Capitolo 1 - Perché proprio a te?Sul terrazzino del ristorante affacciato sul mare delle Tremiti, insieme ai pochi clienti, c’era anche un gatto persiano che pareva apprezzare parecchio la cucina di Michelina, probabilmente molto generosa con lui; come un grande ruffiano, però, non mancava di strusciarsi alle gambe degli sconosciuti per ricevere un extra. Per cominciare, Rosario aveva chiesto un’impepata di cozze di cui era goloso, mentre Elisa aveva optato per un piatto di Palamito condito con olio, aceto, capperi e prezzemolo. Erano le dieci quando si erano seduti e avevano poco più di un’ora per cenare prima di prendere l’ultimo pseudo traghetto della giornata per tornare indietro.
«Cavolo, è già tardi. Se continua di questo passo dovremo seriamente prendere in considerazione la possibilità di percorrere a nuoto quei cento metri che separano le due isole» disse lei guardando l’orologio Cartier che aveva al polso e di cui non si liberava neppure di notte. La bella e intraprendente ragazza era sicura del fatto suo e certa di possedere ottime armi per convincere qualche pescatore a dare loro un passaggio. Avevano innescato un gioco seducente che apprezzavano parecchio, capace di renderli complici e in sintonia. Sfiorandolo con un piede opportunamente coperto dalla tovaglia, gli ricordava che chiunque avrebbe affrontato anche il mare più impervio pur di accontentarla e Saru cominciava a sentirsi stretto nel suo abito di lino immacolato che metteva in risalto la sua carnagione scura e le forme curate da anni di pesi e footing. Tra un ammiccamento e una battuta giunsero infine a una sorta di accordo in base al quale avrebbero preso in considerazione l’estrema ipotesi solo se si fossero trovati in una situazione disperata, magari se avessero mangiato così tanto da non riuscire a farsela a nuoto.
Le cozze e il Palamito, con il delicato rumore delle onde sullo sfondo, si mostrarono all’altezza delle aspettative e tutto faceva pensare che il risotto di mare, chiesto da entrambi, sarebbe stato il giusto coronamento della cena. Come suo solito Saru si era raccomandato con la giovane cameriera chiedendole di insistere con il cuoco per una porzione abbondante. La ragazza, pugliese come lui, aveva mostrato con un sorriso di aver capito.
«A dire il vero noi abbiamo una cuoca, ma glielo farò presente ugualmente» gli disse recandosi subito verso la cucina dopo essersi segnata l’ordinazione. Saru ne aveva apprezzato l’inaspettata spigliatezza, che contrastava con la sua evidente sbiadita personalità, e si preparava a gustare una bella portata di riso, un alimento di cui era sempre stato molto goloso. Purtroppo, con suo grande rammarico, era stato costretto a ricredersi praticamente subito di fronte a una minuscola porzione, neanche ben guarnita, in cui l’attesa di una vivace composizione con il rosso e saporito sugo di Puglia, i gamberetti sanguigni, le vongole veraci e il prezzemolo verde brillante, si era materializzata in un rosa smorto che gli aveva quasi spento l’appetito, la cui morte definitiva era arrivata dopo il primo boccone. Per la delusione gli sorse la triste sensazione che la cuoca, per dispetto, gli avesse propinato un risotto di quelli congelati. Un affronto se ci si trova a mangiare praticamente sul mare, dove da un momento all’altro un pesce potrebbe saltarti nel piatto direttamente dall’acqua, ma ancor più per uno come lui, sempre pronto a gustare la sua amata cucina pugliese. Decise a malincuore di mangiare lo stesso quell’obbrobrio riportando alla mente il pranzo del giorno prima che era stato una festa per il suo esigente palato. Mauro gli aveva condito un sostanzioso e succulento piatto di spaghetti con un ottimo sugo preparato al momento con aragosta, scampi, dentice e pescatrice e aveva innaffiato il tutto con dell’ottimo vino locale.
Mentre a fatica tirava su la forchetta, riflettendo se fosse opportuno commentare con tono sarcastico la portata con la cameriera o recarsi direttamente in cucina per una piazzata alla cuoca, un urlo agghiacciante gli fece venire i brividi mandandogli di traverso il boccone. Per calmare la tosse bevve d’un fiato un bicchiere di acqua minerale, poi lanciò uno sguardo verso la fidanzata, asciugandosi le lacrime per mettere a fuoco l’espressione interrogativa di lei. Si guardò intorno, incrociando gli occhi atterriti e sperduti degli altri commensali sulla terrazza e si alzò di scatto.
«Dove vai?» gli chiese Elisa spaventata.
«Vado a vedere cosa è successo» rispose Saru.
«Ma dove?».
«Non lo so, penso da quella parte, così mi è sembrato» rispose indicando un luogo indeterminato.
«Che ti importa? Non siamo mica a Bologna. Siamo in vacanza, non devi lavorare» provò a dirgli, ma le era bastato guardare gli occhi per percepire il suo cambiamento d’umore, come se qualcosa dal profondo dell’animo si fosse impossessato di lui e gli avesse imposto di indossare i panni del cronista che va all’attacco di una notizia. Saru lasciò dei soldi sul tavolo, presi in fretta dal portafoglio, per dirigersi verso la scalinata che conduceva alla fortezza limitandosi a esortarla a pagare perché tanto il risotto faceva pure schifo e la fame gli era passata. Si era allontanato solo dopo aver buttato giù un altro bicchiere d’acqua, più che per la sete per levarsi dalla bocca il pessimo sapore di quel piatto che gli avevano rifilato. Sentiva di dover andare da qualche parte, ma non conosceva la destinazione, quindi si mise a correre facendosi guidare dall’istinto.
Attraversò il viale con le palme e raggiunse la chiesa di Santa Maria, fiancheggiata a destra dalla muraglia e che termina all’alta torre quadrata. In giro non c’era anima viva; passando si fece un veloce segno della croce e imboccò il chiostro alla destra della chiesa romanica, lo attraversò di corsa e raggiunse la zona archeologica immersa nel buio. Conosceva la strada, ma nelle tenebre tutto sembrava modificato e adesso che si era infilato in quel vicolo cieco, senza neppure una torcia, percepì dentro di sé i brividi della paura; non sapeva più cosa fare. Cominciava a montare in lui la certezza di aver fatto una grossa cazzata. Aveva il fiatone e siccome era abituato a fare footing almeno tre volte a settimana, ebbe la netta sensazione di essere in procinto di fare i conti con un attacco di panico, una sensazione che non aveva mai vissuto prima di quel momento.
D’istinto cominciò a guardarsi intorno e soprattutto alle spalle. Nella zona archeologica dell’isola di San Nicola regnava il silenzio e non si sentiva neppure lo sgradevole ronzio di una zanzara. Provò a fare qualche passo in avanti a caso e rimpianse ancor di più di essere lì quando all’improvviso un gabbiano, forse spaventato da qualcosa, spiccò il volo passandogli davanti. Non riuscì a trattenersi e cacciò un urlo di terrore. Quasi in contemporanea udì il rumore di qualcosa che cadeva in acqua ma non ci fece caso più di tanto, pensò a una pietra rotolata dalla roccia; dopo essersi ripreso dallo choc proseguì.
Poteva udire l’ondeggiamento del mare in lontananza, l’unico suono che lo circondava, e pensò di non essere lontano dalla torre del Cavaliere di San Nicola, sotto alla quale si apriva la grande “tagliata” nel sasso vivo che permetteva al mare di infiltrarsi e dividere il castello dallo scoglio di San Nicola di fatto isolandolo per non offrire quel lato a un attacco nemico. Il cuore gli batteva all’impazzata e lui continuava a guardarsi intorno e alle spalle senza sapere da cosa avrebbe dovuto difendersi. Pensò che non fosse improbabile che qualche malintenzionato si trovasse nei paraggi e potesse aggredirlo, così si chinò e raccolse da terra un sasso; proprio in quel momento cominciò a udire dei lamenti che diventavano sempre più forti. Avanzava verso quei suoni indistinti, spaventato senza vergogna dall’ignoto, ma allo stesso tempo animato da una forza che lo spingeva a proseguire per capire cosa fosse successo. Non poteva fermarsi e chiamare aiuto con il cellulare: aspettare avrebbe potuto significare perdere attimi preziosi per qualcuno in difficoltà. Non correva più, camminava a passo svelto cercando di aguzzare la vista e fu così che tra le tenebre riuscì a mettere a fuoco qualcosa di bianco che si muoveva.
Per qualche istante gli si ghiacciò il sangue e si guardò intorno temendo per la propria incolumità. Aveva tanta paura, ma la curiosità di capire cosa stava accadendo era molto più forte. Proseguì per alcuni metri e nel voltarsi per guardarsi alle spalle per l’ennesima volta inciampò finendo sopra una persona distesa a terra che indossava un paio di pantaloni bianchi. Era finito su una donna, quella era la sua unica certezza in quel momento, favorita dalla morbidezza della pelle e dal seno.
Si appoggiò a terra come poteva, per non pesare su quel corpo disteso e quando si tirò su sentì di avere le mani umide e appiccicose; nello strofinarsele addosso per asciugarsele avvertì che anche i vestiti erano umidi in un paio di punti. Fu allora che avvertì l’odore dolciastro e stomachevole del sangue fresco e questa consapevolezza gli giunse come un pugno violento allo stomaco. Fece appena in tempo a girarsi dall’altra parte prima di vomitare. In quel momento ebbe la certezza di essere al centro di un tragico evento anche se non riusciva a capire che cosa avesse quella donna; e di certo il buio non lo aiutava.
«Mi dica qualcosa, che le è successo? Riesce a parlare?» urlò verso quel corpo che emanava flebili lamenti, forse più per fare coraggio a se stesso che per prestarle realmente soccorso. Sperava che da un momento all’altro qualcuno sarebbe giunto per aiutarlo e questo pensiero in qualche modo sembrava placare il suo cuore; aveva bisogno di un momento di lucidità per poter riflettere sul da farsi.
Una vampata di calore lo colse all’improvviso e cominciò a grondare sudore ma, nonostante l’agitazione, estrasse il cellulare dalla tasca e si mise a premere i tasti all’impazzata cosicché lo schermo si accese e illuminò la scena: la donna, sdraiata sul fianco destro, leggermente rannicchiata, gli voltava le spalle e con un filo di voce gli chiese aiuto; poi morì. Saru le poggiò due dita sul collo, non sentì il battito e capì che non c’era più nulla da fare. L’odore del sangue era molto forte, gli aveva invaso le narici e gli stava soffocando la mente; grazie alla luce del cellulare gli parve di capire che la ferita fosse all’addome e dall’ampia chiazza determinò che fosse piuttosto profonda.
All’improvviso l’agitazione lasciò il posto alla razionalità e si convinse che la cosa migliore fosse lasciare tutto com’era, per non contaminare la scena del crimine, nonostante vi fosse finito dentro. Gli sembrava di sentire il sangue dappertutto, persino in faccia e sui capelli e non capiva come avesse fatto a sporcarsi in quel modo. Continuava a guardarsi intorno, senza vedere nessuno e gli pareva una situazione inspiegabile e assurda: quel grido agghiacciante era certamente stato udito in tutta l’isola. Man mano che il tempo passava e i suoi occhi iniziavano ad abituarsi al buio e il suo olfatto all’odore del sangue, fu in grado di avvertire una fragranza che gli sembrava di avere già annusato in un’altra circostanza. Un improvviso quanto inspiegabile presentimento lo spinse ad abbassarsi di nuovo sulla donna morta per annusarne il profumo e per cercare di guardarla bene in faccia grazie alla luce del telefonino.
Con il passare dei minuti quel corpo senza vita gli diveniva sempre più familiare. Aveva già accarezzato quelle forme, seppure di sfuggita, e quelle labbra anche se assaporate furtivamente gli avevano comunicato sensazioni molto piacevoli, cariche di attesa per future soddisfazioni che aveva momentaneamente riposto in un angolo della mente. Rimase per qualche istante senza pensare ad altro, sapendo che lei non avrebbe mai udito le sue parole e forse neppure colto il turbamento che in quel momento metteva in subbuglio il suo animo.
«Nooo… Lucia!» gridò con il cuore che tornava a battergli con una violenza ancora maggiore di prima, mentre un sentimento di orrore si impossessava del suo animo.
«Perché proprio a te, Lucia?».