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2097 Words
La trovai seduta su una sedia a rotelle posizionata davanti a una grande finestra che dava su un piccolo giardino interno del palazzo. Aveva gli occhi aperti inespressivi, la bocca chiusa. I capelli erano una nuvoletta bianca ben pettinata. Indossava abiti comodi di jersey di cotone anche se era chiaro perfino a me che fossero di lusso. - Non parla quasi più. E non cammina – mi spiegò la Costantini. - Lo so... - - Come avrà modo di leggere sul suo contratto, il suo orario di lavoro sarà dalle otto del mattino alle nove di sera con due ore libere ogni giorno da concordare con il resto del personale della casa, visto che qualcuno dovrà sostituirla accanto alla signora Nerli. La domenica sarà sempre completamente libera. Qui c'è il protocollo dei farmaci da somministrare... nei primi giorni l'affiancherà Maria per i dosaggi - Maria era seduta su una poltrona con un libro in mano e, come scoprii subito dopo, era la persona che gestiva la notte. Poi percepii un impercettibile cambiamento sia in Maria che nella signora Costantini, Ettore Nerli era in piedi davanti alla porta. Le due donne tacquero e si congedarono come se stessero seguendo un copione studiato in precedenza. - Sono contento che abbia accettato il lavoro – mi disse lui. Non risposi. - Normalmente non vivo qui – mi spiegò lui – Vivo a *** in Emilia, allevo cavalli e ho un vigneto... devo però occuparmi della galleria d'arte di famiglia... - Perchè me lo stava dicendo? - Mi divido tra qui e casa mia... ma la Costantini ha tutti i miei recapiti per cui se ha bisogno può chiamarmi in qualsiasi momento... le persone che fino ad ora si sono occupate di mia madre erano tutte iperqualificate, ma la rendevano molto infelice... sempre che possa definirsi infelice una donna nel suo stato... - Io lo guardai perplessa. Perché allora mi sta assumendo gli dissero i miei occhi... e a quello sguardo feci seguire anche le parole, giusto per essere sicura che capisse. - Sono sicuro che un approccio dettato dal buon senso sia migliore per mia madre. La renderebbe più felice. È ridicolo? - - No - Mi trasferii a casa Nerli domenica sera. Non incontrai Ettore Nerli nemmeno in quell'occasione. Passai la serata a parlare con Maria per farmi istruire sui miei compiti. Preferivo imparare il più in fretta possibile e poi cavarmela da sola. Dopo aver ascoltato e preso appunti circa la complessa somministrazione dei farmaci, cercai la biblioteca di cui mi aveva parlato la signora Costantini, constatai che c'erano molti classici e tra questi tutti i russi. Erano in italiano, ma per cominciare potevano andare. Vidi Ettore Nerli solo dopo tre giorni che lavoravo lì. Mi accorsi di lui per caso, era in piedi appoggiato allo stipite della porta e stava osservando la scena: sua madre era seduta davanti alla finestra a bovindo mentre io, accovacciata sui cuscini, leggevo Tolstoj a voce alta, molto lentamente. Quando mi accorsi della presenza di Nerli, chiusi il libro e lo raggiunsi, ma prima passai accanto al lettore CD e accesi un brano di musica classica. - Come va? - mi chiese lui. - Bene. Credo – risposi. - Non lo sa? - - Non so come stava prima – spiegai. Abbozzò appena un sorriso. - Mi hanno detto che non esce tutti i giorni e che non sempre fa la pausa di due ore... - proseguì lui. - Non mi serve tutti i giorni - - Non direi... - - Non vedo come faccia a saperlo lei... - - So che è logorante stare con mia madre - Era l'errore che facevano tutti: pensare che io trovassi stressante quello che stressava più o meno tutti. Io ero invece stressata dalla nostra conversazione, da lui che non si levava dai piedi. Non glielo spiegai però, non in quel momento, prima o poi ci sarebbe arrivato da solo. - C'è altro? - chiesi educatamente. - No... - Tornai al mio bovindo, spensi la musica e ripresi a leggere. Non so quanto rimase lì ad ascoltare, di certo non se ne andò subito, ma quando un quarto d'ora dopo alzai gli occhi, lui non c'era più. Tutto il mio primo anno a casa Nerli mi sentii leggermente osservata. Non spiata e nemmeno controllata, ma osservata sì. Da Ettore Nerli quando c'era, e dalla Costantini per interposta persona quando lui era via per lavoro. Non credo che temesse che mi comportassi male o che maltrattassi sua madre, semplicemente mi considerava un po' svitata e voleva capire quanto esattamente lo fossi. Anche io impiegai tutto il primo anno per capire alcune cose di lui. Non che fosse un tipo enigmatico o con chissà quali perversioni, era forse l'essere umano più lineare che avessi mai incontrato, ma io, a differenza di lui, non nutrivo il benché minimo interesse nei suoi confronti per cui non feci nessuna indagine per capire se era sposato, dove andasse quando si assentava per diverse settimane, se avesse una relazione e perché non invitasse mai nessuno a casa, soprattutto donne. Non provo nessun interesse per la vita altrui, mi interessa così poco la mia che sarebbe veramente paradossale che mi occupassi di quella degli altri, ma spesso sentivo dire dal personale di servizio della casa mezze frasi che lasciavano intendere che intorno al signor Nerli c'era una storia. A sentire le domestiche era cambiato ed era strano che non frequentasse nessuno, che non ci fossero pettegolezzi su di lui o su presunte relazioni sentimentali visto che prima... prima cosa? Appresi tutte queste cose a rate, e mio malgrado, visto che ne accennavano di tanto in tanto le due cameriere, Betty e Claudia, quando rassettavano le stanze della signora Paola, ed essendo loro al corrente di tutte le vicende nei minimi dettagli, non si preoccupavano di fornire il riassunto delle puntate precedenti a me che leggevo “I fratelli Karamazov” o ascoltavo Bach. In ogni caso, per amor di cronaca, scoprii, in soli dodici mesi, che Ettore Nerli aveva esattamente trentasette anni, che era divorziato da tre anni e che la sua ex moglie aveva un figlio. Non suo. Almeno così sosteneva lui. Lei sosteneva il contrario e suppongo fosse il motivo principale che li aveva portati alla rottura (se non era quello avrei cominciato a preoccuparmi anche io). In casa ci vivevano solo lui e la signora Paola... beh io ero la terza persona che viveva lì, ma non facevo parte della famiglia. C'era una sorella Nerli, più vecchia di Ettore di una decina d'anni, che era morta di leucemia diversi anni prima. “Per fortuna”, non saprei dire quale fosse la fortuna, la signora Paola era già ammalata e quindi la vicenda fu “meno tragica”. La morte di Lucrezia Nerli però aveva costretto Ettore ad abbandonare la sua casa (casa... si sarà trattato sicuramente di una villa faraonica), collocata in un punto imprecisato tra l'Emilia e la Toscana dove coltivava pregiate uve da vino e allevava cavalli, per dedicarsi all'attività di famiglia, ovvero il commercio di opere d'arte. E con questo avevo saputo tutto quello che c'era da sapere di Nerli. Lui di me non sapeva nulla. E comunque la mia storia era in ogni caso più striminzita della sua. Nei primi tempi in cui vissi lì dedicai alcune domeniche a portare via da casa mia i miei effetti personali. Detto così sembra che avessi chissà quale mole di roba, si trattava in realtà di un po' di libri, di qualche CD, pochi vestiti, il computer, la stampante e qualche foto. Anche dopo il trasloco la mia camera sembrava la cella di un monaco (neanche di una monaca) perchè non ho nessun estro per il design e l'arredo. Piazzai tutto in pile più o meno ordinate e ficcai i vestiti nell'armadio che rimase comunque praticamente vuoto. Quando finalmente ebbi Tolstoj in lingua, lasciai perdere la traduzione e cominciai a leggerlo in russo anche alla signora Paola. Il russo di Tolstoj, che uno sappia la lingua o meno, ha una musicalità, un suono, un ritmo che è ipnotico. Se non sei affetto da demenza e non sai il russo, quando senti leggere Anna Karenina in russo ti distrai dopo poco, è ovvio, ma se hai il morbo d'Alzheimer non te ne frega niente di sapere il russo, ti godi solo il suono, così come ti godresti Bach o Mozart. Almeno io ne ero convinta. Nessun malato di Alzheimer ha mai confermato la mia ipotesi, ma la signora Paola mi ascoltava più rilassata quando leggevo in russo... anche se non credo che notasse fino in fondo la differenza. Ettore Nerli si accorse che leggevo a sua madre in russo, quando arrivai al punto in cui Anna ha avuto una figlia da Vronsky... mettendo le corna a Karenin. Lo trovai appostato sul solito stipite della solita porta. Siccome non entrava mai continuai a leggere. Mi parlò della letteratura russa qualche giorno dopo quando lo incontrai per caso sul pianerottolo di casa. Ero andata a correre, era una delle cose che facevo ogni tanto nelle mie due ore libere, ero accaldata e ansimante, lui elegantissimo e profumato. Io ero senza chiavi e lui pure e nonostante avessimo suonato nessuno veniva ad aprirci. - Conosce il russo molto bene... - disse lui per rompere il ghiaccio. - Mh... mh... - non volevo essere scostante, ero solo senza fiato. - Dove lo ha... - - All'università - - Non si impara così bene all'università - - Sono molto portata. Imparo le lingue in poco tempo - - Nonostante sia quasi muta... - commentò lui. Nel frattempo ci salvò Betty che era venuta ad aprire. Sgattaiolai in casa e mi infilai nella doccia. Mi lavai i capelli e mi asciugai in fretta, dopo di che andai in cucina a prendere la cena della signora Paola. Imboccarla diventava sempre più difficile. Non si ribellava al nutrimento, ma provava sempre meno stimoli per cui non riusciva a deglutire e apparentemente non provava nemmeno fame. Suo figlio non entrava mai mentre le davo da mangiare, credo che fosse troppo avvilente vedere la persona che lo aveva nutrito e accudito, essere accudita e nutrita dando uno spettacolo così poco dignitoso di sé. Io non la trovavo poco dignitosa, la trovavo ammalata e non autonoma. Spesso trovavo molto più indecorose le cosiddette persone raziocinanti, ma va detto che io difficilmente apprezzavo i dialoghi e le conversazioni con più di cinque battute. Alle nove in punto Maria mi dava il cambio. A volte l'aiutavo a preparare la signora Paola per la notte perché avevo capito che le faceva male la schiena e metterla a letto per lei era faticoso. Quella sera mi disse che il signor Nerli voleva parlarmi. Lo raggiunsi nel suo studio. - Si accomodi – mi disse. Mi sedetti dove mi indicava. Avevo ancora i capelli umidi e la parte superiore della maglietta bagnata. Cercai di scostarla dal torace, ma quella mossa richiamò l'attenzione sul mio seno, in caso non ci avesse ancora fatto caso. - Mi dica... - dissi. - Volevo solo capire come vanno le cose. È qui da un anno ormai... e nessuno rimane coi nervi saldi a fare il suo lavoro senza nessuna distrazione. E mi dicono che lei non abbia distrazioni - - Vado a correre due tre volte alla settimana. Alla domenica vado al cinema o a teatro - Mi guardò come per dire di non prenderlo per il culo, ma non lo stavo facendo, se non lo capiva non era un problema mio. - Ha comunque maturato le ferie. Vorrei che le facesse. Le spettano minimo due settimane – aggiunse. - Non ho bisogno di ferie. Non saprei dove andare o cosa fare - - Sto comunque cercando una sostituta, lei prenderà due settimane di ferie. Ce l'ha un posto dove andare? - - Ho casa mia - - Bene - Non volevo andare in ferie. Stavo bene con la signora Paola, stavo traducendo “Anna Karenina” e intanto glielo leggevo, ascoltavamo ottima musica e facevamo delle belle passeggiate. Era piacevole prendersi cura di lei, il suo benessere era rivelato in modo sottile, ma inequivocabile. - Non... - iniziai a dire. Dovevo pregarlo di non obbligarmi a prendere una vacanza e per farlo dovevo comunicare con lui. Perché la gente era così fissata con la parola? Presi fiato e organizzai il pensiero: - Senta, non so se l'ha capito, ma io non sono proprio un essere umano tipo... non ho amici, non ho conoscenti, non ho relazioni di nessun genere. Non mi piacciono le persone e non mi interessa incontrarle. Provavo un certo attaccamento per i miei genitori, ma non credo che fosse niente a paragone di quello che generalmente si prova per i propri congiunti, non saprei dire, però, mi baso solo su letture e sentito dire. Parlo correttamente più di quattro lingue e me la cavo discretamente con altre quattro. Potrei fare un lavoro diverso da questo, ma cerco l'isolamento e la calma. Prendermi cura di sua madre mi permette di ottenere quello che mi fa stare bene... un malato di Alzheimer è completamente sincero, non può mentire su nulla e io so che cosa la fa stare bene. So che non apprezza Tolstoj, ma le piace quando lo leggo e le piace quando ascoltiamo la musica insieme... -
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