Capitolo 3 - Lo scoop-1

2004 Words
Capitolo 3 - Lo scoop«Sono Rosario» disse dopo aver composto il numero della redazione. «Che è successo? Che vuoi a quest’ora cufiu1?» gli rispose il collega di settore che in quel momento aveva come unico obiettivo una birra ghiacciata da gustare insieme ad altri colleghi, unico sfogo di quella sera contro la canicola che per tutto il giorno aveva frustato la città. «Avete già chiuso?». «Praticamente sì, perché?» gli domandò Giacomo. «Chi c’è come capo paranza stasera?». «C’è il redattore capo. Mi dici che cazzo è successo?». «Hai ragione, scusa... Ho un omicidio per le mani...». «Dai, non mi prendere per il culo. Ho appena fatto i giri e non mi hanno detto niente e la radio non dà segni di vita. Tutto tace» lo interruppe il collega che pensava a uno dei soliti scherzi di Saru. «È la verità, cazzo. Ce l’ho proprio tra le mani!». «Stai farneticando? Che c’è, hai preso troppo sole oggi?» proseguì più per sdrammatizzare che per altro perché in lui cominciava a serpeggiare l’idea che la serata con gli amici sarebbe saltata. «Te lo giuro. Sono qui con una donna morta ai miei piedi. L’hanno ammazzata...». «Hai chiamato le forze dell’ordine?» provò a chiedergli il collega non sapendo neppure lui cosa dirgli, preso dall’agitazione dell’interlocutore. «Macché, qui non arriva nessuno, sono solo come un cane; comunque ascolta, chiama il capo e digli di lasciare dello spazio perché abbiamo una notizia bomba: una donna di Bologna ammazzata...». «Dimmi che non mi stai prendendo in giro» si sincerò ancora Giacomo. «Porca troia, come te lo devo dire? Lasciami dello spazio, ci dobbiamo per forza aprire il giornale e vista l’ora credo che domani i nostri concorrenti si ritroveranno un siluro a testata nucleare. Basta che non facciamo come l’altra volta con lo stupro di Villa Spada». Nonostante la concitazione del momento, il pensiero di Saru si mise inspiegabilmente a galoppare aprendo uno dei tanti cassetti della mente in cui il cronista usava stipare ricordi, immagini, emozioni e parole che poi tirava fuori all’occorrenza. Qualche anno prima una ragazzina di sedici anni era stata violentata in un parco della città mentre era appartata con il fidanzatino e intorno a loro tanta gente trascorreva qualche ora di relax pomeridiano all’ombra degli alberi per ripararsi dal caldo improvviso che aveva colpito la città. In quei giorni Saru era in vacanza alle Eolie e, nonostante ciò, con il collega erano riusciti a trovare conferma del fatto. Ma si erano poi imbattuti nel capo che, inspiegabilmente, non aveva voluto saperne di pubblicare la notizia che per due settimane avrebbe tenuto inchiodata l’opinione pubblica non solo locale ma anche nazionale. «Cosa è successo? Fammi capire». «Te lo spiego in breve...» provò a raccontare Saru che però non riuscì a terminare la frase perché interrotto da una voce autoritaria e minacciosa. «Fermo dove sei! Lascia la ragazza e allontanati» gli urlò infatti un carabiniere, puntandogli contro la beretta d’ordinanza e una potente torcia che quasi lo stava accecando. «Cosa sta succedendo?» continuava a urlargli il collega dall’altra parte del cellulare senza ricevere risposta. «Stia calmo con quella pistola» gridò Saru alzando la mani. «Allontanati!» gli ripeté il carabiniere. «Ho capito, lo faccio, ma stia tranquillo. Occhio con quella pistola, sono un giornalista, stia sereno. Con questa storia non c’entro nulla. Stavo solo cercando di aiutare la signora, tranquillo». Temendo una reazione spropositata, Saru si muoveva lentamente; nel frattempo il collega continuava ad ascoltare quello che stava accadendo attraverso il telefonino lasciato furbescamente acceso. «Cosa hai fatto a quella donna, bastardo?» gli gridò contro con violenza un altro carabiniere appena giunto sul posto, ansimando a causa della salita e della corsa. «Io nulla, sta scherzando? Ho sentito le sue urla e sono corso a vedere cosa era successo. Tutto qui». In quel momento sentì salire alla gola il rimpianto di non essersi fatto gli affari suoi e cercò di sfuggire, parandosi con il braccio, alle due potenti lampade che lo stavano accecando. Continuava a chiedersi come mai nessun curioso fosse ancora giunto sul posto visto che di solito arrivano molto prima dei giornalisti. «Lo lasci stare, che cosa sta facendo, è impazzito?» disse la voce di Elisa dal buio con una provvidenzialità che, in un attimo di ilarità, ebbe la forza di paragonare alla signorina del Tom Tom che lo aiutava a ritrovare la retta via dopo aver vagato per mezzora in una selva più che oscura. «Finalmente! Ce ne hai messo di tempo per arrivare. Avevi perso la strada?» urlò Saru pervaso da un senso di soddisfazione, come chi è stato salvato in extremis. «Chi è lei?» chiese il carabiniere. «Sono la fidanzata del signore contro il quale sta puntando la pistola. Non faccia mosse avventate, lui non c’entra nulla, era con me fino a qualche attimo fa e glielo possono testimoniare tutti quelli che sono al ristorante» cercò di spiegare la donna con la sua caratteristica seraficità minata dal fiatone. Il collega di Saru continuava nel frattempo ad ascoltare incredulo dall’altra parte del telefono e quasi gli sembrava di udire uno di quegli sceneggiati che andavano in onda per radio molti anni prima, con le voci e i rumori che erano in grado di trasmettere sensazioni non visibili. Accanto a lui, di fronte all’apparecchio in vivavoce, da qualche minuto era giunto il redattore capo che, avendo intuito la portata della notizia, già si fregava le mani. «La signora ha ragione» aggiunse un vicino di tavolo, arrivato subito dopo Elisa. «Quell’uomo non lo conosco ma di sicuro era con noi al ristorante quando abbiamo sentito le urla. Non posso certo dire, però, se la donna fosse ancora viva quando è arrivato qui». Era un uomo che dall’aspetto dava l’impressione di fare l’insegnante, uno di quelli puntigliosi fino allo sfinimento e che solo per pietà divina riescono a tenere accanto la stessa donna per tutta la vita tanto sono noiosi e rompiscatole. L’uomo parlò senza curarsi del fatto che nessuno gli aveva chiesto nulla, tantomeno quelle inopportune puntualizzazioni che avrebbero fatto saltare la mosca al naso di Saru se lo sguardo di Elisa non lo avesse trattenuto con una smorfia di disgusto verso l’inopportunità di tali parole. «Perché è tutto sporco di sangue se non c’entra nulla?» domandò un carabiniere rivolto a Saru con eco sulla platea presente che stava aumentando e che, incuriosita, seguiva la scena. Saru lo guardò in maniera decisa e in tono sostenuto ribatté: «Glielo dico se la smette di puntarmi addosso quella maledetta pistola». «D’accordo, ma stia con le mani bene in vista». «Ma se non ho nulla». «Mi faccia vedere la mano destra». «È solo il cellulare». Mostrò il palmo con il piccolo e poco tecnologico attrezzo che usava per comunicare, cercando di non far vedere lo schermo illuminato per timore che l’altro si accorgesse che era acceso. «Stavo cercando di chiamare qualcuno in soccorso quando è arrivato lei». «Si sposti dal corpo e si metta in disparte. Resti a disposizione. Non può allontanarsi perché dobbiamo ascoltarla e mettere le sue dichiarazioni a verbale». «Le giuro che non so niente. So solo che questa donna si chiamava Lucia Benni. Credo che avesse quarant’anni; era di Bologna. Una turista bolognese in vacanza alle Tremiti». Nessuno gli aveva chiesto di parlare e lui sapeva benissimo che in casi come questi era meglio tacere, ma in quel momento era l’unico modo che gli era venuto in mente per far capire al collega al telefono cosa fosse accaduto. E nel parlare era stato bene attento a scandire le parole e a dargli il tempo di prendere appunti, così avrebbe avuto gioco facile per fare qualche ricerca in archivio o su Internet per capire chi era la defunta e buttare giù l’articolo che insieme avrebbero poi messo a punto prima della stampa. «Come fai a saperlo?» gli domandarono praticamente all’unisono sia il maresciallo che la fidanzata per ragioni diametralmente opposte. «Signora, mi scusi. Qui le domande le faccio io» disse il carabiniere rivolto a Elisa la cui espressione denotava un senso di rabbia misto a gelosia nei confronti di quel ficcanaso di Saru a suo insindacabile giudizio malamente propenso a dare confidenza alle estranee. «Perché è sporco di sangue?». «Sono inciampato mentre correvo nel buio e sono finito su di lei. Qui sembra un mattatoio, c’è sangue ovunque e ho pure vomitato». «Come fa a conoscerla?». «Già, come fai a conoscerla?» chiese anche la fidanzata intromettendosi per l’ennesima volta nel discorso, sempre più indispettita. «Era con noi sulla barca ieri, quella bella donna che prendeva il sole a prua e con la quale avevamo pure scambiato quattro chiacchiere di cortesia visto che dovevamo trascorrere una giornata tutti insieme» continuava a urlare Saru prodigo di elementi non tanto per giustificarsi quanto per dare un vantaggio al suo collega. «Come fai a sapere il cognome?» continuò a chiedere la donna per nulla disposta a rispettare l’ordine del carabiniere, ma completamente rosa di gelosia e intenzionata più a trovare conferme al suo dubbio che non ad ascoltare le spiegazioni di quell’uomo che ai suoi occhi appariva tanto piacente e piacevole quanto birichino. Gli altri militari, intanto, stavano isolando la zona con del nastro bianco e rosso per tenere lontani i tanti curiosi che si stavano riversando in quel punto dell’isola, per impedire che la scena del crimine venisse ulteriormente ‘sporcata’. «Ci abbiamo parlato per tutta la giornata e abbiamo pranzato insieme, mi pare più che normale che mi abbia detto il suo cognome». «Guarda caso io non l’ho sentito…» insistette la donna. «Ti sembra il caso di farmi una scenata di gelosia proprio ora che mi ritrovo con una persona morta ai miei piedi e con uno di fronte che minaccia di spararmi da un momento all’altro?». «Di dove sei?» chiese all’improvviso il maresciallo, che poi si scoprì essere il comandante della stazione di San Domino. «Sono di Lecce ma lavoro a Bologna». «Allora ia capitu bonu ca nun eri forastieru»2 gli disse in dialetto salentino rilassando il tono della voce con un gesto distensivo che contribuì a smorzare almeno in parte l’inevitabile tensione che si respirava in quel momento. «Percé tu te du si?»3 gli chiese il giornalista rincuorato da quell’atteggiamento meno provocatorio e più propenso a instaurare un contatto maggiore, attaccandosi a quel barlume di comunione linguistica che gli si presentava. In altre circostanze avrebbe mantenuto una certa diffidenza verso lo sconosciuto consapevole che avrebbero potuto usare contro di lui quanto avrebbe detto, ma non lo fece perché avvertì la sensazione di non avere nulla da temere. «Ieu su te Puciardu»4 gli rispose il maresciallo. «Ma dai, cumpà. Su cuntentu ca t’aggiu canusciutu. Però mo tanimu stu problema crossu te risolvere e poi ho bisogno di un po’ di tempo per levarmi di dosso questo sangue. I vestiti mi si sono appiccicati addosso e non riesco a togliermi dal naso questo odore dolciastro e stomachevole. Inoltre, devo dettare il pezzo al mio giornale»5. Saru si pentì subito delle ultime parole perché aveva avuto la sensazione di avere parlato troppo a causa dell’eccessiva confidenza, una cosa che ogni tanto gli capitava e che lo faceva molto arrabbiare con se stesso. «Paisà. Con tutto il rispetto, ma io non posso lasciarti andare. Scusami, ma tu al momento sei l’unico indiziato. Mi spiace ma ne va del mio culo e se sanno che ti ho mollato mi spediscono a spalare merda fino alla pensione che non so neppure quando potrà maturare e sono sicuro che tu capisca che non ne ho la minima intenzione. Ho anche la carriera da salvaguardare, se non voglio prendere una pensione da morto di fame». «Hai ragione, scusa, come ti chiami?». Saru, ripreso fiato, pensò di tentare un’altra tattica. «Me chiamu Giuseppe». «Senti Pippi. Tu hai ragione. E infatti nun me ‘ncazzu. Sta ci viti no? Tuttu quiddu ca vuei, ma la telefonata allu giurnale me l’hai fare fare. È tardu e quiddi annu chiutire. Ieu te cuai nun me mou e te ticu quiddu ca vuei, ma famme telefunare. Puru ieu aggiu panzare alla carriera»6. «Va buenu. Fanni l’articulu, ma nun te movere. Fra picca rrivane quiddi tu Repartu»7. «Senti, comu faci te cognome?»8. «Perché?». «Cusì lu mintu subra lu giurnale»9. «No, no lassa stare. Nun boiu vuai»10 gli rispose il maresciallo che pure apparve quasi solleticato all’idea di apparire sulle prime pagine di un giornale, sulla cronaca nera in bella vista nazionale, così il giornalista rincarò la dose. «Ma che cuai? Ticu sulu ca le indagini le ste face la stazione te San Dominu cumannata tu marasciallu...»11. «Lassa perdere pe moi. Taveru. Nun boiu vuai. Magari crai lu scrivi, ma osce none. Sai ca li capi nun bolune»12. Il senso della ragione e del dovere prevalse e non lasciò spazio a trattative che portassero a mettere in risalto la sua immagine in divisa anche se ne sarebbe stato orgoglioso dopo tanti anni di oscuro quanto prezioso lavoro al servizio dei cittadini. Era bravo nel suo lavoro e la gente si rivolgeva a lui con la consapevolezza che avrebbe trovato una soluzione dettata dal buon senso se proprio il diritto non fosse giunto in soccorso. «Va bonu. Scriu sulu te la caserma e te lu repartu. Va buenu?»13.
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