, intuire i commenti che nella mente dell’insegnate stavano formandosi, ma ahimè non possedeva il dono della lettura nel pensiero che taluni personaggi, da lui inventati, avevano. Una domanda della preside lo riportò alla realtà.
«Che strumenti sono il pandeiro e il caxixi... come sono fatti?» chiese, curiosa, l’insegnante.
«Sono strumenti musicali utilizzati, anche, per accompagnare le evoluzioni dei capoeiristi.»
«Capoeiristri… chi sono costoro?» chiese, nuovamente, con aria stupita da quel termine a lei sconosciuto.
«La Capoeira di Angola, questo è il suo nome completo, è una disciplina che unisce in sé la fluidità della danza, l’abilità acrobatica, la teatralità del gesto, la forza del canto e il ritmo pulsante delle percussioni in un continuo e ricco scambio tra gruppo e individuo. La Capoeira è un gioco di finezza, abilità e destrezza nell’incontro con l’altro, con il piacere e la forza del gioco. La si gioca all’interno di una roda -il cerchio- al pulsare del ritmo del berimbau, dell’agogo, del pandeiro, e dell’atabaque: strumenti tipici della capoeira. Al canto intonato dal suonatore del berimbau, risponde il gruppo in coro, mentre al centro due capoeiristi giocano e fingendo di lottare, danzano.
Il berimbau è costituito da un’asta di legno flessibile alla quale viene data una forma arcuata dalla tensione dell’arame -il filo di acciaio- fissato alle due estremità ed ha come cassa di risonanza il guscio di cabaça - una zucca secca- fissata nella parte inferiore dello strumento. Ci sono tre tipologie di berimbau determinate dalla grandezza della cabaça: gunga -è il più grande- viola -è il più acuto- e poi -médio- il cui nome non ha bisogno di spiegazioni.»
«Interessante, ma non mi avete detto come sono fatti il pandeiro e il caxixi» lo interruppe la preside.
«Ha ragione, mi perdoni! Ora ci arrivo» rispose lo scrittore che riprese la spiegazione interrotta dalla donna: «… il pandeiro è un tamburello con dischi tintinnanti diffuso anche in Italia. Nelle regioni centro-meridionali lo si usa per accompagnare le danze popolari come la tarantella. Ilcaxixi, invece, è un cestino di vimini intrecciati chiuso alla base da un cerchio di scorza di zucca che, all’interno, contiene dei semi o delle piccole conchiglie. L’agogo è uno strumento formato da due campane di metallo coniche saldate ad una forcella. Viene percosso da una bacchetta di legno o di metallo. L’atabaque, infine, è un tamburo simile alla conga, ma dalla forma molto più allungata.»
Learco pensava di aver finito, quando: “zacchete!” un’altra domando gli arrivò tra capo e collo. La preside, man mano che apprendeva, si dimostrava sempre più desiderosa di apprendere ancora maggiormente.
«Perdonatemi se approfitto, Learco, ma voi spiegate così bene che per me, che non so nulla del Brasile, voi siete un pozzo di preziose informazioni» disse la donna, quasi a scusarsi della domanda successiva.
«Dica… chieda pure» rispose lo scrittore che, già, aveva intuito quale fosse.
«Ma come nasce questa Capoeira?» La domanda era proprio quella che Learco si aspettava.
«La Capoeira di Angola è nata in Brasile come movimento di liberazione degli schiavi africani deportati nelle colonie spagnole e portoghesi. Dichiarata illegale, è solo negli anni '50 che viene riammessa all’interno delle palestre ginniche, grazie a due maestri: Mestre Bimba e al MestrePastinha. Il primo sviluppò quella tradizione formando le basi della nuova Capoeira cosiddetta Regionale; il secondo, restando fedele all’antica tradizione del gioco di malizia e alla conservazione del rapporto col sacro, fondò la prestigiosa “Academia de Capoeira da Angola”.»
«Allora è una lotta… con colpi mortali!» L’esclamazione suonava come quella di una persona un poco allarmata.
«Lo sarà stata, probabilmente all’inizio, ma poi i tempi sono cambiati. La Capoeira è stata per molto tempo, oltre che una lotta, un movimento di liberazione degli schiavi africani in Brasile e oggi è conosciuta in tutto il mondo come arte marziale brasiliana: è un “gioco-lotta” in cui non esiste vincitore né vinto e che sottolinea la relativa importanza della forza fisica rispetto alla precisione tecnica e alla capacità di applicarla nel gioco. Definita da alcuni la “lotta dei deboli”, non per la mancanza di efficacia quanto per l’elevato potenziale di adattabilità che ha per ogni persona o situazione. La Capoeira è arte, è filosofia di vita. Non prevede limiti di sesso o di età. Il costante accompagnamento musicale di canto e strumenti crea un clima rilassato che favorisce l’unione totale tra mente e corpo. L’importanza della strategia ne fa un’arte marziale di istinto e riflessione allo stesso tempo. La Capoeira valorizza naturalmente le doti individuali del praticante, insegna l’autostima, il rispetto e la disciplina, sviluppa la coordinazione motoria, il senso del ritmo e dell’armonia, aumenta riflessi ed elasticità, porta ad ottenere buona forma fisica e controllo fisico ed emotivo.»
«Tutto mi sarei aspettata oggi, ma non il fatto di apprendere tante cose da un dotto brasilianista come voi…» disse ridendo la preside, che poi aggiunse: «… potremmo organizzare, qui in una delle due università, un corso sul Brasile! Cosa ne pensate?» Quel che pensava, Learco non lo disse, ma appariva evidente dall’espressione del suo volto, che, per lui, un’esperienza in aula come docente gli stava bastando.
«Non penso di essere all’altezza di tanto onore. Come lei sa non sono un insegnante e già ho qualche difficoltà a tener a bada i ragazzi del corso nel quale sono stato coinvolto dal mio editore» rispose con sincerità, ammettendo i propri limiti.
«Non crediate di esservela cavata, poi, tanto male! I ragazzi sono entusiasti del vostro modo di condurre l’incontro. Hanno apprezzato molto il vostro fare anticonformista nonché l’impostazione di dialogo con domande e risposte» gli confidò la preside, guardandolo, sorridente, mentre faceva un cenno di approvazione. Lo scrittore non si sarebbe mai aspettato, da un’insegnante di tal fatta, una prova di tanta simpatica stima.
«Le sue parole mi rinfrancano, ma… è una grande fatica insegnare qualcosa ai giovani d’oggi.»
«A chi lo dite! Anche io mi trovo, spesse volte, in difficoltà. I giovani d’oggi sono svegli: sempre attenti alle sfumature e le loro domande danno da pensare. Nonostante i molti anni d’insegnamento, come le dicevo, anch’io mi trovo spiazzata, ma sono convinta che dovremmo imparare, noi vecchi del mestiere, dal vostro modo di proporvi.» Lo squillo del telefonino cellulare, della donna, interruppe quella chiacchierata e Learco fu grato all’ignoto interlocutore che stava dall’altro capo della linea. La preside lo salutò frettolosamente: era costretta ad andar via di corsa.