Capitolo 1

2549 Words
CAPITOLO 1 Con apprensione crescente, Jaguin percorse il lungo corridoio interno dell’edificio in cui lui e la sua accompagnatrice erano appena entrati. Passò attentamente lo sguardo sulla zona, alla ricerca di pericoli. La sua avrebbe dovuto essere una missione semplice: proteggere la compagna del principe Creon, Carmen Walker-Reykill. Il problema era che non c’era nulla semplice quando si trattava di quell’inusuale femmina umana. Personalmente, lui si sarebbe sentito molto meglio se Creon si fosse limitato a legare Carmen e lasciarla a bordo della nave spaziale o al ranch di proprietà del loro alleato umano, Paul Grove. Soppressa quella sensazione, Jaguin scrutò nuovamente le pareti interne della casa di Javier Cuello, cercando qualunque tipo di sensore o arma che potesse avvertire l’umano della loro presenza. Non c’era nulla, tranne legno scuro e lucido e pareti biancastre. Qualche quadro ravvivava l’atmosfera, ma non c’era altro che Jaguin potesse distinguere. Il maschio umano che stavano cercando era ridicolmente sicuro di sé, convinto che i pochi uomini che aveva ingaggiato lo avrebbero protetto. Ciò avrebbe potuto essere vero contro nemici umani, ma i soldati che pattugliavano la zona o facevano la guardia nelle alte torrette esterne non erano paragonabili a Jaguin, Gunner, Creon e i loro simbionti. Loro non venivano da quel mondo, ma da Valdier, un pianeta alieno distante anni luce. I valdier erano una specie di mutaforma draconici famosa nel suo sistema stellare per la ferocia in battaglia. Non c’era voluto molto per sbarazzarsi degli uomini all’esterno prima di passare all’interno della casa di Javier Cuello. Ciascun guerriero valdier era composto non da uno, ma da tre entità, che formavano una forza letale contro i loro nemici. Il primo componente era l’uomo, la forma secondaria era quella del suo drago e il terzo componente era il suo simbionte. Insieme lavoravano come una squadra per sconfiggere qualunque minaccia. Era il modo in cui la Dea li teneva in equilibrio. La loro maledizione era che tutti e tre dovevano accettare una femmina perché ella diventasse la loro vera compagna. Un’impresa quasi impossibile, considerato quanto sono cocciuti e selettivi il mio simbionte e il mio drago, pensò Jaguin con un sospiro di rassegnazione e accettazione. Spostò lo sguardo ancora una volta sulla femmina che aveva accanto. Per un attimo, fu attraversato da un’ondata di invidia. Lui e molti altri su Valdier avevano perso la speranza di trovare le loro vere compagne. Il numero delle femmine non accoppiate su Valdier si era ridotto sempre di più nel corso dei secoli, lasciando la maggior parte dei guerrieri con una disperazione crescente di non trovare mai una compagna, in mancanza della quale il bisogno di accoppiarsi del loro drago li avrebbe fatti impazzire. Potevano solo sperare di morire in battaglia prima che ciò accadesse. Jaguin comprendeva fin troppo bene quei sentimenti e la preoccupazione crescente. Il fatto che al momento faticasse a controllare il suo drago dimostrava che per lui si stava avvicinando il momento di tornare alla sua casa nelle montagne. Avrebbe dovuto confessare agli anziani che era giunto per lui il momento di trapassare. Jaguin aveva sperato di trovare una vera compagna fra le umane, proprio come era successo a Creon e ai suoi fratelli. Aveva cercato nelle ultime settimane, ma nessuna delle femmine che aveva visto da lontano aveva risvegliato il suo drago o entusiasmato il suo simbionte. Era ora di ammettere che non era destino per lui trovare una compagna nel corso di quella vita. Quello non era il primo viaggio dei valdier su quel pianeta, anche se lo era per Jaguin. Zoran Reykill, il capo dei valdier, aveva scoperto quello strano e meraviglioso mondo dopo essere sfuggito alla prigionia da parte di un gruppo di traditori il cui scopo era riaccendere le ostilità fra valdier, curizan e sarafin. La spedizione successiva aveva avuto lo scopo di recuperare Paul Grove, il padre della vera compagna di Kelan Reykill. Ma questo viaggio era diverso. Questa volta, erano sulla Terra in modo che Carmen Reykill potesse chiudere i conti con l’uomo che aveva ucciso il suo precedente compagno e suo figlio non nato. Jaguin comprendeva il bisogno di vendetta di Carmen. E conosceva anche i pericoli insiti in una missione del genere. Spesso, le emozioni scorrevano potenti in situazioni come quella e potevano portare a compiere errori letali. Era responsabilità di Jaguin e di Gunner assicurarsi che nulla accadesse a Carmen. Se l’umana fosse morta, la stessa sorte sarebbe toccata al loro principe. Nessuno sopravviveva alla morte del proprio vero compagno. A rendere la situazione ancora più complicata era il fatto che Carmen era vistosamente incinta. L’uomo in Jaguin voleva proteggerla, mentre il drago voleva rinchiuderla in una stanza imbottita dove nulla poteva toccarla. L’ondata di disagio che scorreva in lui crebbe, artigliandogli le viscere come faceva il suo drago quando lacerava la carne della preda. Jaguin sentiva tanto il simbionte quanto il drago che premevano contro di lui. Qualcosa non andava. La sensazione si fece più intensa man mano che si avvicinavano al complesso. Le scaglie gli percorsero a onde la pelle sotto la camicia, segno visibile dell’agitazione del suo drago. Qualcosa non va, ringhiò improvvisamente il drago dentro di lui. Odore di sangue. Jaguin riusciva quasi a sentire il gusto metallico nell’aria. Preoccupato, lanciò una rapida occhiata a Creon Reykill. Creon ricambiò la sua occhiata guardinga con un cenno a malapena percettibile. Anche lui aveva sentito l’odore. Jaguin avvertì l’agitazione del simbionte che si muoveva accanto a lui. Il corpo della creatura luccicava, riflettendo i colori del corridoio, ed essa continuava a cambiare forma come se non sapesse esattamente cosa aspettarsi. Da solo, quel fatto bastò ad acuire la preoccupazione di Jaguin per la femmina delicata ma feroce fra lui e Gunner. “Non mi piace,” borbottò sottovoce Gunner. “Creon, credo che uno di noi dovrebbe accompagnare lady Carmen fuori da qui.” “No,” sibilò Carmen, fissando la porta in fondo al corridoio che una giovane femmina umana aveva indicato silenziosamente quando loro erano entrati nell’edificio. “Devo andare fino in fondo.” “Non allontanarti,” ringhiò sottovoce Creon. “Ricorda la promessa che mi hai fatto, Carmen.” Jaguin vide lo sguardo di Carmen intenerirsi per un momento quando lei si voltò a guardare Creon. “Lo farò. Te lo prometto,” sussurrò. “Al primo segno di pericolo, portala via,” mormorò Creon a Jaguin prima di voltarsi verso la porta. “Apri!” ordinò al suo simbionte con un cenno della mano. In un lampo, il corpo dorato schizzò in avanti, sfondando la spessa doppia porta in fondo al corridoio. Il corpo del simbionte si trasformò, formando lunghi tentacoli che si protesero e si avvolsero attorno agli uomini nella stanza. Jaguin si fece avanti per schermare Carmen con il suo corpo mentre Gunner prendeva posizione alle spalle dell’umana. La prima cosa che colpì Jaguin quando entrarono fu il fortissimo odore di sangue. Il suo simbionte lo oltrepassò a gran velocità e lui avvertì una profonda fitta di dolore nel sentire la sua agitazione. L’intensità di quel sentimento lo lasciò stordito e lui vacillò fisicamente prima di riprendersi. Il suo sguardo passò sulla stanza prima di immobilizzarsi con orrore sulla figura appesa afflosciata a una struttura rozzamente costruita. Il corpo della snella femmina umana era coperto di sangue. La sua testa penzolava in avanti, facendo sì che la lunga e folta treccia di capelli biondi le nascondesse in parte il viso. Le sue braccia erano tese a un’angolazione dolorosa, sostenendo il corpo e peggiorando notevolmente la tortura. Una rabbia soffocante colpì Jaguin, seguita da un’ondata intensa di dolore inaspettato. Lo shock lo immobilizzò per un momento. La rabbia era comprensibile… ma il dolore? Trasse un respiro tremolante quando il suo simbionte si voltò verso di lui. Sentiva la sua invocazione di aiuto. Il suo drago voleva raggiungere la donna. In quel momento, lui comprese la loro potente reazione. Aveva finalmente trovato ciò che aveva cercato per secoli. Nostra compagna! ruggì sofferente il suo drago. * * * Sara Wilson era aggrappata al filo sottile della vita come un cane affamato a un osso. Aveva ormai oltrepassato il dolore; la sua mente era immersa nella nebbia. Conosceva a sufficienza il corpo umano da sapere che il suo non era ancora pronto ad arrendersi. Il suo cuore era ancora giovane e forte. Era il suo spirito che stava lentamente svanendo. Era a malapena cosciente. Parte di lei aveva paura di cedere all’oscurità che annebbiava gli angoli del suo campo visivo. Temeva che, se lo avesse fatto, non si sarebbe svegliata mai più. Voleva vivere, nonostante quello che le stava succedendo. Le dolevano le braccia per la fatica di sostenere il suo peso. Sara non poteva farci nulla; le sue gambe si rifiutavano di continuare a reggerla. Parte di lei rimpiangeva di non aver alzato di più la voce quando aveva dato degli schifosi codardi agli uomini nella stanza, che non avevano le palle per affrontarla uno alla volta. La parte sana di mente del suo cervello la rimproverava per averli provocati. Emma l’aveva avvertita. La ragazza più giovane le aveva rivolto parole balbettanti e tormentate, ammonendola a non opporsi agli uomini. “Ti uccideranno come hanno fatto con quell’altra ragazza,” aveva sussurrato Emma. “Ti picchieranno e ti lasceranno guarire prima di picchiarti di nuovo. Non resistere. Quando lei ha resistito, l’hanno uccisa.” In seguito, Emma si era zittita, rifiutando di parlare. Sara capiva il perché. Era la sua seconda sessione con quei bastardi folli. La prima volta, aveva ascoltato Emma e aveva tenuto la bocca chiusa. Gli uomini avevano riso quando l’avevano picchiata la prima volta. Il volto, le braccia e il torace di Sara mostravano ancora i segni di quelle percosse. Mentre Cuello la percuoteva, l’aveva chiamata con il nome di un’altra donna: Carmen… Carmen Walker. Sara non sapeva chi fosse quella donna; sperava solo che il bastardo non la trovasse mai. L’odio nello sguardo di Cuello, nelle sue parole, in ogni sua azione, rendeva facile capire che voleva uccidere Carmen. Lei ed Emma erano, sfortunatamente, un misero rimpiazzo. Sara aveva cercato di restare zitta quando la guardia l’aveva spinta nella stanza, davvero, almeno finché non aveva capito quello che avevano in mente. La guardia aveva preso Emma per prima. Sara non era riuscita a sopportare il pensiero che la donna più giovane e delicata venisse frustata. Si era opposta… e aveva perso. Sara aveva maledetto gli uomini, cercando di liberarsi dai legacci. Quando i primi colpi di frusta avevano impattato con la sua carne, lei aveva urlato, ma poi aveva stretto le labbra dopo essersi resa conto che più lei gridava, più Cuello rideva. Il suo silenzio aveva reso furioso l’uomo, ma qualunque cosa lui facesse, lei aveva taciuto, sfruttando ogni grammo della sua straordinaria testardaggine. Sara aveva coltivato quella caratteristica nel corso di un’infanzia circondata da dieci “cugini” maschi – solo la metà dei quali era realmente imparentata con lei – in una casa infernale. Sua madre l’aveva avuta da giovane. Era stato facile abbandonare Sara a casa della sorella maggiore e fingere che non fosse mai nata. Sua zia aveva cinque figli maschi, ma prendere bambini in affido era proficuo. L’unica femmina, Sara, era stata ficcata nell’attico della vecchia fattoria, assieme agli scarti e alla paccottiglia dimenticata. Sara aveva imparato due cose importanti nel periodo trascorso fra le colline degli Appalachi: stare fuori casa il più a lungo possibile e non mostrare mai la paura. Era cresciuta lottando per avere gli avanzi al tavolo della cena, fra le altre cose. Quando alcuni dei maschi, due dei quali erano suoi parenti, avevano pensato che sarebbe stato divertente giocare al dottore, Sara aveva imparato a combattere con i pugni, i calci e qualunque altra arma a sua disposizione. Quando aveva protestato con sua zia e suo zio, entrambi le avevano dato della combinaguai in cerca di attenzioni e l’avevano trascinata nell’attico per darle modo di pentirsi. Sara era uscita dalla finestra ed era scesa calandosi dalla vecchia cisterna accanto alla casa. A sedici anni, Sara se n’era andata di casa senza guardarsi indietro. Un’insegnante, durante il decimo anno di scuola, le aveva fatto capire la libertà che avrebbe potuto trovare se si fosse concentrata sulla propria istruzione. Sara lo aveva fatto, non fermandosi prima di realizzare il suo sogno di indipendenza. Aveva conseguito il dottorato in Fitoterapia e Botanica. Era l’unica cosa buona che era uscita dalla sua infanzia: il tempo trascorso fra le piante, coltivando il fascino per ciò che erano e per i loro possibili usi. Sara non sapeva cosa avesse fatto cessare quella spaventosa tortura, ma ne era grata. Il suono di un’esplosione la riportò indietro dall’orlo dell’oblio. Cercò di sollevare la testa, ma ci voleva più energia di quella che le era rimasta per farlo. Invece, sperò vagamente che l’esercito colombiano avesse fatto irruzione per fermare Cuello. Ne dubitava, ma una parte distaccata del suo cervello si aggrappava a quel cocciuto desiderio. Un vago suono di artigli sul legno lucido attirò la sua attenzione. Sara costrinse i suoi occhi ad aprirsi ed ebbe l’impressione di aver visto un lampo dorato. Un gemito vagamente udibile le sfuggì mentre si afflosciava, sottoponendo le sue braccia già allungate a ulteriore sforzo. “Tiratela giù,” disse una voce alle sue spalle. Quella speranza cocciuta sbocciò un’altra volta. La sessione era finita. Sara sperava solo che ciò non significasse che era il turno di Emma. La paura si levò dentro di lei, che lottò debolmente contro i legacci. “No,” protestò con voce debolissima. “Sei viva!” disse una roca voce maschile. Un altro gemito sfuggì a Sara quando i suoi polsi vennero delicatamente liberati e lei ricadde fra braccia dure e muscolose. Qualcosa di morbido e caldo si mosse sulla sua pelle, coprendole la schiena lacera. Quasi subito, il dolore svanì. “Non…” si costrinse a dire, incapace di aprire gli occhi per guardare l’uomo che la reggeva. “Cosa c’è, compagna mia?” sussurrò la voce. Il cervello annebbiato di Sara udì le parole, ma non le comprese. Ci voleva tutto quello che aveva dentro per rimanere cosciente nonostante la sensazione rilassante lungo la schiena. Qualunque cosa le avessero messo addosso stava portando via tutto il dolore, il bruciore e l’indolenzimento. Chissà se era una qualche pianta della zona. “Non… fate male a Emma,” concluse finalmente, costringendo il suo cervello stanco a tornare alla situazione presente. “Io… ce la… faccio.” Una mano calda e tranquillizzante le accarezzò il viso, ravviandole i capelli. Sara avrebbe voluto appoggiarci la guancia. La paura le diede uno strattone. E se quello era un altro trucco? E se volevano farle credere di essersi fermati, solo per ricominciare daccapo? La sua mente si infranse al pensiero e lei lasciò andare la debole presa che esercitava sulla propria coscienza. Il tepore la circondò mentre precipitava nell’oscurità nera come l’inchiostro. Per la prima volta in vita sua, per pochi brevi istanti, Sara si sentì al sicuro, protetta. Poi mollò la presa e un gioioso silenzio calò su ogni cosa. “Mai, mio fiero fiore. Mai più,” disse la voce. Sara non udì le parole. Se lo avesse fatto, la loro durezza l’avrebbe spaventata ancora di più. Una durezza non rivolta a lei, ma per lei. Una promessa di futuro.
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