CAPITOLO 2
Jaguin camminava avanti e indietro fuori dall’infermeria. Il suo simbionte era dentro con il guaritore, al lavoro per salvare la sua compagna. Avrebbe voluto restare, ma Tandor, il comandante del personale medico della nave, lo aveva cacciato, dicendogli che il suo simbionte era utile, ma che Jaguin era solo d’impiccio. Ci sarebbe voluto il lavoro di entrambi per tenere in vita la femmina.
Dopo essersi voltato, fece dieci passi verso sinistra prima di girare sui tacchi e tornare indietro. Non perdeva mai di vista la porta dell’unità medica. Le sue dita toccarono automaticamente il bracciale dorato sul suo avambraccio mentre attendeva con impazienza.
“Come sta?” domandò con voce roca, accarezzando il dorato metallo vivente.
Immagini della donna gli comparvero all’improvviso nella mente. Era sdraiata sul fianco. La sua schiena era coperta da un sottile strato del corpo dorato del simbionte, che la stava guarendo. Lo strato si dissolse e lui ebbe modo di vedere i grossi pomfi di carne sigillata e arrossata prima che un altro strato li coprisse. Il guaritore era al lavoro sulle altre lesioni.
Dolore, rabbia e angoscia si riversarono in lui. Sollevò la testa al rumore di passi. Guardò Gunner percorrere il corridoio nella sua direzione. Le labbra del suo amico erano strette in una linea sottile.
“Come sta?” chiese Gunner quando si fermò accanto a lui.
“È viva… a malapena,” rispose Jaguin, lasciando ricadere la mano dalla fascia simbiotica che portava al braccio.
“E l’altra femmina?” chiese Gunner con un pesante sospiro di sollievo.
Jaguin scosse la testa. “Non lo so,” ammise. “Mi sono concentrato solo su quella che ho portato a bordo io.”
“È comprensibile. Era quella ferita più gravemente,” rispose Gunner con un sospiro stanco. “Non capisco i maschi umani. Come possono trattare una cosa tanto preziosa, tanto fragile, in quel modo?”
“Non lo so,” ripeté Jaguin, appoggiandosi alla parete. “Come ti sei fatto quel livido? Non ricordo di averlo visto prima.”
Gunner sollevò una mano per massaggiarsi la mascella, sussultando quando toccò il punto sensibile sulla destra. La lesione sembrava nuova. Un barlume malizioso illuminò gli occhi di Gunner.
“Grazie alla preziosa e delicata femmina umana che ho preso con me. Ho cercato di rubare un bacio.” Gunner ridacchiò e si strinse nelle spalle. “Audrey mi aveva sfidato a provarci. Come avrei potuto resistere? Per essere una guaritrice e una femmina, sa picchiare molto duro. La prossima volta, quando mi avvertirà, le darò retta.”
Jaguin scosse la testa e un sorriso riluttante gli curvò le labbra prima di svanire ed essere sostituito da uno sguardo intenso. Lo spostò sulla porta dell’unità medica. Il ricordo delle parole della sua compagna lo tormentava.
“La femmina è la mia compagna,” disse con voce roca.
“Cosa?!” Il tono sconvolto di Gunner rimbalzò dentro di lui. “Sei sicuro?”
“Sì,” rispose a bassa voce Jaguin. “Il mio simbionte è con lei. Il mio drago è nervosissimo, proprio come me. È… difficile non esserle accanto.”
Gunner si massaggiò il punto rosso sul mento e fece una smorfia. “Sì, questo è vero,” mormorò, raddrizzandosi assieme a Jaguin quando la porta dell’unità medica si aprì.
“È…?” fece per chiedere Jaguin prima che la sua gola si stringesse. Trasse un respiro profondo e poi proseguì: “Come sta?”
L’espressione di Tandor era cupa quando annuì a entrambi gli uomini. Jaguin lo guardò passarsi stancamente una mano sul viso e massaggiarsi il mento prima che la mano gli ricadesse lungo il fianco. Il guaritore fece cenno a Jaguin e a Gunner di seguirlo nell’unità medica.
Jaguin avanzò, posando automaticamente lo sguardo sulla donna che giaceva in silenzio nel letto. Vedeva le spesse fasce di oro vivente al collo e ai polsi di lei. Il suo simbionte era seduto dall’altra parte del lettino, con la testa appoggiata alle immacolate lenzuola bianche. Piccoli fili d’oro vi fuoriuscivano, a sostituire i nastri sottili che ancora si muovevano sul corpo della femmina.
“È un bene che tu sia la sua compagna,” rispose a bassa voce Tandor, oltrepassando i due lettini verso la zona ufficio sulla sinistra. “Non sarebbe sopravvissuta senza il tuo simbionte a guarirla. La nostra scienza medica è molto avanzata, ma nulla può guarire il corpo come un simbionte.”
“E l’altra donna?” chiese accigliato Gunner. “Lei non è accoppiata.”
“Aveva un trauma cranico e altre lesioni,” ammise Tandor scuotendo la testa. “Sono riuscito a guarirne la maggior parte, ma nemmeno i nostri simbionti possono guarire una mente o un’anima spezzate. La femmina era cosciente, ma non ha mai parlato o reagito. Era come se solo il suo corpo fosse presente. Io posso valutare le ferite subite dalle femmine sul piano fisico, ma posso solo fare ipotesi sul danno subito a livello mentale. Il tempo ci dirà se sopravviveranno.”
“Questa deve sopravvivere,” ribatté Jaguin, voltandosi a guardare di nuovo attraverso il vetro trasparente dove giaceva la sua compagna. “È… È mia.”
Lo sguardo di Tandor seguì quello di Jaguin sul volto pacifico. “Lo so,” mormorò. “Dovrai essere paziente, Jaguin. Fino a quando non si sveglierà, potrò solo immaginare il danno subito dalla sua mente.”
Lo sguardo di Jaguin rimase fisso sul volto della giovane donna. Non sapeva nemmeno come si chiamasse. Somigliava a una pallida statua. Il suo respiro era così debole che lui riusciva a malapena a vedere il suo petto alzarsi e abbassarsi. Il suo simbionte si avvicinò, dando colpetti a un braccio snello.
Speranza e determinazione avvamparono dentro di lui quando il braccio della femmina scivolò sulla testa dorata. Sapeva che era stato il tocco del suo simbionte a far sì che il braccio si muovesse, ma lo stesso non valeva per le dita. Il calore lo invase mentre le dita della donna si chiudevano leggermente attorno al corpo liscio e setoso del suo simbionte.
“Aspetterò tutto il tempo necessario,” rispose Jaguin. La promessa riecheggiò profondamente dentro di lui.
* * *
Sara era di nuovo prigioniera dell’incubo dei suoi ricordi. Una piccola parte del suo cervello le diceva che quello era solo un ricordo, non la realtà, ma lei avrebbe potuto giurare di sentire la carne che si lacerava sotto ogni colpo della frusta. La sua mascella era così stretta che le dolevano i denti, ma lei si rifiutava di dare a Cuello la soddisfazione di sentirla urlare.
Il suo corpo si irrigidì per lo stupore quando un’ondata di calore la avvolse all’improvviso. Era un fiume di liquido dorato che lavava via la sofferenza e la tranquillizzava. Per un attimo, non riuscì a riprendere fiato. Era come se la stessero facendo a pezzi. Una parte di lei era rinchiusa nell’orrore della prigionia, l’altra era libera e un altro mondo si sollevò a circondarla.
La confusione la travolse mentre immagini vivide le esplodevano nella mente. Si aspettava che il ricordo la portasse a un’epoca in cui era bambina, oppure di nuovo in Colombia, al tempo in cui lavorava all’università locale. Invece, quel mondo era strano, diverso – in senso positivo – da qualunque altra cosa lei avesse mai visto.
Le sue dita si allargarono involontariamente mentre si protendeva verso l’erba alta. Era viola! Non aveva mai visto un’erba del genere in passato. La sua mano ne accarezzò la sommità. Le sue labbra si curvarono verso l’alto mentre essa le solleticava il palmo della mano. Il vago sorriso si trasformò in un cipiglio quando una nuova ondata di calore la colmò.
Che succede? Sono morta? si chiese, passando lo sguardo sulla radura.
No, elila, non sei morta. Stai solo dormendo, rispose una voce roca.
Mentre lei cercava di osservare tutto, il suo cuore martellava così forte che lei pensò sarebbe esploso. Il vago suono di un mormorio sommesso la accarezzò un attimo prima che sentisse qualcosa di freddo contro il collo. Nel giro di pochi istanti, il suo corpo si rilassò. Qualunque cosa le avessero dato la stava attirando più a fondo nella vasta fossa in cui lei era inconsapevolmente inciampata.
Mi nasconderò qui, pensò mentre il suo corpo atterrava in un morbido letto d’oro. Lui non mi troverà mai nel buio.