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PRIGIONE DORATA Di Ana

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Blurb

Ana Miller, ventidue anni, pensava di poter finalmente sfuggire alle grinfie della sua madre manipolatrice. Ma in una sola frase, il suo futuro crolla: viene venduta a Ethan Coop, un miliardario freddo e autoritario, per un matrimonio senza amore. Strappata dai suoi sogni, spogliata dei suoi averi, rinchiusa in una lussuosa villa che assomiglia a una prigione, Ana scopre che dietro le pareti di marmo e i sontuosi giardini si trova un mondo di regole implacabili, sorveglianza costante e umiliazioni calcolate.Tra Angélique, la madre predatrice, Izzy, la crudele governante, ed Ethan, l'uomo che crede alle bugie, Ana deve lottare per preservare ciò che le è rimasto: la sua dignità. Ma proprio quando tutto sembra perduto, emerge una verità inaspettata. Ethan scopre che Ana non è la bugiarda come cui è stata descritta, ma una giovane donna impegnata e coraggiosa che dedica la sua vita ad aiutare le vittime e i bambini svantaggiati.In questa guerra silenziosa, dove ogni sorriso è una minaccia e ogni gesto una strategia, Ana deve scegliere: sottomettersi... o resistere. Ed Ethan, deve affrontare le proprie certezze. Perché a volte, la prigione più bella può diventare il palcoscenico di una rivolta.

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La catena invisibile
Ana Sono sdraiata sul mio letto, gli occhi fissi al soffitto. Le crepe nella vernice serpeggiano sopra di me, sottili, capricciose, come linee tracciate da una mano invisibile. Le osservo, le seguo con lo sguardo, le collego tra loro, come se formassero delle costellazioni. Come se, capendole, potessi leggerci una direzione, una via di fuga, una mappa verso un altrove dove potrei finalmente respirare. Il silenzio della casa è denso, quasi irreale. Si allunga, avvolge i muri, si insinua nel mio petto. È pesante, ma stranamente rassicurante. Non ci sono urla, né rimproveri, né passi che sbattono violentemente sul pavimento. Niente. Solo questa calma fragile, sospesa. Una giornata ordinaria. È raro. Una giornata in cui nulla viene a spezzare la monotonia della mia esistenza, in cui posso semplicemente… esistere. Senza tensione. Senza paura immediata. Inspiro lentamente. L’aria è tiepida, quasi immobile. Scivola nei miei polmoni, ma non calma del tutto quel tremore discreto che attraversa il mio corpo da settimane. Una vibrazione sorda, costante, come se tutto il mio essere fosse in allerta, pronto a incassare un colpo da un momento all’altro. Chiudo gli occhi per un secondo. Solo un secondo. E poi— «Ana, scendi subito!» La voce squarcia l’aria. Sobbalzo, il cuore si contrae violentemente nel petto. La calma si frantuma in mille pezzi, come vetro infranto. Non resta nulla. Solo l’eco stridente di quel grido che risuona ancora nelle mie orecchie. Non ho nemmeno bisogno di aprire gli occhi per sapere. Mia madre. Ogni richiamo è un ordine. Una minaccia nascosta. Uno schiaffo invisibile che mi ricorda il mio posto. Sento già il mio corpo irrigidirsi, i muscoli tendersi come se mi stessi preparando a un impatto. Non ho scelta. Mi raddrizzo lentamente, come se ogni movimento pesasse più del precedente. I miei piedi nudi toccano il parquet freddo e un brivido mi attraversa subito. Il contatto è brutale, reale. Mi ancora al momento. Mi alzo. Un passo. Poi un altro. Le mie dita si chiudono sulla ringhiera delle scale. Il legno è gelido, liscio, quasi ostile. Scivola sotto il mio palmo, non mi offre alcun conforto. Scendo, gradino dopo gradino, con quella strana sensazione che non sto solo scendendo una scala… ma che sto sprofondando da qualche parte. Verso qualcosa che non capisco ancora, ma che temo già. Ogni passo risuona. Ogni passo mi avvicina. Quando arrivo in salotto, li sento subito. La sua voce. Acuta, tagliente. E un’altra. Maschile. Mi blocco per una frazione di secondo sulla soglia. Il mio sguardo scivola verso di loro, esitante. — Ana, finalmente ci onori della tua presenza. La sua voce è carica di un fastidio teatrale. Gira leggermente la testa verso l’uomo accanto a lei, mostrando un’espressione falsamente stanca. Ma vedo i suoi occhi. Brillano. Di una soddisfazione fredda. Calcolata. — È troppo chiedere che tu ascolti e obbedisca, per una volta? Abbasso subito lo sguardo. Sostenere il suo è esporsi. È darle un appiglio. — Buongiorno… mi dispiace… mamma. La parola mi brucia la gola. Non dovrebbe fare male. Dovrebbe essere dolce. Rassicurante. Ma con lei è amara. Falsa. Vuota. Una madre dovrebbe amare. Proteggere. Consolare. Lei non fa nulla di tutto questo. Manipola. Controlla. Distrugge sorridendo. Un movimento attira la mia attenzione. L’uomo si alza. La sua presenza cambia l’aria. Letteralmente. Come se la stanza si restringesse attorno a lui. — Buongiorno, mi chiamo Ethan Coop. Sono lieto di conoscerla, signorina Miller. La sua voce è grave. Controllata. Troppo controllata. Ogni parola è posata con precisione, senza vera emozione. Alzo leggermente gli occhi. I suoi capelli neri sono impeccabili, tagliati con una precisione quasi militare. I suoi occhi azzurri mi fissano, penetranti, freddi. Non mi guarda davvero… mi valuta. Sento un brivido risalire lungo la schiena. È imponente. Troppo vicino. Troppo presente. Mia madre sorride. Un sorriso che conosco fin troppo bene. — Ethan è qui per il tuo matrimonio. Oggi andrai a casa sua. Il mondo vacilla. Non mi muovo più. Non sento più nulla per un secondo. Solo un ronzio sordo nelle orecchie. — Il mio… cosa? La parola esce da sola. Fragile. Incredula. Matrimonio. No. Non è possibile. Ho ventidue anni. Ho dei progetti. Delle idee. Una vita che cerco, in qualche modo, di costruire nonostante lei. E con una frase… tutto scompare. Ethan avanza. Il suo profumo legnoso invade lo spazio. È troppo vicino. Indietreggio istintivamente, la schiena quasi contro un muro invisibile. — Non serve preparare la valigia. Tutto ciò che ti serve è già nella tua stanza a casa mia. La sua voce taglia l’aria. Senza appello. — Ma… perché? La mia voce trema. Lo odio. — È chiaro, no. Inclina leggermente la testa. — Vivrai da me. Firmerai un contratto di matrimonio. In pubblico saremo una coppia perfetta. In privato… sarai obbediente, discreta, rispettosa. Ogni parola è una catena che si stringe intorno a me. — Se una regola verrà infranta… ne subirai le conseguenze. Il freddo si insinua in me. Lentamente. In profondità. Le mie dita si stringono nel tessuto del vestito. — Io… non andrò a letto con lei! E non voglio nemmeno sposarmi! Il silenzio cala. Poi lui ride. Una risata secca. Vuota. Crudele. — Come se fossi una santa… Le sue parole mi colpiscono. — Hai due minuti. Scarpe e cappotto. Poi partiamo. Mi volto verso mia madre, disperata. Cercando una crepa. Un dubbio. Qualcosa. Ma non c’è nulla. Solo quello sguardo duro che mi ordina di tacere. Cedo. I miei passi sono meccanici mentre risalgo le scale. Il parquet scricchiola sotto i miei piedi, come se protestasse al posto mio. — Vado a prendere il mio computer e il tablet… — NO. Mi blocco. La sua voce esplode come un tuono. Il cuore si ferma per un secondo. — Scarpe e cappotto. Il resto resta qui. No. Non questo. Tutto tranne questo. Le mie cose… non sono solo oggetti. Sono rifugi. Strumenti. L’unico modo per mantenere un minimo di controllo. Me li stanno portando via. Ancora. Le lacrime salgono, offuscano la vista, ma le trattengo. Mi rifiuto di piangere davanti a loro. Mi vesto in fretta. Troppo in fretta. Il maglione di cashmere blu scivola sulla mia pelle. I jeans neri. Le mie Converse consumate. Il cappotto di seconda mano. Ogni vestito è una protezione inutile. Scendo. La porta è lì. Così vicina. Mia madre si avvicina. Apre le braccia. Indietreggio istintivamente. — Rispetto, Ana. La voce di Ethan ringhia dietro di me. Chiudo gli occhi per un secondo. Poi cedo. Le sue braccia mi avvolgono. Il suo profumo mi disgusta. La sua pelle contro la mia mi fa venire voglia di fuggire. — Grazie per il bel pacco di soldi che mi fai guadagnare. Non mi mancherai. Le sue parole mi trafiggono. Non sono niente. Nient’altro che una transazione. Mi allontano. La porta si apre. L’aria fredda della notte mi colpisce il viso. Brutale. Viva. Attraverso la soglia. Lascio quella casa. Ma lo so. Non sono libera. Passo da una gabbia a un’altra. Eppure… Dentro di me, qualcosa si rifiuta di spegnersi. Una fiamma fragile. La mia dignità. E quella… Nessuno me la porterà via.

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