Capitolo 3 - Lo scoop-2

2706 Words
«Ok. Senti, ma nu dire troppe cose». «Perché? Tantu quiddu ca sacciu ieu nun’è ca ruvina le indagini»14. In parte rassegnato perché contro un giornalista si può fare sempre poco e in parte preoccupato per quanto era accaduto e per il lavoro che c’era da fare, il maresciallo troncò quella conversazione privata per rientrare nella sua sfera di pubblico ufficiale. «Hai ragione pure tu. Però io ancora non ti ho sentito a verbale». «E che cambia? Le cose che scrivo escono domani sul giornale. E ieu stanotte te cuntu tuttu e te firmu lu verbale»15. «Va bo’. Fanni ce buei, ma nun te movere te cuai»16. «Non mi dire che hai trovato un compaesano? Voi siete veramente dappertutto…» osservò il collega che aveva ascoltato tutto per telefono e che non aveva capito molto di quanto si erano detti i due salentini in trasferta. Tante volte aveva assistito in redazione alle telefonate in stretto dialetto salentino di Saru, ma sentirlo in un dialogo dal vivo gli pareva una cosa nuova, ne avvertiva la differenza sostanziale, come quando ti fai convincere a mangiare una pizza surgelata abituato come sei a fare un salto alla pizzeria con il forno a legna che hai sotto casa. E Saru dal canto suo si divertiva a scrutare le facce perse e le espressioni interrogative dei suoi colleghi che lo ascoltavano volentieri carpendo di tanto in tanto il significato di qualche parola. Per tutti le telefonate dialettali di Saru rappresentavano una sorta di cabaret, un momento di svago in una giornata magari impegnativa o noiosa. «È stato bellissimo ascoltarvi, ma non ho capito niente. Che cazzo vi siete detti?» gli chiese Giacomo. «È lungo spiegartelo adesso. Le lezioni di lingua, per quanto fondamentali visto che impareresti la cultura della Magna Grecia, le facciamo un’altra volta. Ora pensiamo all’articolo. Hai già parlato con il capo?». «Tutto a posto. Le locandine le abbiamo già preparate…». «Che avete scritto?». «Turista bolognese ammazzata alle Tremiti». «Perfetto. Come vi siete organizzati con lo spazio?». «Abbiamo spostato una pagina di politica e la nera va in terza. Ho eliminato un po’ di cose che avevo scritto e ho lasciato mezza pagina di apertura. Ti va bene?». «Ok». Finito di scrivere il pezzo e chiuso il giornale con una notizia bomba, i due colleghi si trattennero a parlare per qualche minuto. Saru aveva ancora un po’ di tempo prima che gli investigatori del Reparto operativo di Foggia e il magistrato di turno, che stavano raggiungendo l’isola a bordo di un elicottero, lo mettessero sotto torchio con le domande di rito. In fondo non era solo l’unico testimone, o quantomeno colui che era giunto sul posto del delitto per primo, ma poteva in teoria essere anche un probabile indiziato. In casi come questi, in effetti, nulla viene mai lasciato al caso e anche le ipotesi che in teoria o per logica potrebbero sembrare le più strampalate non vengono lasciate cadere del tutto in mancanza dei necessari riscontri. Insomma, per Saru non si profilava certamente una situazione facile perché, se era vero che era al ristorante quando aveva udito l’urlo della donna, nessuno al momento poteva ancora escludere che l’avesse uccisa lui. «Mi spieghi come hai fatto a finire in questa storia?» gli chiese il collega incuriosito. Saru gli spiegò che il tutto era accaduto mentre stava mangiando ma era consapevole che il collega sarebbe andato oltre con le domande. «Come facevi a conoscerla?». «Cazzo, lasciamo stare! Sono disperato. Ma pensa te che sfiga!». «Dai, racconta» insistette il collega che in parte aveva capito, ma preferiva sentirselo dire dal diretto interessato. «L’ho conosciuta ieri mentre facevo un giro dell’isola in barca. È stato un colpo di fulmine. Ci siamo guardati negli occhi e ci siamo piaciuti…». Così facendo aveva inevitabilmente acceso la morbosità dell’interlocutore che adesso voleva conoscere maggiori dettagli sull’incontro che gli pareva fosse stato piccante. «E poi?» lo interruppe il collega che invidiava la capacità di Saru nell’intessere rapporti interpersonali con una facilità che a lui faceva molto difetto. «E poi cosa?». «Che avete fatto?». «Cosa volevi che facessimo? Io ero con la mia ragazza e anche lei era in compagnia…». La scena del giorno prima scorreva davanti ai suoi occhi come un film e gli fece sentire un tuffo al cuore. Rivide la donna allegra e sorridente che lo interrogava, curiosa com’era di conoscere dei particolari del suo lavoro di giornalista. Rivide l’espressione maliziosa del viso di lei allorquando le aveva raccontato di avere conosciuto a un dopocena una donna che avevano scoperto essere un’amica comune e che, per uno strano gioco del destino, le aveva tanto parlato di un giornalista con cui aveva avuto una storia allegra e passionale. Lucia non poteva essere sicura che il protagonista maschile di quella relazione fosse lui ma Saru, da marpione, gliel’aveva fatto intendere lanciando nel discorso due o tre elementi a mo’ di esche che la donna aveva raccolto con gusto e consapevolezza. L’interlocutrice era rimasta affascinata da quell’uomo che teneva tanto alla discrezione e alla libertà di pensiero e azione, che le ripeteva continuamente l’importanza per una donna di trovare un partner che le facesse vivere delle emozioni senza la paura di ritrovarselo come stalker nel momento in cui avesse deciso di chiudere la storia. Saru la faceva sentire a suo agio perché le permetteva di parlare di tutto senza alcuna sovrastruttura o preconcetto, perché l’aveva ascoltata con interesse e perché avevano parlato dei tanti viaggi fatti visitando luoghi in cui erano stati entrambi. Infilare clandestinamente il suo biglietto da visita nel suo libro era stato l’inevitabile coronamento di una bella e interessante chiacchierata che li aveva trovati in sintonia e desiderosi di intraprendere un viaggio insieme dopo un’opportuna conoscenza che, per ovvie ragioni, sarebbe avvenuta a Bologna. «Vi sarete detti qualche cosa? Avrete parlato di qualche argomento?». «Mi ha detto chi era, di dov’era, cosa faceva nella vita. Io le ho parlato un po’ di me, del mio lavoro; abbiamo parlato di viaggi e ci eravamo ripromessi di continuare l’interessante chiacchierata a Bologna con calma, senza nessuno intorno che ci rompesse i coglioni, perché la mia donna era rosa dalla gelosia e anche il suo uomo sembrava alquanto infastidito. Per non creare imbarazzi abbiamo lasciato subito perdere la cosa fingendo di ignorarci per il resto della giornata, ma ti assicuro che è stato un vero peccato non essere stati liberi: avremmo di certo approfondito la nostra conoscenza subito. E ora invece niente. Che brutta fine» sospirò. «Non vi siete dati neanche un bacio? Conoscendoti mi pare strano» continuò il collega. «Lasciamo stare, che è pure arrivato l’elicottero con il magistrato e gli uomini del Reparto operativo. Piuttosto lascia un biglietto al collega di turno domani perché ci sarà da lavorare e di’ al capo che entro domani voglio sapere se devo restare qui per seguire il caso o se devo tornare al lavoro perché lunedì dovrei ricominciare». Saru aveva appena fatto in tempo a mettere a punto gli ultimi dettagli e a salutare il collega quando si sentì chiamare da una voce sconosciuta, di qualcuno che non era suo compaesano e che aveva la cadenza fredda di chi è nato e cresciuto all’ombra delle Alpi. «Sono io» rispose con uno sguardo interrogativo. «Sono il tenente colonnello Gianni Lelli, il comandante del Reparto operativo di Foggia» si presentò l’ufficiale con una cadenza tipica dell’Alto Adige che non gli fece una buona impressione. «Piacere colonnello, sono Rosario Santacroce». «Immagino che lei sappia che ha un po’ di cose da raccontarci» cominciò il colonnello senza neppure sforzarsi di mostrare un minimo di simpatia, rafforzando di fatto la non buona impressione che il giornalista aveva avuto all’inizio. «Mi rendo conto che sarà una notte molto lunga». «Venga che le presento il magistrato, la dottoressa Carla De Paolis». «Buonasera, sono Rosario Santacroce». «Mi pare di aver capito che lei è stato il primo a giungere sul luogo del delitto» gli disse la pm con un piglio quasi inquisitorio e un tono antipatico che non facevano presagire niente di buono e spinsero il cronista a chiudersi a riccio. «Sì, sono stato il primo ad accorrere sul posto non appena ho udito l’urlo della vittima». «Come mai si trova qui?». «Sono in vacanza, al mio ultimo giorno di ferie sull’isola, ma ho la certezza che resterò da queste parti ancora per molto». «Cosa glielo fa credere? Ha forse qualcosa da dirci e che sta nascondendo?». «Assolutamente, ma credo che sia molto probabile che il mio giornale mi chieda di seguire il caso. Scusi se non mi sono presentato prima, ma sono un cronista e lavoro a Bologna, la città della vittima». «Ci mancava solo il giornalista…» disse sospirando il magistrato contribuendo a innalzare il muro che il primo scambio di parole e i toni non certo amichevoli avevano già eretto. «Non mi dica che anche lei ce l’ha con la libera stampa» disse Saru senza ottenere risposta. «Con chi parlava prima al telefono?» domandò ancora la pm. «Non era il mio avvocato, dottoressa. Non ne ho bisogno» rispose il cronista che non riusciva a spiegarsi l’ostilità che il magistrato stava manifestando nei suoi confronti. «Non ha mica risposto alla mia domanda?». «Mi scusi se mi permetto, ma non mi pare che la conoscenza del mio interlocutore telefonico sia propedeutica alla comprensione e alla soluzione del caso» rispose Saru di fatto facendo deflagrare quello che fino a quel momento sembrava uno scontro solo potenziale e non certo da lui voluto. Per l’ennesima volta il suo carattere fumantino e poco incline alla diplomazia e il mancato rispetto da parte dell’interlocutrice di quelli che definiva principi di civiltà rischiavano di rendere difficile la situazione. La sua razionalità lo invitava a lasciar perdere lo scontro anche se era consapevole di non avere tutti i torti a rispondere per le rime all’attacco ingiustificato che stava subendo. Ma in fin dei conti quello che a lui doveva interessare maggiormente in quel momento era l’obiettivo, ossia raccogliere elementi e portare a casa la storia. «La invito, signor Santacroce, a cambiare atteggiamento perché non mi piace affatto e lo trovo per certi versi offensivo se non maleducato» rincarò la dose il magistrato. «Preferisco non risponderle perché penso che questo non sia né il luogo né il momento per discutere di educazione e rispetto che non sono certo mancati da parte mia. E anche se resto dell’avviso di non essere obbligato a dirle quello che faccio, prima ero in linea con il mio giornale». «Come mai?». «Sa com’è, sono un giornalista e ho assistito a un fatto di cronaca. Uno più uno fa due». «Fa lo spiritoso, Santacroce?». «Ho solo risposto alle sue domande». «Lo sa che non può parlare con nessuno?». «Perché?» domandò Saru conoscendo la risposta, la solita che gli veniva ripetuta in ogni circostanza. «Segreto istruttorio». «Ho solo raccontato il fatto, dottoressa. Nemmeno il minimo accenno a eventuali ipotesi investigative che tra l’altro non posso conoscere perché al momento non avete ancora cominciato». «Più tardi la ascolterò e metteremo a verbale le sue dichiarazioni, ora mi vuol raccontare a grandi linee quello che ha visto?». «Quando sono arrivato era tutto buio, non si vedeva nulla e sono inciampato finendo addosso alla donna che era in una pozza di sangue. Ho cercato di aiutarla, ma era praticamente morta». «C’è qualcuno che può confermare la sua versione, Santacroce?». «Suppongo tutti coloro che erano seduti al ristorante insieme a me e alla mia fidanzata quando abbiamo udito le urla della vittima. Prima di proseguire vorrei cambiarmi, questo odore di sangue mi fa venire il voltastomaco e avrei bisogno che facesse accompagnare la mia fidanzata sull’altra isola per procurarmi un cambio». «Colonnello, non faccia allontanare nessuno dei clienti del ristorante prima di aver raccolto le loro dichiarazioni» ordinò la pm. «Li ho già fatti accompagnare nella caserma della Guardia di Finanza sul molo» le rispose lui. «Allora vado a sentire quella gente in modo da mandarla a casa il prima possibile. Se avrà bisogno di me, colonnello, sono lì». «E i miei vestiti?» intervenne Saru. «Faccia accompagnare la fidanzata del signor Santacroce in albergo a prendere un cambio e ordini ai suoi uomini di prendere in consegna gli abiti sporchi di sangue. Quando si sarà dato una sciacquata venga in caserma anche lei». Saru mosse la testa in segno di assenso e si allontanò dal luogo dell’omicidio non prima di aver rivolto un ultimo sguardo al magistrato. Anche lei lo guardò dritto negli occhi quasi a voler raggiungere il baricentro della sua anima e carpire i suoi segreti semmai ve ne fossero. Nella sua mente cominciavano ad affollarsi tante domande sul conto di quella donna la cui austerità gli pareva solo una corazza indossata in segno di difesa. Probabilmente costruita dopo aver subito chissà quali affronti per via della sua prorompente bellezza; da qui la decisione di scoprire qualcosa in più su di lei. «Scusi colonnello, ma la dottoressa De Paolis è sempre così?». «È una donna molto tosta, conosce il fatto suo. Stia tranquillo perché è un magistrato serio». L’ultima frase dell’ufficiale lo lasciò perplesso: perché avrebbe dovuto sentirsi tranquillizzato dalle capacità del magistrato non avendo commesso alcun delitto? Saru però preferì tenere per sé quel dubbio senza esternarlo all’interlocutore. Voleva infatti godersi lo scoop dell’indomani e quindi non aveva voglia di smorzare l’entusiasmo con brutte scoperte per quanto irrazionali e illogiche dal suo punto di vista. E poi preferiva affrontare l’argomento con una persona della quale pensava di potersi fidare maggiormente in quel momento. Così decise di alleggerire i toni con un commento tipicamente maschile sulle qualità del magistrato: «Però è bona»17 disse al colonnello ottenendo un’inaspettata risposta che confermava la convinzione di Saru che quando si parla di donne si riesce quasi sempre a trovare un punto di incontro anche con chi può sembrare austero: «È davvero una bella donna e ha già fatto girare la testa a parecchi da quando è arrivata in Procura, ma la avverto: se per caso avesse una mezza idea, la fila è lunga». «Ma almeno scorre?». «Cosa?». «Dico, la fila scorre o l’attesa è inutile?» proseguì Saru che nelle sue relazioni con l’altro sesso non aveva mai dato importanza al tempo. «Non glielo so dire, a me non interessa partecipare a questa gara dal momento che sono felicemente sposato». «Di dov’è la De Paolis?». «Credo che sia romagnola, dovrebbe essere delle parti di Ravenna; è venuta qui per amore e fino a qualche anno fa era sposata con un suo collega di Lecce che poi l’ha lasciata». «Ci credo! Se faceva con lui come ha fatto con me poco fa è già un miracolo che siano arrivati alle nozze e che il mio compaesano non sia scappato prima» rispose sornione il cronista che era riuscito ad acquisire delle informazioni sulla donna e cominciava a dare qualche risposta alle tante domande che si era posto prima sul suo conto. «Ascolti Santacroce, ora è tempo di pensare alle cose serie. Qui abbiamo un omicidio e non è il momento di parlare di donne». «Mi scusi se mi sono permesso di divagare». «Quando si sarà cambiato mi raggiunga in caserma per mettere a verbale quanto ha raccontato poco fa al magistrato e a quel punto se ne potrà tornare a casa perché per il momento qui non ci sarà più bisogno di lei» si raccomandò il militare voltandogli le spalle per recarsi sul molo dove c’era la caserma della Finanza trasformata nel quartier generale. Lelli riuscì a fare appena due passi prima che il cronista lo fermasse per tentare un accordo. «Le vorrei proporre una collaborazione che, seppur nel rispetto dei ruoli, dia soddisfazione a tutti, a voi che indagate e a me che debbo seguire il caso. Sono disposto a venirvi incontro con il mio giornale se sarà necessario, ma lei mi deve promettere che mi aiuterà» gli propose Saru trovando dall’altra parte la piena disponibilità di chi non era la prima volta che per il bene delle indagini era stato disponibile a fornire qualche dettaglio alla stampa pur di amplificare i benefici del lavoro investigativo e dare soddisfazione all’abnegazione dei propri uomini. Subito dopo aver sancito l’accordo, mentre il colonnello si avviava in caserma per gli interrogatori, lo sguardo di Saru si concentrò sulla vittima che non era stata ancora coperta con un lenzuolo bianco. Per un momento sul suo volto soddisfatto comparve un velo di tristezza per quella bellezza sfigurata dalla morte e illuminata dalle potenti lampade alogene portate dai vigili del fuoco per illuminare la scena e permettere agli investigatori di repertare qualsiasi elemento ritenuto utile alle indagini. Note 1 Sciocco 2 «Avevo capito bene che non eri un forestiero» 3 «Perché tu di dove sei?» 4 «Io sono di Poggiardo» 5 «Ma dai compare. Sono contento di averti conosciuto. Però adesso abbiamo un grosso problema da risolvere» 6 «E infatti come vedi non mi sto arrabbiando. Tutto quello che vuoi, ma la telefonata al giornale me la devi far fare. È tardi e devono chiudere. Di qua non mi muovo e ti dico quello che vuoi. Ma fammi telefonare. Anche io devo pensare alla carriera» 7 «Ok, fai l’articolo ma non ti muovere. Fra un po’ arriveranno quelli del Reparto» 8 «Qual è il tuo cognome?» 9 «Così lo metto sul giornale» 10 «Lascia stare, non voglio guai» 11 «Ma che guai. Dico solo che le indagini le sta facendo la stazione di San Domino comandata dal maresciallo…» 12 «Lascia perdere per adesso. Davvero. Non voglio guai. Magari domani lo scrivi, ma oggi no. Sai che i capi non vogliono» 13 «Va bene. Scrivo solo della caserma e del Reparto. Va bene?» 14 «Tanto quello che so non rovina le indagini» 15 «Io stanotte ti racconto tutto e ti firmo il verbale» 16 «Va bene. Fai quello che vuoi ma non ti muovere da qui» 17 «Però è molto carina»
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